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Imprese del commercio online, +15,5% in sei mesi

Con l’accelerazione dell’e-commerce sulla spinta dall’emergenza sanitaria, molte imprese del commercio che prima della pandemia non utilizzavano il canale online hanno iniziato a vendere su internet. Tra aprile e ottobre 2020 sono state infatti più di 3.600 le aziende di questo settore ad avere aperto un canale online di vendita. Poter continuare a operare anche in questo momento di difficoltà ha fatto registrare in sette mesi una crescita del +15,5% di aziende presenti sul web: se complessivamente a marzo 2020 erano 23.386 a ottobre sono arrivate a quota 27.007. Si tratta della fotografia scattata da Unioncamere attraverso l’osservatorio dei Punti Impresa Digitale (PID) delle Camere di commercio, sulla base dei test sulla maturità digitale effettuati dalle imprese italiane e i dati del Registro delle imprese.

Le Pmi dotate di strumenti per l’e-commerce sono aumentate di 4 punti percentuali

Secondo Unioncamere tra maggio e settembre 2020 nel complesso quasi un’impresa italiana su tre si è equipaggiata tecnologicamente per le vendite e i pagamenti sul web. Più in particolare, dopo la prima fase di lockdown le Pmi che si sono dotate di strumenti per l’e-commerce sono aumentate di 4 punti percentuali, arrivando al 27% contro il 23% dello stesso periodo del 2019. Sono invece aumentate di 5 punti percentuali le Pmi che si sono equipaggiate per l’e-payment, passando dal 31% al 36%.

La adozione di tecnologie abilitanti è più rapida in Friuli Venezia Giulia

A livello regionale, la rincorsa verso l’adozione di queste tecnologie abilitanti per la vendita online appare più veloce in Friuli Venezia Giulia (+ 27 punti percentuali), seguita dalla Puglia (+19 punti percentuali) e dalla Basilicata (+ 22 punti percentuali). Ed è ancora il Friuli Venezia Giulia a smarcarsi nettamente rispetto alla media per l’adozione di sistemi di e-payment, registrando nel periodo tra maggio e settembre 2020 una crescita di +30 punti percentuali.

I livelli di digitalizzazione più evoluti li raggiunge il Trentino Alto Adige

Per facilitare il ricorso allo smartworking da marzo ad aprile 2020 anche l’adozione di strumenti di cloud da parte delle imprese ha registrato un boom, salendo di +11 punti percentuali, così come quella di sistemi per la cybersecurity (+ 3 punti percentuali). Questa accelerazione verso l’economia 4.0 si inserisce all’interno di un cammino di crescita intrapreso dalle imprese italiane negli ultimi tre anni. In questo caso, a guidare la classifica nazionale per i livelli di digitalizzazione più evoluti delle Pmi è il Trentino Alto Adige, riporta Italpress.

Come si viaggerà in futuro? I 7 trend per il 2021

Come saranno i viaggi nel 2021? Nonostante il coronavirus, i viaggi in famiglia sono in cima alla lista dei desiderata per gli italiani, così come le vacanze on the road, preferite a quelle tradizionali. Ma il perdurare della pandemia sta rendendo i periodi di vacanza più flessibili, anche grazie a una diversa organizzazione del lavoro, agevolata dallo smartworking. Inoltre, le famiglie prevedono di prendere maggiori precauzioni rispetto al passato, soprattutto facendo più caso alle politiche di cancellazione e rimborso (42%), prestando maggiore attenzione alla pulizia di un alloggio (39%), e prenotando più last minute (28%).  La prima edizione del Travel Trend Report 2021,Vrbo, esperto di case vacanza per famiglie, rivela quali saranno le 7 tendenze di viaggio per il 2021, che in generale sarà all’insegna di una maggiore attenzione alla sicurezza.

Sicurezza e Flexcation

A causa delle tante incertezze causate dalla pandemia le famiglie italiane vogliono avere maggiore controllo su tutti gli aspetti che riguardano il viaggio, dalla pianificazione fino al modo in cui arrivare nella destinazione (trend 1). La pandemia ha però generato nei viaggiatori la cosiddetta Flexcation (trend 2), ovvero, la vacanza unita allo smartworking. Dopo un anno difficile di permanenza forzata in casa e vacanze annullate la voglia di viaggio è più forte che mai. E quando sarà di nuovo possibile viaggiare, le famiglie sono disposte a farlo più frequentemente, e a intraprendere finalmente il viaggio della vita, quello per troppe volte rimandato (trend 3).

Voglia di evasione, budget più alto, e spazi più ampi

Per molti, quando sarà possibile tornare a viaggiare, il must è chiudere il cerchio e andare finalmente nella stessa destinazione scelta “prima” della pandemia (trend 4). Un po’ tutti però hanno più che mai voglia di evasione, e sognano un’avventura a contatto con la natura (trend 5), a costo di spendere una cifra più elevata per le proprie vacanze. Il budget per il viaggio del futuro stanziato dalle famiglie nel 2021 sarà infatti più alto del solito (trend 6).  Ma anche se le famiglie sono pronte a viaggiare di nuovo sono attente alle misure di distanziamento sociale. Avere a disposizione uno spazio più ampio è quindi un’esigenza per chi viaggia nell’era Covid, anche se con la famiglia ristretta (trend 7).

Le mete più ricercate per l’anno prossimo

Le mete italiane più ricercate dai viaggiatori italiani di Vrbo tra gennaio-agosto 2020 per soggiorni prenotati nel 2021 sono state la provincia di Trento e il Sud Tirolo, la provincia di Sassari e il sud della Sardegna, la provincia di Lecce, la Puglia e la Valle D’Aosta, la provincia di Belluno e il Veneto. Le mete estere più ricercate sono state invece le Isole Baleari, la Spagna, le Isole dell’Egeo Meridionale, la Grecia, le Isole Canarie e la Spagna. Insomma, per chi sogna di viaggiare all’estero il mare resta la meta preferita, mentre per i viaggi in Italia la destinazione più gettonata è la montagna.

 

 

Le Stories debuttano anche su Linkedin

Anche LinkedIn, il social destinato al mondo professionale, si dà alle Storie. Esattamente come Instagram, pure il social “serio” fa debuttare il nuovo format, destinato agli oltre 200 milioni di iscritti nel mondo (di cui 14 in Italia). Disponibile anche in Italia, questa opportunità funziona come per gli altri social media: si possono perciò condividere storie con foto e video della durata massima di 20 secondi, che resteranno visibili per 24 ore sul proprio profilo. L’opzione è disponibile per l’app mobile. Le storie possono essere personalizzate con testo, tag e adesivi a tema, e sarà possibile avviare una conversazione tramite la funzione “Domanda del giorno” (“Question of the Day”).

Obiettivo? Aumentare l’engagement

Ma perché LinkedIn ha ceduto alle Stories? Probabilmente a seguito del lockdown, che ha costretto un po’ tutti a sovrapporre vita personale e professionale, senza nette distinzioni. “Rimanere connessi, a livello personale e professionale, non è mai stato così importante come ora” ha dichiarato all’Agi Michele Pierri, News Editor di LinkedIn Italia, “Durante il lockdown i nostri membri hanno utilizzato LinkedIn per tenersi in contatto con colleghi e altre persone sia per cercare consigli, che per trovare nuove opportunità, o semplicemente per tenersi aggiornati. Vediamo le storie come una naturale continuazione di questa connettività più personale tra colleghi, e abbiamo già visto centinaia di migliaia di nuove conversazioni che si sono innescate tramite le storie”. Inoltre negli ultimi mesi il social professionale ha registrato una crescita del 55% su base annua delle conversazioni tra gli utenti, e un aumento del 60% relativo alla creazione di contenuti sulla piattaforma. Da qui la necessità di attivare le Stories, così da condividere il più possibile contenuti con altri format. Ma forse la piattaforma ha voluto sperimentare le Stories anche per incrementare il tempo medio di permanenza nonché per attirare un target più giovane e già abituato a utilizzare una modalità di comunicazione verticale.

In Italia la funzione è già attiva

La nuova opzione è disponibile dal mese di ottobre anche in Italia, dopo aver debuttato prima in Brasile, Australia, Emirati Arabi, Francia e Paesi Bassi. “Il formato Stories è ottimo per condividere momenti chiave di eventi di lavoro e lo stile narrativo full-screen semplifica la condivisione di consigli e trucchi per lavorare in modo più efficiente…” ha scritto sul blog ufficiale Pete Davis, head of content products di LinkedIn. “Non vedo l’ora di scoprire come le storie renderanno più creativo e autentico il modo in cui gli utenti condividono la loro vita lavorativa, in modo che possano costruire e coltivare le relazioni necessarie in un’ottica di produttività e di successo professionale”.

Smartphone in vacanza: dove e come gli italiani hanno rotto il telefono

Dove hanno rotto lo smartphone gli italiani durante le vacanze estive 2020? Uno studio elaborato dal WeFix Lab in base ai dati delle riparazioni elaborate dal Dipartimento Statistico di iFix-iPhone.com, il booking che seleziona i centri assistenza smartphone, al primo posto tra le regioni in cui si sono rotti più smartphone c’è la Liguria, mentre spiaggia e laghi si riconfermano come i luoghi più pericolosi per i telefonini. La ricerca la dice lunga però anche su quanto la pandemia abbia inciso sulle vacanze degli italiani, e sulla dose di imprudenza utilizzata sull’utilizzo dello smartphone. Soprattutto fra le fasce più giovani.

Forte calo di richiesta di assistenza da parte dei turisti stranieri

La Liguria, al primo posto, quindi, fa un balzo in avanti di 8 posizioni rispetto all’anno precedente, ed è seguita da Sardegna, Calabria e Sicilia. I numeri di richiesta assistenza in queste regioni sono stati elevati, con una leggera frenata da metà agosto a causa dell’espandersi dei contagi da Covid- 19 in alcune località, si legge su ItaliachiamaItalia.it. Un dato interessante è il forte calo di richiesta di assistenza da parte dei turisti stranieri e quello di connazionali rientrati invece da altre Nazioni. Pare infatti che il 50% dei vacanzieri sia rimasto nella propria zona optando perlopiù le zone di mare (70%) e solo il 10% la montagna. I pochi che hanno scelto le mete estere che hanno richiesto assistenza non sono andati troppo lontano, al primo posto infatti troviamo la Svizzera, seguita da Francia, Malta, Grecia, Croazia e Spagna.

Il marketing ingannevole è complice dei “tuffi” del telefonino

La spiaggia e i laghi si riconfermano in testa alla classifica come luoghi più pericolosi per gli smartphone, con il classico “tuffo in acqua”, che sorprendentemente, quest’anno non è stato del tutto accidentale. Molti utenti infatti hanno volontariamente immerso il proprio smartphone in acqua per fare le foto, complice probabilmente il marketing ingannevole che fa apparire i dispositivi impermeabili piuttosto che semplicemente resistenti agli schizzi.

Al secondo posto invece si collocano le discoteche e i locali notturni, presi d’assalto dai più giovani, che in questa estate 2020 si sono rivelati anche i più disattenti, specie nella fascia di età 25-34 anni, con il 32.97% di smartphone danneggiati, e quella dai 18-24, con il 31.06%.

Molti danni causati da frequenti lavaggi con disinfettanti

Non vi sono invece variazioni in classifica per quanto riguarda i danni più frequenti, come la caduta accidentale (44.16%) e l’utilizzo imprudente del dispositivo (19.27%), al secondo posto della classifica. Alcune sorprese riguardano la causa di rottura. Molti dei danni da acqua pervenuti sono stati causati da frequenti lavaggi sotto l’acqua corrente o effettuati con liquidi quali alcol o solventi allo scopo di disinfettare lo smartphone. Alto anche il numero delle cadute accidentali da selfie, dato che gli utenti hanno preferito avventurarsi in autoscatti “estremi” piuttosto che dare a sconosciuti lo smartphone per farsi scattare una foto.

La nuova normalità è “agile”

Lo smart working è destinato a riscrivere il mondo del lavoro, e quello della vita privata. Questa modalità ha cambiato la destinazione d’uso delle stanze di casa o ha adattato gli ambienti domestici a postazioni di lavoro. Ma come in ogni ambiente professionale, anche nelle nuove case-ufficio nascono abitudini, tradizioni, e tormentoni. InfoJobs, la piattaforma per la ricerca di lavoro online, ha indagato come si svolge la vita degli italiani ai tempi del lavoro agile, con particolare attenzione ai meeting online, che hanno sostituito le riunioni in presenza. E se le call e le videocall sono ormai un’abitudine quotidiana del lavoratore agile la metà degli intervistati (52%) trascorre al telefono meno di un’ora, mentre l’altra metà tra una e tre ore al giorno (34,8%), e il 13,2% quattro ore e più

Gli imprevisti della videocall

I lavoratori riservano grande importanza alla preparazione per affrontare una videocall, riferisce Adnkronos. In casa si cerca un luogo dove l’audio sia perfetto e dove nessuno disturbi (48,5%), ma anche uno sfondo neutro per non far vedere troppo la casa (26,7%). Importante poi avere un aspetto curato (19,4%), ma è meglio essere preparati per l’agenda del giorno (22,4%).

Spesso poi ci si imbatte in piccoli intoppi tecnici o “invasioni domestiche” che creano tormentoni, come “Sei in muto!” (55,4%), “Scusate, il citofono!”, “Chiudo la finestra, oggi i vicini hanno deciso di tenere un concerto/tagliare l’erba/fare i lavori” (30,6%), o “Non si capisce nulla, parliamo uno alla volta!” (29,4%).

Quando la vita vera irrompe nello schermo

InfoJobs ha poi individuato gli imprevisti da videocall che strappano un sorriso ai partecipanti, dai figli che urlano o litigano, giocando o facendo videolezioni (46%) ai famigliari con mise improbabili che irrompono nello schermo (41,1%), fino al gatto che passa davanti al monitor (20,8%). I lavoratori sono consapevoli che accendere la telecamera o attivare l’audio può portare non solo a uno scambio di informazioni di lavoro, ma anche a ripetizioni delle tabelline, un lampadario kitch che verrà per sempre associato al collega, o semplicemente ai rumori della vita vera che deve andare avanti.

Le richieste dei capi trovano sempre il modo di arrivare

In ogni caso, che siano al telefono, via mail o chat le richieste dei capi trovano sempre il modo di arrivare, e in cima alla classifica della domanda più ricorrente i lavoratori sono d’accordo. Il 53,6% dichiara che i superiori chiedono soprattutto di fissare una video-chiamata di aggiornamento periodica del team, magari per monitorare i progressi di un’attività e valutare insieme opportunità e criticità. Anche fra colleghi la richiesta più frequente è un allineamento del team (59,6%), segue il bisogno di supporto (47,5%) o una proposta di divisioni delle attività per rispettare le deadline stabilite, magari dal capo o dai clienti.

E proprio prima di affrontare il capo, secondo il 14,1% fra colleghi è frequente la proposta di un pre-meeting sulla versione da raccontare

Le imprese sociali in Europa

Le imprese sociali sono ampiamente diversificate in termini di tipologie di servizi di interesse e target serviti. Questi diversi campi di attività possono, tuttavia, essere ricondotti a tre principali aree di intervento: servizi sanitari e sociali, integrazione lavorativa di persone svantaggiate, e altre sfide sociali.

Le imprese sociali contribuiscono alla creazione di migliaia di posti di lavoro, in particolare per le persone svantaggiate. Lo dimostra lo studio Social Enterprises and their Ecosystems in Europe, redatto da Euricse ed EMES Network su incarico della Commissione Europea, che fornisce una panoramica aggiornata della mappatura delle imprese sociali in Europa. Secondo lo studio però nonostante esista un’ampia gamma di strumenti e attività di formazione per colmare la mancanza di competenze degli imprenditori sociali, molti programmi di training tendono a mimare quelli delle società tradizionali.

Le tre dimensioni dell’impresa sociale

La definizione di impresa sociale è stata articolata su tre dimensioni che la contraddistinguono, la dimensione sociale, la dimensione imprenditoriale, la dimensione della proprietà della governance. Sulla base di questa definizione, le imprese sociali, oltre a mostrare le tipiche caratteristiche di tutte le imprese, devono perseguire un esplicito obiettivo sociale. Ciò implica che i prodotti forniti/attività gestite devono avere una connotazione di interesse pubblico e sociale. Inoltre, ci si aspetta che le imprese sociali scelgano modelli di governance inclusivi. Le imprese sociali, inoltre, adottano un dispositivo specifico, il vincolo alla distribuzione degli utili, che ha lo scopo di garantire che lo scopo perseguito sia salvaguardato, e sopravviva nel tempo, al di là dell’impegno dei suoi fondatori.

Un potenziale ancora lontano dall’essere pienamente sfruttato

Le imprese sociali sono emerse principalmente negli ultimi due decenni. Il loro sviluppo è plasmato dai valori della solidarietà, che incoraggiano i cittadini ad auto-organizzarsi, e si intrecciano con specifiche politiche e schemi pubblici.

I report dei differenti Paesi mostrano che il numero delle imprese sociali e delle persone occupate stanno progressivamente aumentando in quasi tutti gli Stati dell’Unione. La domanda di servizi erogati dalle imprese sociali cresce, e contemporaneamente, il contesto nel quale operano sta diventando sempre più abilitante. Nel complesso c’è una correlazione tra il grado di riconoscimento dell’impresa sociale, la sua istituzionalizzazione, la dimensione e la facilità di accesso ai finanziamenti. Tuttavia, il potenziale dell’impresa sociale è ancora lontano dall’essere pienamente sfruttato.

Risorse generatrici di reddito

Le imprese sociali si basano su un mix di risorse finanziarie derivanti da diverse attività generatrici di reddito che variano a seconda dei Paesi, riferisce Italpress.

Le modalità di interazione con l’attore pubblico includono la co-progettazione a contratto, i voucher e bilanci personali, nonché gli appalti pubblici, che regolamentati dalle norme UE in materia di appalti pubblici, offrono nuove opportunità per le imprese sociali. Certamente le imprese sociali non sono ancora investor-ready in quasi nessuno dei Paesi analizzati. Inoltre, le risorse rimborsabili sono per lo più modellate secondo una logica d’investimento tradizionale, che si aspetta rendimenti alti e a breve termine. Ciò che le imprese sociali non sono in grado di garantire.

Uscire dalla crisi Covid-19: su cosa puntare per il cambiamento?

Il Covid-19 non è solo un problema sanitario, ma un campanello d’allarme su molti mali urgenti a livello globale. Il virus ci ha mostrato molti dei nostri errori, dalla disgregazione sociale alla povertà, dal divario digitale alla carenza di istruzione, dalla mancanza del lavoro all’allarme minoranze e a quello ambientale. E l’indice di sviluppo umano è in calo per la prima volta in 30 anni. La questione è capire come rendere questa crisi un’opportunità per un cambiamento positivo. Come ricostruire il futuro dello sviluppo per una società più sostenibile ed egualitaria a livello mondiale? Sono temi approfonditi dallo Human Development Report (HDR, edizione 2020), a cura dell’Ufficio per lo sviluppo umano del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP).

Ripensare i modelli economici e sociali

“Covid-19 ha scatenato una crisi nello sviluppo umano senza precedenti – spiegano i referenti dello HDR Office -. Tuttavia offre anche l’opportunità di reimmaginare ciò che è possibile e desiderabile per il futuro. Le politiche sono attualmente in fase di progettazione per far fronte alla crisi e si stanno mobilitando enormi risorse finanziarie aggiuntive”.

La distruzione ha assunto proporzioni su scala mondiale, “tanto da dovere aggiornare l’indice di ‘sviluppo umano’ che per la prima volta da 30 anni sta regredendo – commenta Achim Steiner, amministratore del Programma sviluppo delle Nazioni Unite -. Dobbiamo ripensare ai nostri modelli economici e sociali. Ogni crisi porta con sé una opportunità che i leader globali devono cogliere”.

I giovani di tutto il mondo stanno pagando cara questa pandemia

“I giovani di tutto il mondo stanno pagando cara questa pandemia”, puntualizza  Joseph Stiglitz, economista e docente alla Columbia University, Nobel per l’economia nel 2001.

Ma sono gli stessi giovani a farsi portavoce di un nuovo idealismo, combattendo contro l’ingiustizia e alzando la voce in difesa del pianeta, riporta Ansa. Su cosa puntare quindi per avviare il cambiamento? “Creiamo una vita post pandemia con obiettivi sostenibili, per un mondo più verde, contrassegnato da una più grande giustizia sociale e che promuove lo sviluppo nei paesi più poveri”, suggerisce Stiglitz. Insomma, dobbiamo ridurre i consumi, poiché abbiamo accumulato troppo. E dovremmo diventare una società più attenta.

Cooperazione in agricoltura, economia e sviluppo etico

L’economista Bina Agarwal, docente di economie di sviluppo e ambientali alla University of Manchester, ha proposto 3 principi di base: cooperazione, comunità e società che preservi.

“La situazione è precipitata in modo preoccupante – conferma Agarwal – siamo di fronte a un’inversione di sviluppo ambientale. Non assistiamo solo a una crisi economica incombente ma a un forte allarme di povertà – aggiunge -. Su 140 paesi, dal 1992 al 2014, già il ‘capitale di natura’ procapite è calato anche laddove il PIL è cresciuto. Il trend non si arresterà a breve, ma nel lungo periodo sarà possibile frenarlo se siamo capaci di ripensare a una cooperazione nel campo dell’agricoltura, dell’economia e dello sviluppo etico”.

WhatsApp, si potrà usare lo stesso account su più smartphone?

Pare che WhatsApp stia per introdurre l’ennesima novità. Questa volta potrebbe consentire l’uso dello stesso account su più smartphone contemporaneamente. Al contrario di quanto accade ora, che quando si cambia telefono o comunque si vuole accedere a WhatsApp su un altro smartphone la app smette di funzionare sul dispositivo precedente. La nuova funzione, a cui la compagnia sta lavorando dal 2019, è stata scoperta da WeBetaInfo, e dovrebbe permettere di usare l’applicazione anche sul tablet. Insomma, oltre ad avere allargato le videochiamate di gruppo a 8 partecipanti e aver bloccato l’inoltro di gruppo dei messaggi per ridurre l’impatto delle fake news e delle “catene di Sant’Antonio”, WhatsApp è vicina a rinnovarsi ulteriormente per rendere sempre più agevole l’uso dell’applicazione.

Obiettivo, un unico account per differenti numeri telefonici

Della possibilità di utilizzare lo stesso account WhatsApp su diversi smartphone se ne parla da tanto, ma i tempi di lavorazione della nuova funzionalità si sono dilatati. La nuova funzione infatti è abbastanza complessa da implementare, poiché l’account è connesso al numero di telefono. Un problema non da poco per chi, ad esempio, ha due smartphone, magari uno utilizzato solo per motivi personali e uno per lavoro, ed è costretto ad avere due account differenti.

L’obiettivo è dunque quello di evitare che a seconda della necessità un utente di questo tipo debba continuamente passare da un dispositivo all’altro, consentendo di utilizzare un unico account anche con differenti numeri telefonici, riporta Webnews.

Al momento non si sa quando la funzione sarà rilasciata

Da quanto scoperto da WaBetaInfo analizzando il codice dell’ultima versione beta di Android (la 2.20.143), WhatsApp sembra vicinissima all’account multi-device (multi-dispositivo). La funzione però non è in versione di test nella beta, né si sa quando esattamente sarà rilasciata, ma esistono le prime tracce tangibili sul fatto che gli sviluppatori ci stiano lavorando seriamente. Sarebbe una vera e propria rivoluzione per WhatsApp, perché significa rivedere l’intera architettura dell’app cercando di mantenerne l’attuale affidabilità.

L’attivazione sarà via WiFi

Stando a quanto emerge da alcune immagini che circolano sul Web, sarà una funzione apposita che da WhatsApp consentirà di attivare il supporto al multi-dispositivo, ma curiosamente la procedura chiede all’utente di utilizzare la connessione WiFi. È probabile che l’app debba trasferire dati pesanti dell’account da uno smartphone all’altro. Secondo indiscrezioni, inoltre, la nuova funzionalità dovrebbe essere disponibile contestualmente al rilascio della versione di WhatsApp per iPad.

 

Nonostante il lockdown un italiano su 10 mente per uscire

Il lockdown non ha fermato gli italiani, che continuano a uscire di casa anche a costo di mentire sulle reali necessità a doversi allontanare dall’abitazione.

Più di un italiano su dieci (11%) infatti non rispetta le indicazioni e i divieti in termini di uscite da casa, spostamenti, e rispetto delle distanze sociali, come dimostra la presenza di ancora troppe persone all’aperto. Lo ha scoperto una indagine di Coldiretti/Ixè sui comportamenti degli italiani al tempo del Coronavirus, secondo la quale pur di uscire di casa gli italiani trovano spesso giustificazioni piuttosto fantasiose.

La scusa più gettonata è dover fare la spesa

Nonostante l’emergenza Coronavirus e gli inviti a restare a casa quasi 1 italiano su 3, il 30%, come emerge dall’analisi della Coldiretti, non resiste nemmeno 72 ore prima di dover uscire per fare la spesa in negozi, supermercati e alimentari. Tanto che la scusa più gettonata per uscire è senza dubbio quella di dover andare a fare la spesa. Il risultato è che nel 38% delle case degli italiani sono state accaparrate ingenti scorte di prodotti alimentari e bevande per il timore di non trovali più disponibili sugli scaffali.

Nelle dispense si accumulano scorte di cibo, e si favoriscono gli sprechi

Secondo l’Indagine coldiretti/Ixè nelle dispense sono stati accumulati soprattutto pasta, riso e cereali (26%), poi latte, formaggi, frutta e verdura (17%), quindi prodotti in scatola (15%), carne e pesce (14%), salumi e insaccati (7%) e vino e birra (5%), riporta Adnkronos. Per Coldiretti si tratta di un comportamento che oltre a essere pericoloso per la salute, per l’attesa nelle lunghe file fuori dai supermercati e alle casse, ma che favorisce anche le speculazioni dal campo alla tavola nonché gli sprechi di cibo, in un momento delicato per le forniture alimentari del Paese.

Un’impennata di multe e segnalazioni all’autorità giudiziaria

Saranno le belle giornate, la stanchezza o la tensione che inizia ad allentarsi, nonostante l’emergenza sia ancora altissima nonostante i divieti, i controlli diventati sempre più serrati lungo le strade di tutte le città italiane, in tanti continuano a uscire e violare le regole imposte dal decreto del Governo per arginare i rischi di contagio. Dal Nord al Sud della Penisola aprile è iniziato con un’impennata di multe e segnalazioni all’autorità giudiziaria. Il bollettino del ministero dell’Interno, riporta Il Messaggero, parla di quasi 15 mila violazioni in soli due giorni. Un’escalation che preoccupa soprattutto gli esperti, poiché resistere fra le mura domestiche, evitando al massimo di incontrare altre persone e uscendo il meno possibile, è l’unica arma a disposizione per evitare che si creino nuovi focolai.

Il data scientist è maschio, donne solo 15%

La scienza dei dati è uno dei settori più in rapida crescita del mercato del lavoro, ma è ancora un campo dominato dagli uomini. Tanto che se le facoltà scientifiche nel mondo hanno raggiunto il 35% di ragazze iscritte, solo il 15% diventa una data scientist. Almeno, da quanto emerge dall’indagine di Boston Consulting Group, What’s Keeping Women Out of Data Science, condotta su più di 9.000 studenti e neo laureati di dieci Paesi (Australia, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Giappone, Spagna, USA, Regno Unito).

Il data scientist insomma non è un mestiere per donne, ma dovrà esserlo, in quanto, “se i dati da trattare aumentano, il bacino di talenti per analizzarli si deve ampliare e per questo è fondamentale il contributo dei talenti femminili”, afferma Laura Alice Villani, Managing Director e Partner di Bcg.

Uno squilibrio che “rende monocolore un ambito come quello dell’AI”

Questo squilibrio, secondo Laura Alice Villani, “rende monocolore un ambito come quello dell’Intelligenza artificiale”, che per diventare “una risorsa preziosa per l’economia – aggiunge – è necessario sia diffusa tra la pluralità della popolazione: donne comprese”. Nel mondo ci sono però Paesi virtuosi come Australia, Francia e Spagna, dove molte donne sono impiegate nel mondo dei dati e “hanno fatto da apripista per le nuove generazioni di scienziate”, conferma la Managing Director di Bcg. Secondo l’indagine, alla base di questo fenomeno c’è una scarsa informazione, una conoscenza inesatta della materia, in quanto è un lavoro percepito troppo da nerd o troppo competitivo, riporta Ansa.

Una professione troppo competitiva

Lo dicono le donne stesse, 81 su 100 definiscono questa professione come troppo competitiva e il 48% la ritiene di scarso impatto sulla società. Secondo Bcg il 73% delle donne laureate in scienza dei dati afferma di preferire un lavoro più pratico e più utile alla società (contro il 50% degli uomini). Lo afferma anche il 67% di tutte le studenti di materie Stem (contro il 61% degli uomini), riferisce CorriereComunicazione. Le principali ragioni del gap sono quindi la percezione negativa di questa professione, la paura di una cultura basata sulla competizione più che sulla collaborazione e la scarsa informazione fornita da università e aziende sulle caratteristiche di questo lavoro.

Un trend negativo da invertire

Il trend negativo femminile, secondo Bcg, si interromperà se lo stereotipo lavorativo si adeguerà agli interessi e alle attitudini femminili. Le aziende dovranno modificare le tecniche di recruiting evitando gli hackaton e le gare di coding e abbassare in generale i toni sulla competizione favorendo invece il concetto di collaborazione. Dovrà migliorare anche la comunicazione del valore aggiunto e dell’utilità pratica del lavoro di data scientist, anche perché il 45% delle donne si dice poco informata sulle caratteristiche e finalità di questa professione.