Author: Fabrizio Gambetta

La nuova normalità è “agile”

Lo smart working è destinato a riscrivere il mondo del lavoro, e quello della vita privata. Questa modalità ha cambiato la destinazione d’uso delle stanze di casa o ha adattato gli ambienti domestici a postazioni di lavoro. Ma come in ogni ambiente professionale, anche nelle nuove case-ufficio nascono abitudini, tradizioni, e tormentoni. InfoJobs, la piattaforma per la ricerca di lavoro online, ha indagato come si svolge la vita degli italiani ai tempi del lavoro agile, con particolare attenzione ai meeting online, che hanno sostituito le riunioni in presenza. E se le call e le videocall sono ormai un’abitudine quotidiana del lavoratore agile la metà degli intervistati (52%) trascorre al telefono meno di un’ora, mentre l’altra metà tra una e tre ore al giorno (34,8%), e il 13,2% quattro ore e più

Gli imprevisti della videocall

I lavoratori riservano grande importanza alla preparazione per affrontare una videocall, riferisce Adnkronos. In casa si cerca un luogo dove l’audio sia perfetto e dove nessuno disturbi (48,5%), ma anche uno sfondo neutro per non far vedere troppo la casa (26,7%). Importante poi avere un aspetto curato (19,4%), ma è meglio essere preparati per l’agenda del giorno (22,4%).

Spesso poi ci si imbatte in piccoli intoppi tecnici o “invasioni domestiche” che creano tormentoni, come “Sei in muto!” (55,4%), “Scusate, il citofono!”, “Chiudo la finestra, oggi i vicini hanno deciso di tenere un concerto/tagliare l’erba/fare i lavori” (30,6%), o “Non si capisce nulla, parliamo uno alla volta!” (29,4%).

Quando la vita vera irrompe nello schermo

InfoJobs ha poi individuato gli imprevisti da videocall che strappano un sorriso ai partecipanti, dai figli che urlano o litigano, giocando o facendo videolezioni (46%) ai famigliari con mise improbabili che irrompono nello schermo (41,1%), fino al gatto che passa davanti al monitor (20,8%). I lavoratori sono consapevoli che accendere la telecamera o attivare l’audio può portare non solo a uno scambio di informazioni di lavoro, ma anche a ripetizioni delle tabelline, un lampadario kitch che verrà per sempre associato al collega, o semplicemente ai rumori della vita vera che deve andare avanti.

Le richieste dei capi trovano sempre il modo di arrivare

In ogni caso, che siano al telefono, via mail o chat le richieste dei capi trovano sempre il modo di arrivare, e in cima alla classifica della domanda più ricorrente i lavoratori sono d’accordo. Il 53,6% dichiara che i superiori chiedono soprattutto di fissare una video-chiamata di aggiornamento periodica del team, magari per monitorare i progressi di un’attività e valutare insieme opportunità e criticità. Anche fra colleghi la richiesta più frequente è un allineamento del team (59,6%), segue il bisogno di supporto (47,5%) o una proposta di divisioni delle attività per rispettare le deadline stabilite, magari dal capo o dai clienti.

E proprio prima di affrontare il capo, secondo il 14,1% fra colleghi è frequente la proposta di un pre-meeting sulla versione da raccontare

Le imprese sociali in Europa

Le imprese sociali sono ampiamente diversificate in termini di tipologie di servizi di interesse e target serviti. Questi diversi campi di attività possono, tuttavia, essere ricondotti a tre principali aree di intervento: servizi sanitari e sociali, integrazione lavorativa di persone svantaggiate, e altre sfide sociali.

Le imprese sociali contribuiscono alla creazione di migliaia di posti di lavoro, in particolare per le persone svantaggiate. Lo dimostra lo studio Social Enterprises and their Ecosystems in Europe, redatto da Euricse ed EMES Network su incarico della Commissione Europea, che fornisce una panoramica aggiornata della mappatura delle imprese sociali in Europa. Secondo lo studio però nonostante esista un’ampia gamma di strumenti e attività di formazione per colmare la mancanza di competenze degli imprenditori sociali, molti programmi di training tendono a mimare quelli delle società tradizionali.

Le tre dimensioni dell’impresa sociale

La definizione di impresa sociale è stata articolata su tre dimensioni che la contraddistinguono, la dimensione sociale, la dimensione imprenditoriale, la dimensione della proprietà della governance. Sulla base di questa definizione, le imprese sociali, oltre a mostrare le tipiche caratteristiche di tutte le imprese, devono perseguire un esplicito obiettivo sociale. Ciò implica che i prodotti forniti/attività gestite devono avere una connotazione di interesse pubblico e sociale. Inoltre, ci si aspetta che le imprese sociali scelgano modelli di governance inclusivi. Le imprese sociali, inoltre, adottano un dispositivo specifico, il vincolo alla distribuzione degli utili, che ha lo scopo di garantire che lo scopo perseguito sia salvaguardato, e sopravviva nel tempo, al di là dell’impegno dei suoi fondatori.

Un potenziale ancora lontano dall’essere pienamente sfruttato

Le imprese sociali sono emerse principalmente negli ultimi due decenni. Il loro sviluppo è plasmato dai valori della solidarietà, che incoraggiano i cittadini ad auto-organizzarsi, e si intrecciano con specifiche politiche e schemi pubblici.

I report dei differenti Paesi mostrano che il numero delle imprese sociali e delle persone occupate stanno progressivamente aumentando in quasi tutti gli Stati dell’Unione. La domanda di servizi erogati dalle imprese sociali cresce, e contemporaneamente, il contesto nel quale operano sta diventando sempre più abilitante. Nel complesso c’è una correlazione tra il grado di riconoscimento dell’impresa sociale, la sua istituzionalizzazione, la dimensione e la facilità di accesso ai finanziamenti. Tuttavia, il potenziale dell’impresa sociale è ancora lontano dall’essere pienamente sfruttato.

Risorse generatrici di reddito

Le imprese sociali si basano su un mix di risorse finanziarie derivanti da diverse attività generatrici di reddito che variano a seconda dei Paesi, riferisce Italpress.

Le modalità di interazione con l’attore pubblico includono la co-progettazione a contratto, i voucher e bilanci personali, nonché gli appalti pubblici, che regolamentati dalle norme UE in materia di appalti pubblici, offrono nuove opportunità per le imprese sociali. Certamente le imprese sociali non sono ancora investor-ready in quasi nessuno dei Paesi analizzati. Inoltre, le risorse rimborsabili sono per lo più modellate secondo una logica d’investimento tradizionale, che si aspetta rendimenti alti e a breve termine. Ciò che le imprese sociali non sono in grado di garantire.

Uscire dalla crisi Covid-19: su cosa puntare per il cambiamento?

Il Covid-19 non è solo un problema sanitario, ma un campanello d’allarme su molti mali urgenti a livello globale. Il virus ci ha mostrato molti dei nostri errori, dalla disgregazione sociale alla povertà, dal divario digitale alla carenza di istruzione, dalla mancanza del lavoro all’allarme minoranze e a quello ambientale. E l’indice di sviluppo umano è in calo per la prima volta in 30 anni. La questione è capire come rendere questa crisi un’opportunità per un cambiamento positivo. Come ricostruire il futuro dello sviluppo per una società più sostenibile ed egualitaria a livello mondiale? Sono temi approfonditi dallo Human Development Report (HDR, edizione 2020), a cura dell’Ufficio per lo sviluppo umano del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP).

Ripensare i modelli economici e sociali

“Covid-19 ha scatenato una crisi nello sviluppo umano senza precedenti – spiegano i referenti dello HDR Office -. Tuttavia offre anche l’opportunità di reimmaginare ciò che è possibile e desiderabile per il futuro. Le politiche sono attualmente in fase di progettazione per far fronte alla crisi e si stanno mobilitando enormi risorse finanziarie aggiuntive”.

La distruzione ha assunto proporzioni su scala mondiale, “tanto da dovere aggiornare l’indice di ‘sviluppo umano’ che per la prima volta da 30 anni sta regredendo – commenta Achim Steiner, amministratore del Programma sviluppo delle Nazioni Unite -. Dobbiamo ripensare ai nostri modelli economici e sociali. Ogni crisi porta con sé una opportunità che i leader globali devono cogliere”.

I giovani di tutto il mondo stanno pagando cara questa pandemia

“I giovani di tutto il mondo stanno pagando cara questa pandemia”, puntualizza  Joseph Stiglitz, economista e docente alla Columbia University, Nobel per l’economia nel 2001.

Ma sono gli stessi giovani a farsi portavoce di un nuovo idealismo, combattendo contro l’ingiustizia e alzando la voce in difesa del pianeta, riporta Ansa. Su cosa puntare quindi per avviare il cambiamento? “Creiamo una vita post pandemia con obiettivi sostenibili, per un mondo più verde, contrassegnato da una più grande giustizia sociale e che promuove lo sviluppo nei paesi più poveri”, suggerisce Stiglitz. Insomma, dobbiamo ridurre i consumi, poiché abbiamo accumulato troppo. E dovremmo diventare una società più attenta.

Cooperazione in agricoltura, economia e sviluppo etico

L’economista Bina Agarwal, docente di economie di sviluppo e ambientali alla University of Manchester, ha proposto 3 principi di base: cooperazione, comunità e società che preservi.

“La situazione è precipitata in modo preoccupante – conferma Agarwal – siamo di fronte a un’inversione di sviluppo ambientale. Non assistiamo solo a una crisi economica incombente ma a un forte allarme di povertà – aggiunge -. Su 140 paesi, dal 1992 al 2014, già il ‘capitale di natura’ procapite è calato anche laddove il PIL è cresciuto. Il trend non si arresterà a breve, ma nel lungo periodo sarà possibile frenarlo se siamo capaci di ripensare a una cooperazione nel campo dell’agricoltura, dell’economia e dello sviluppo etico”.

Dipendenti pubblici e smart working, chi vuole tornare in ufficio?

Divenuto obbligatorio a partire da febbraio lo smart working è stato una novità assoluta per oltre un terzo delle amministrazioni pubbliche italiane. E da quanto emerge da un’indagine di Fpa, società del gruppo Digital360, il bilancio del lavoro agile è positivo per il 93,6% dei dipendenti pubblici intervistati, che vorrebbero proseguire con lo smart working anche dopo l’emergenza coronavirus.

“Se una volta tornati alla normalità almeno il 40% dei dipendenti pubblici dovrà adottare una modalità di lavoro agile, questi si dicono pronti – sottolinea la ministra della PA, Fabiana Dadone -. Ma per la maggior parte, il 66%, il lavoro da casa deve essere integrato con rientri in ufficio organizzati e funzionali”.

Per l’87,7% si tratta di un’esperienza completamente nuova

Oggi il 92,3% dei dipendenti della Pa sta lavorando in modalità smart, e per l’87,7% di loro si tratta di un’esperienza completamente nuova, per cui hanno dovuto utilizzare pc, cellulari e connessioni internet personali, spesso condividendo lo spazio in cui lavorano con altri famigliari, e senza ricevere una formazione specifica sul lavoro da remoto. Eppure, il bilancio dello smart working forzato è assolutamente positivo. L’88% dei dipendenti giudica l’esperienza di successo e il 61,1% ritiene che questa modalità, basata sulla flessibilità e la cooperazione all’interno degli enti, e nei rapporti con i cittadini e le imprese, prevarrà anche una volta finita la fase di emergenza, riporta Agi.

Organizzare e programmare meglio il proprio lavoro

“L’emergenza Covid19 ha portato un’adozione massiva e rapida dello smart working nella Pa, che può essere il punto di partenza per ridisegnare il futuro del lavoro pubblico”, commenta Gianni Dominici, direttore generale di Fpa.

Lo smart working ha infatti permesso al 69,5% del personale della Pa di “organizzare e programmare meglio il proprio lavoro”, al 45,7% di “avere più tempo per sé e per la propria famiglia”, al 34,9% di “lavorare in un clima di maggior fiducia e responsabilizzazione”.

In 7 casi su 10 è stata assicurata totale continuità al lavoro, e per il 41,3% dei lavoratori l’efficacia è migliorata, mentre per un altro 40,9% è rimasta analoga. Inoltre, per più del 50% la relazione con i colleghi è invariata, e per il 20% addirittura migliorata.

“Infranti stereotipi e pregiudizi”

“Perchè lo smart working diventi effettivamente una nuova modalità di organizzazione del lavoro nella Pa – aggiunge Dominici – ora è necessario ripensare i processi di lavoro, definire puntualmente obiettivi e risultati individuali e fare formazione specifica sull’uso delle tecnologie e degli strumenti di comunicazione, come consigliano gli stessi dipendenti pubblici”.

Insomma, pur se avvenuta in modo spesso improvvisato, l’applicazione dello smart working nella Pa ha dimostrato un’efficacia inaspettata, “infrangendo stereotipi e pregiudizi e dimostrando che un diverso modo di lavorare nella Pa non solo è possibile – afferma Mariano Corso, presidente P4I, società di Advisory del gruppo Digital360 e responsabile dell’Osservatorio – ma può portare grandi benefici per le amministrazioni, i lavoratori e la società nel suo insieme”.

WhatsApp, si potrà usare lo stesso account su più smartphone?

Pare che WhatsApp stia per introdurre l’ennesima novità. Questa volta potrebbe consentire l’uso dello stesso account su più smartphone contemporaneamente. Al contrario di quanto accade ora, che quando si cambia telefono o comunque si vuole accedere a WhatsApp su un altro smartphone la app smette di funzionare sul dispositivo precedente. La nuova funzione, a cui la compagnia sta lavorando dal 2019, è stata scoperta da WeBetaInfo, e dovrebbe permettere di usare l’applicazione anche sul tablet. Insomma, oltre ad avere allargato le videochiamate di gruppo a 8 partecipanti e aver bloccato l’inoltro di gruppo dei messaggi per ridurre l’impatto delle fake news e delle “catene di Sant’Antonio”, WhatsApp è vicina a rinnovarsi ulteriormente per rendere sempre più agevole l’uso dell’applicazione.

Obiettivo, un unico account per differenti numeri telefonici

Della possibilità di utilizzare lo stesso account WhatsApp su diversi smartphone se ne parla da tanto, ma i tempi di lavorazione della nuova funzionalità si sono dilatati. La nuova funzione infatti è abbastanza complessa da implementare, poiché l’account è connesso al numero di telefono. Un problema non da poco per chi, ad esempio, ha due smartphone, magari uno utilizzato solo per motivi personali e uno per lavoro, ed è costretto ad avere due account differenti.

L’obiettivo è dunque quello di evitare che a seconda della necessità un utente di questo tipo debba continuamente passare da un dispositivo all’altro, consentendo di utilizzare un unico account anche con differenti numeri telefonici, riporta Webnews.

Al momento non si sa quando la funzione sarà rilasciata

Da quanto scoperto da WaBetaInfo analizzando il codice dell’ultima versione beta di Android (la 2.20.143), WhatsApp sembra vicinissima all’account multi-device (multi-dispositivo). La funzione però non è in versione di test nella beta, né si sa quando esattamente sarà rilasciata, ma esistono le prime tracce tangibili sul fatto che gli sviluppatori ci stiano lavorando seriamente. Sarebbe una vera e propria rivoluzione per WhatsApp, perché significa rivedere l’intera architettura dell’app cercando di mantenerne l’attuale affidabilità.

L’attivazione sarà via WiFi

Stando a quanto emerge da alcune immagini che circolano sul Web, sarà una funzione apposita che da WhatsApp consentirà di attivare il supporto al multi-dispositivo, ma curiosamente la procedura chiede all’utente di utilizzare la connessione WiFi. È probabile che l’app debba trasferire dati pesanti dell’account da uno smartphone all’altro. Secondo indiscrezioni, inoltre, la nuova funzionalità dovrebbe essere disponibile contestualmente al rilascio della versione di WhatsApp per iPad.

 

Nonostante il lockdown un italiano su 10 mente per uscire

Il lockdown non ha fermato gli italiani, che continuano a uscire di casa anche a costo di mentire sulle reali necessità a doversi allontanare dall’abitazione.

Più di un italiano su dieci (11%) infatti non rispetta le indicazioni e i divieti in termini di uscite da casa, spostamenti, e rispetto delle distanze sociali, come dimostra la presenza di ancora troppe persone all’aperto. Lo ha scoperto una indagine di Coldiretti/Ixè sui comportamenti degli italiani al tempo del Coronavirus, secondo la quale pur di uscire di casa gli italiani trovano spesso giustificazioni piuttosto fantasiose.

La scusa più gettonata è dover fare la spesa

Nonostante l’emergenza Coronavirus e gli inviti a restare a casa quasi 1 italiano su 3, il 30%, come emerge dall’analisi della Coldiretti, non resiste nemmeno 72 ore prima di dover uscire per fare la spesa in negozi, supermercati e alimentari. Tanto che la scusa più gettonata per uscire è senza dubbio quella di dover andare a fare la spesa. Il risultato è che nel 38% delle case degli italiani sono state accaparrate ingenti scorte di prodotti alimentari e bevande per il timore di non trovali più disponibili sugli scaffali.

Nelle dispense si accumulano scorte di cibo, e si favoriscono gli sprechi

Secondo l’Indagine coldiretti/Ixè nelle dispense sono stati accumulati soprattutto pasta, riso e cereali (26%), poi latte, formaggi, frutta e verdura (17%), quindi prodotti in scatola (15%), carne e pesce (14%), salumi e insaccati (7%) e vino e birra (5%), riporta Adnkronos. Per Coldiretti si tratta di un comportamento che oltre a essere pericoloso per la salute, per l’attesa nelle lunghe file fuori dai supermercati e alle casse, ma che favorisce anche le speculazioni dal campo alla tavola nonché gli sprechi di cibo, in un momento delicato per le forniture alimentari del Paese.

Un’impennata di multe e segnalazioni all’autorità giudiziaria

Saranno le belle giornate, la stanchezza o la tensione che inizia ad allentarsi, nonostante l’emergenza sia ancora altissima nonostante i divieti, i controlli diventati sempre più serrati lungo le strade di tutte le città italiane, in tanti continuano a uscire e violare le regole imposte dal decreto del Governo per arginare i rischi di contagio. Dal Nord al Sud della Penisola aprile è iniziato con un’impennata di multe e segnalazioni all’autorità giudiziaria. Il bollettino del ministero dell’Interno, riporta Il Messaggero, parla di quasi 15 mila violazioni in soli due giorni. Un’escalation che preoccupa soprattutto gli esperti, poiché resistere fra le mura domestiche, evitando al massimo di incontrare altre persone e uscendo il meno possibile, è l’unica arma a disposizione per evitare che si creino nuovi focolai.

Il data scientist è maschio, donne solo 15%

La scienza dei dati è uno dei settori più in rapida crescita del mercato del lavoro, ma è ancora un campo dominato dagli uomini. Tanto che se le facoltà scientifiche nel mondo hanno raggiunto il 35% di ragazze iscritte, solo il 15% diventa una data scientist. Almeno, da quanto emerge dall’indagine di Boston Consulting Group, What’s Keeping Women Out of Data Science, condotta su più di 9.000 studenti e neo laureati di dieci Paesi (Australia, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Giappone, Spagna, USA, Regno Unito).

Il data scientist insomma non è un mestiere per donne, ma dovrà esserlo, in quanto, “se i dati da trattare aumentano, il bacino di talenti per analizzarli si deve ampliare e per questo è fondamentale il contributo dei talenti femminili”, afferma Laura Alice Villani, Managing Director e Partner di Bcg.

Uno squilibrio che “rende monocolore un ambito come quello dell’AI”

Questo squilibrio, secondo Laura Alice Villani, “rende monocolore un ambito come quello dell’Intelligenza artificiale”, che per diventare “una risorsa preziosa per l’economia – aggiunge – è necessario sia diffusa tra la pluralità della popolazione: donne comprese”. Nel mondo ci sono però Paesi virtuosi come Australia, Francia e Spagna, dove molte donne sono impiegate nel mondo dei dati e “hanno fatto da apripista per le nuove generazioni di scienziate”, conferma la Managing Director di Bcg. Secondo l’indagine, alla base di questo fenomeno c’è una scarsa informazione, una conoscenza inesatta della materia, in quanto è un lavoro percepito troppo da nerd o troppo competitivo, riporta Ansa.

Una professione troppo competitiva

Lo dicono le donne stesse, 81 su 100 definiscono questa professione come troppo competitiva e il 48% la ritiene di scarso impatto sulla società. Secondo Bcg il 73% delle donne laureate in scienza dei dati afferma di preferire un lavoro più pratico e più utile alla società (contro il 50% degli uomini). Lo afferma anche il 67% di tutte le studenti di materie Stem (contro il 61% degli uomini), riferisce CorriereComunicazione. Le principali ragioni del gap sono quindi la percezione negativa di questa professione, la paura di una cultura basata sulla competizione più che sulla collaborazione e la scarsa informazione fornita da università e aziende sulle caratteristiche di questo lavoro.

Un trend negativo da invertire

Il trend negativo femminile, secondo Bcg, si interromperà se lo stereotipo lavorativo si adeguerà agli interessi e alle attitudini femminili. Le aziende dovranno modificare le tecniche di recruiting evitando gli hackaton e le gare di coding e abbassare in generale i toni sulla competizione favorendo invece il concetto di collaborazione. Dovrà migliorare anche la comunicazione del valore aggiunto e dell’utilità pratica del lavoro di data scientist, anche perché il 45% delle donne si dice poco informata sulle caratteristiche e finalità di questa professione.

 

Investire in tecnologia e sostenibilità. La ricetta dei manager per rilanciare la crescita

Negli ultimi cinque anni la crescita economica in Europa è scesa da un incremento del 2% all’1,4% per il 2020 e il 2021. Secondo i manager europei per invertire il rallentamento è necessario investire in tecnologia, sostenibilità, talenti e risk management. È quanto risulta da un sondaggio condotto su manager europei di realtà industriali, finanziarie e tecnologiche, e realizzato da Bdo, l’organizzazione di società indipendenti che offre servizi di consulenza professionale. In particolare, il Bdo European Survey: Ensuring a leadership position in 2025 ha raccolto le opinioni di 215 manager belgi, norvegesi, spagnoli, danesi, tedeschi, italiani, e inglesi, con l’obiettivo di evidenziare le strategie adottate dalle imprese per rispondere alle fibrillazioni del mercato.

Pianificare strategie per accrescere le quote di mercato

Dalla ricerca emergono alcune indicazioni di fondo. Sul fronte della crescita dimensionale più del 35% degli intervistati sta pianificando strategie che permettano di accrescere le rispettive quote di mercato. La crescita però è possibile se sostenuta da adeguati investimenti in tecnologie, innovazione e sviluppo, prodotto e talento, ritenuti imprescindibili per rilanciare le imprese. I ridotti tassi di crescita stimati per le economie domestiche, così come gli effetti della Brexit e il perdurare delle tensioni per la guerra commerciale Cina-Usa, spingono poi le imprese europee a cercare strategie di penetrazione nei mercati mondiali ancora più forti. Il 26% delle imprese afferma però di sentirsi poco preparato ad affrontare sfide critiche quali la sicurezza informatica, mentre stare al passo con le nuove tecnologie è una preoccupazione avvertita da un ulteriore 20%.

Come essere più competitivi?

I manager guardano poi con crescente attenzione alle politiche di sostenibilità. Le preoccupazioni ambientali sono sempre più attuali nelle agende dei cda, e la ricerca evidenzia come le aziende stiano intraprendendo azioni per accrescere la sostenibilità ambientale del proprio business. Fra le imprese italiane il 40% dichiara che la principale preoccupazione è mantenere e far crescere la profittabilità della propria impresa, mentre il 30% punta a strategie aggressive per accrescere le quote di mercato. Solo il 7% ammette di pensare a come gestire una probabile perdita di quote di mercato dovuta alla crescente competitività. Ma la ricetta per essere competitivi nei prossimi cinque anni è un mix tra la capacità di attrarre e mantenere i migliori talenti (97%), sviluppare prodotti e servizi migliori e adottare nuove soluzioni e applicazioni digitali (97%). Per il 93% la crescita per vie esterne l’M&A, presenta buone potenzialità di successo.

Le aziende italiane temono gli effetti di politiche nazionalistiche

Se il 40% degli interpellati non prevede ricadute sulla profittabilità della propria azienda per effetto di nuovi interventi normativi, il 47% degli imprenditori italiani teme gli effetti di politiche nazionalistiche all’interno dell’Ue, il 40% la concorrenza portata dai nuovi Paesi, il 30% gli effetti della Brexit, e il 53% una contrazione degli scambi con il Regno Unito, riporta Adnkronos.

In ogni caso, nei prossimi cinque anni il 43% dei manager prevede una crescita negli organici della propria azienda, contro un 53% che non vede significative variazioni.

Occupazione, i dati provvisori per il mese di novembre 2019

I dati provvisori dell’Istat relativi al mese di novembre 2019 parlano di una crescita degli occupati di 41mila unità rispetto al mese precedente, ovvero di un aumento dello 0,2%, e di un tasso di occupazione che sale al 59,4% (+0,1%). Secondo l’Istat l’andamento dell’occupazione è la sintesi di un aumento della componente femminile dello 0,3%, pari a +35 mila unità, e di una sostanziale stabilità di quella maschile. Gli occupati crescono soprattutto tra i 25-34enni e gli ultracinquantenni, mentre calano nelle altre classi d’età. Al contempo, aumentano i dipendenti permanenti (+67 mila), a fronte di una diminuzione sia dei dipendenti a termine (-4 mila) sia degli indipendenti (-22 mila).

Aumenta la percentuale di chi è in cerca di un lavoro

In crescita risultano anche le persone in cerca di lavoro (+0,5%), che risultano pari a +12 mila unità nell’ultimo mese considerato. L’andamento della disoccupazione, in questo caso, è la sintesi di un aumento per gli uomini (+1,2%, pari a +15 mila unità) e di una lieve diminuzione tra la donne (-0,2%, pari a -3 mila unità). Crescono poi i disoccupati under 35, mentre diminuiscono lievemente i 35-49enni, e risultano stabili gli ultracinquantenni. Il tasso di disoccupazione risulta comunque stabile al 9,7%. La stima complessiva degli inattivi tra i 15 e i 64 anni a novembre è in calo rispetto al mese precedente (-0,6%, pari a -72 mila unità), e la diminuzione riguarda entrambe le componenti di genere. Mentre il tasso di inattività scende al 34,0% (-0,2 punti percentuali).

Più occupazione anche a livello trimestrale

Anche nel confronto tra il trimestre settembre-novembre e quello precedente, l’occupazione risulta in crescita, seppure lieve (+0,1%, pari a +18 mila unità), con un aumento che si distribuisce tra entrambi i sessi. Nello stesso periodo aumentano sia i dipendenti a termine sia i permanenti (+62 mila nel complesso), mentre risultano in calo gli indipendenti (-0,8%, -43 mila). Inoltre, si registrano segnali positivi per i 25-34enni e per gli over 50, ma negativi nelle altre classi.

Gli andamenti mensili si confermano nel trimestre anche per le persone in cerca di occupazione, che aumentano dello 0,3% (+7 mila), e per gli inattivi tra i 15 e i 64 anni, in diminuzione dello 0,4% (-59 mila).

La crescita nell’anno è trainata dai dipendenti, ma calano gli indipendenti

Su base annua l’occupazione risulta in crescita (+1,2%, pari a +285 mila unità), l’espansione riguarda sia le donne sia gli uomini di tutte le classi d’età, tranne i 35-49enni. Tuttavia, al netto della componente demografica la variazione è positiva per tutte le classi di età. La crescita nell’anno è trainata dai dipendenti (+325 mila unità nel complesso) e in particolare dai permanenti (+283 mila), mentre calano gli indipendenti (-41 mila).

Nell’arco dei dodici mesi, l’aumento degli occupati si accompagna a un calo sia dei disoccupati (-7,1%, pari a -194 mila unità) sia degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-1,5%, pari a -203 mila).

Cani e gatti in vacanza, nel 2020 al primo posto per chi viaggia

Il 71% di italiani considerano i propri amici a quattro zampe come veri e propri membri della famiglia, circa 7 su 10, una cifra in linea con quella a livello globale, dove sono mediamente il 72%. Circa la metà, poi, il 51%, ammette che le vacanze sarebbero migliori se fosse possibile trascorrerle con i propri animali domestici. Un dato, quest’ultimo, che raggiunge addirittura il 59% in Italia.

Considerando questa tendenza, nel 2020 chi possiede animali li renderà sempre più una priorità, e farà di tutto per portarli con sé in vacanza. Lo ha scoperto una ricerca globale di Booking.com relativa alle scelte in fatto di viaggi e vacanze di chi possiede un animale domestico.

Scegliere la meta di una vacanza in base alla possibilità di portare il proprio animale

Per andare incontro ai bisogni dei viaggiatori che cercano il perfetto alloggio pet friendly, sarà sempre più importante per le strutture che accettano animali creare un ambiente accogliente per gli ospiti e per i loro preziosi amici pelosetti. Secondo la ricerca di Booking.com poco meno della metà, il 42%, dei padroni di animali domestici in tutto il mondo afferma infatti che potrebbe scegliere la meta di una vacanza in base alla possibilità o meno di portare con sé il proprio amico a quattro zampe. Un dato che sale al 51% tra gli italiani, ancora più affezionati ai propri pet.

Più servizi pet friendly da parte delle strutture ricettive

La metà, il 50%, dei padroni di animali domestici di tutto il mondo, e il 56% di quelli italiani, lamenta però una mancanza di informazioni chiare e di qualità sull’argomento viaggi con cani e gatti.  L’anno che viene vedrà quindi le strutture ricettive offrire servizi pet friendly per andare incontro ai bisogni di chi viaggia con animali, e una maggiore informazione su come e dove viaggiare con gli animali la seguito.

Ma quali saranno i servizi principali ricercati da chi ha un animale domestico?

I 5 servizi irrinunciabili per un viaggio a misura di pet

Il primo sevizio richiesto a livello globale da chi vuole portare con sé il proprio animale da compagnia è lo spazio per far correre e giocare gli animali (39%), seguito dalla disponibilità di assistenza veterinaria (31%), e da un benvenuto caloroso e accogliente da parte della struttura (26%).

Al quarto posto, sono ricercate attività adatte agli animali (21%), e al quinto, la disponibilità di servizi di pet sitting o pet walking (19%).

In Italia, lo spazio per far correre e giocare gli animali è scelto dal 45% degli intevistati, mentre la disponibilità di assistenza veterinaria dal 39%, e un benvenuto caloroso e accogliente dal 18%. Le attività adatte agli animali sono indicate dal 19% degli italiani, e la disponibilità di servizi di pet sitting o pet walking dal 14%.