Autore: Fabrizio Gambetta

Alle superiori piovono le insufficienze: 4 studenti su 10 puntano sulle ripetizioni

Una ricerca condotta da Skuola.net – Ripetizioni.it su un campione di 2.600 studenti di licei, istituti tecnici e professionali lo conferma: alla fine del primo quadrimestre sono quasi 2 studenti delle superiori su 5 a non aver raggiunto il 6 in almeno una materia. E 1 su 7 ha collezionato almeno tre insufficienze. Insomma, sugli studenti delle superiori piovono brutti voti.  A ulteriore conferma del cambio di passo registrato negli ultimi mesi, le ragazze e i ragazzi risultati insufficienti al primo giro di boa dell’anno scolastico evidenziano un’altra circostanza. Per il 45% i problemi si sono manifestati da settembre a oggi, e per il 27% si tratta di difficoltà che affondano le radici già prima della pandemia. Il 29% poi afferma che le lacune presenti sono l’eredità del biennio passato alle prese con la didattica a distanza.

Meglio affidarsi ai corsi di recupero, un docente privato o un parente?

Se la maggior parte delle scuole ha comunque offerto corsi di recupero per chi ne aveva bisogno, la metà degli studenti ha preferito declinare l’invito per rivolgersi al supporto personalizzato sotto forma di ripetizioni. E solo 1 studente su 4 ne ‘denuncia’ l’assenza.  Tra chi ha avuto la brutta sorpresa in pagella, il 39% si è infatti affidato a un docente privato. C’è chi lo ha fatto anche prima della ‘sentenza’ (26%) e chi ha iniziato subito dopo o lo farà a breve (6%), e chi si è fatto affiancare ma ha smesso dopo aver raddrizzato la situazione (7%). A questi vanno aggiunti quelli (27%) che hanno preferito farsi aiutare gratuitamente da parenti o conoscenti.

Quanto costano le lezioni private?

Anche tra chi ha superato indenne il primo quadrimestre sono però in tanti quelli che hanno voluto arrivare con maggiori sicurezze alla seconda parte dell’anno, 1 su 6. Il motivo? Principalmente per consolidare i propri voti, puntando ancora più in alto. Stando a quanto raccontano i ragazzi, quest’anno la stima di spesa per le ripetizioni si aggira mediamente sui 400 euro a famiglia.
I budget investiti sono però molto diversificati: per il 16% la spesa annua stimata è inferiore a 100 euro, per il 50% è una somma compresa tra 100 e 400 euro, e il 34% si proietta a cifre che superano i 2000 euro.

Matematica, la spina nel fianco per due terzi dei ragazzi

Ciò che invece non si è modificato rispetto allo scorso biennio è l’elenco delle materie su cui gli studenti vanno più in difficoltà. Al primo posto regna incontrastata la matematica, spina nel fianco per i due terzi (65%) dei ragazzi che recentemente si sono rivolti alle ripetizioni. Seguono le altre materie scientifiche, messe nella lista dal 34% degli intervistati, e al terzo posto le lingue antiche (latino e greco), per le quali ha chiesto supporto il 28% degli alunni. Ai piedi del podio le lingue straniere, rinfrescate dal 22% sul totale di chi usufruisce delle ripetizioni.

Gender equality, e se il futuro in azienda fosse donna?

Qual è il punto sulla parità di genere nelle aziende italiane? Questa tema, particolarmente “caldo”, è stato al centro di una recente ricerca effettuata da EY con SWG. Subito l’indagine mette in luce che l’obiettivo della parità di genere nei ruoli dirigenziali sia tutt’altro che semplice da raggiungere nel breve termine: per il 35% delle dirigenti intervistate ci vorranno più di 10 anni, mentre per il 16% sarà del tutto irraggiungibile. Come se non bastasse, la metà delle lavoratrici intervistate ritiene presente uno squilibrio nella possibilità di carriera e di compensi rispetto ai colleghi uomini. 

Donne penalizzate

Anche se emerge – ed è una buona notizia – che le doti di leadership non sono in alcun modo legate al genere, la ricerca evidenzia che nel contesto lavorativo ci sono ancora forti squilibri di genere con una decisa penalizzazione delle donne. In particolare, il 30% delle lavoratrici tra 30 e 50 anni afferma che la posizione professionale occupata non è in linea con le proprie competenze e aspettative, mentre il 40% ritiene che la propria retribuzione non sia adeguata al lavoro svolto. Inoltre, il 52% dichiara che nella propria azienda uomini e donne non hanno le stesse opportunità di fare carriera. A supporto dei dati appena citati, emerge che nella percezione sia delle lavoratrici che dei dirigenti (donne e uomini) interpellati, solo in un terzo delle aziende è presente una parità di genere per quanto riguarda i ruoli dirigenziali e laddove le donne occupino ruoli dirigenziali, si trovano a gestire una quantità di risorse inferiori rispetto ai colleghi. Un altro dato significativo circa le difficoltà con cui si devono misurare le lavoratrici riguarda la maternità: oltre la metà delle intervistate ha dichiarato di aver ricevuto durante il primo colloquio di lavoro domande sul fatto di avere figli o di volerne in futuro. Dunque, la maternità appare ancora un elemento di ostacolo nei percorsi di ingresso nel mondo del lavoro e nella possibilità di fare carriera. 

Ancora poche le aziende che hanno politiche ad hoc

A livello di iniziative per ridurre il gender gap, nella percezione degli intervistati risultano ancora poche le aziende italiane che si sono dotate di un struttura organizzativa ad hoc per affrontare temi come gender equality e inclusione. Nello specifico, il 68% delle aziende non è dotato di una struttura ad hoc che si occupi di inclusione e solo il 21% ha previsto di crearne una prossimamente.  In particolare risultano mancare soprattutto le strutture in favore di un corretto equilibrio tra lavoro e famiglia, oltre a sistemi per la misurazione della gender equality. Un dato che fa particolarmente riflettere è quello sulla diversa percezione tra dirigenti uomini e donne in fatto di effettiva equità nel trattamento: per il 76% dei dirigenti uomini c’è parità di trattamento, contro il 50 % dei dirigenti donne.

Quali sono gli 11 claim più performanti nel carrello della spesa?

Dall’Italianità al Lifestyle al Rich-in fino alla Cura della persona: questi sono alcuni dei claim più performanti in termini di vendite, ovvero, alcune caratteristiche dei prodotti di largo consumo più apprezzate dai consumatori e più valorizzate sulle confezioni dai produttori. Lo ha scoperto la decima edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, che per ognuno degli 11 fenomeni di consumo monitorati ha individuato i claim e le indicazioni che hanno registrato il maggior aumento del sell-out nel corso dei 12 mesi rilevati. E il primo è appunto l’Italianità: a crescere maggiormente secondo l’Osservatorio di GS1 Italy sono infatti le vendite dei prodotti certificati Doc o Docg (+9,1% e +17,1%). Tra i prodotti che indicano in etichetta la loro regione d’origine i trend più interessanti riguardano la regione Lazio (+17,0%), la Puglia (+16,6%) e il Veneto (+15,5%).

Free from, Rich-in, e Intolleranze

Il secondo claim segnalato dall’Osservatorio Immagino, Free from, evidenzia la forte attenzione per i prodotti “senza zuccheri aggiunti” (+7,6%) o con “pochi zuccheri”. Tra i claim emergenti spiccano “senza antibiotici” (+18,4%), “non fritto” (+16,5%) e “poche calorie” (+11,5%).
Quanto al Rich-in continua l’interesse per i prodotti che segnalano in etichetta l’apporto di “proteine” (+8,5%). Meno diffusi, ma con performance positive anche i claim “zinco” (+9,9%), “magnesio” e “potassio”. E per il claim Intolleranze cresce l’interesse per i prodotti “senza uova” (+6,1%), “senza latte” (+4,4%) o “senza lievito” (+4,2%).

Lifestyle, Loghi/Certificazioni, Ingredienti benefici e Metodo di lavorazione

Per il Lifestyle l’Osservatorio sottolinea vendite sopra la media per i prodotti etichettati come “vegano” (+5,7%) o “vegetariano” (+5,3%), e per Loghi/Certificazioni è il marchio di conformità europea CE ad aver messo a segno la miglior performance (+12,8% su base annua).
Per gli Ingredienti benefici aumentano in particolare le vendite di semi (+8,2%) e superfruit (+6,8%), e letteralmente volano quelle di spirulina (+63,2%), avocado (+34,6%) e canapa (+22,0%). 
Per il Metodo di lavorazione piacciono molto i prodotti presentati come “non filtrati” (+17,8%), “affumicati” (+17,4%) e “artigianali” (+11,8%).

Texture, Cura casa green e Cura persona
Per la Texture dei prodotti è l’attributo “croccante” il più performante (+5,8%), mentre per il claim Cura casa green sono molto positive le vendite dei prodotti con confezioni in “plastica riciclata” (+17,1%) o con il claim “biodegradabile” (+15,2%). E per finire, il claim Cura persona evidenzia ottime le performance dei prodotti segnalati con “prebiotici/probiotici” (+37,9%), “senza coloranti” (+31,9%) o con “acido ialuronico” (+17,8%).

Imprese e abitazioni, un vademecum per l’efficienza energetica

Quali accorgimenti si possono adottare per intervenire sui consumi energetici di case e imprese e ottener benefici in bolletta e per l’ambiente? Lo spiega all’Adnkronos Dario Di Santo, direttore di Fire – Federazione italiana per l’uso razionale dell’energia.
“Se parliamo di famiglie – commenta Di Santo – il primo consiglio è di guidare l’auto in modo dolce: si possono ridurre i consumi del 15-20%, il tempo richiesto per lo spostamento cresce molto meno del risparmio, e si arriva a destinazione più rilassati”.
In casa si possono installare luci a led, e per stare attenti agli sprechi seguire i consigli riportati nelle istruzioni dei propri elettrodomestici per un uso ecologico degli stessi. “I risparmi conseguibili – continua Di Santo – dipendono dal livello di efficienza energetica di partenza”.

Investire negli interventi di riqualificazione

A lungo termine, “è possibile investire in interventi di riqualificazione energetica per tutte le esigenze – aggiunge Di santo -. Da quelli che riguardano l’involucro edilizio a quelli in centrale termica, senza dimenticare i sistemi di gestione ottimale del sistema edificio-impianto e la generazione in loco. Discorsi simili si possono fare per gli edifici del terziario. Sono tra l’altro disponibili incentivi piuttosto interessanti, dai vari bonus edilizi al conto termico. In questo caso i risparmi conseguibili possono essere davvero rilevanti e si ottengono grandi benefici in termini di comfort, sicurezza e valorizzazione dell’immobile”.

Le imprese ‘energivore’

Per le imprese cosiddette ‘energivore’, “non sempre è facile conseguire benefici immediati – puntualizza Di santo -. In genere i grandi consumatori di energia sono stati più attenti negli anni e dunque fanno più fatica a individuare interventi semplici. Si tratta dunque di imprese che necessitano di un supporto sia per investire sia per fare fronte a costi energetici non compatibili con i propri bilanci. Questi soggetti rappresentano però una percentuale molto piccola delle imprese italiane: negli elenchi della Csea gli energivori sono nell’ordine delle 3.500 aziende”. Negli altri casi, spiega Di Santo, “facendosi aiutare da un energy manager o da un Ege, esperto in gestione dell’energia, è possibile individuare le aree di spreco energetico, ossia i risparmi immediati, e le opportunità di intervento più interessanti e cantierabili in tempi brevi”.

Mettere a punto una strategia di intervento

Guardando a tempi più lunghi, secondo Di Santo “per le imprese si tratta di mettere a punto una strategia di intervento su efficienza energetica e fonti rinnovabili di medio periodo, accorpando gli interventi con pay-back time breve e lungo, in modo da ottenere il recupero dei capitali in tempi accettabili. Attraverso un energy management adeguato, meglio ancora un sistema di gestione dell’energia certificato ISO 50001, è possibile conseguire risparmi energetici crescenti negli anni, insieme a benefici rilevanti nell’ottica della sostenibilità, ma anche della produttività, della riduzione dei rischi e dei costi, e della competitività”.

Cosa fare quando si verifica una perdita d’acqua in casa

Una delle cose più spiacevoli che possa capitare in casa è quella di constatare un allagamento in cucina.

Il verificarsi di una perdita d’acqua infatti è certamente fastidioso e necessità di grande impegno da parte nostra per sistemare nuovamente tutto, considerando che anche mobili ed eventuali tappeti potrebbero essersi bagnati.

Ma il problema più grande non è questo, ma quello relativo ad eventuali danni che possiamo involontariamente andare ad arrecare ai piani inferiori.

Dunque quando si verifica una perdita d’acqua in casa, ci sono delle cose da fare immediatamente per cercare di risolvere il problema.

Chiudere l’erogazione dell’acqua

La prima cosa da fare non è quella di individuare la perdita, ma al contrario è quella di andare a chiudere l’acqua così da porre fine alla perdita. In questa maniera avremmo infatti risolto il primo problema, cioè quello di evitare di peggiorare ulteriormente le cose.

Mettendo fine al flusso dell’acqua, potremmo da subito dedicarci alle fasi di rimozione dell’acqua stessa, così da preservare gli arredi ed i suppellettili.

Terminata questa procedura, possiamo concentrarci su quello che è l’aspetto cruciale, ovvero identificare la perdita.

Identificare la perdita

Questa fase non è semplice e soprattutto è delicata, e dunque individuare con esattezza l’eventuale provenienza di una perdita può richiedere un occhio piuttosto allenato.

A perdere potrebbero semplicemente essere delle tubature a vista come quelle che si trovano sotto i rubinetti, ma l’acqua potrebbe arrivare anche dall’appartamento dei vicini o ad esempio da un tetto.

Dedica a questa fase tutto il tempo necessario e, se ritieni di non avere esperienza a sufficienza per poter intervenire in maniera risolutoria, fai bene a rivolgerti ad un servizio di pronto intervento 24 che possa mettere a tua disposizione un bravo idraulico rapidamente.

Elimina L’acqua stagnante

Se invece sei riuscito ad individuare in maniera inequivocabile l’origine della perdita d’acqua, fai bene ad eliminare quella stagnante. Questa infatti, con il trascorrere del tempo è in grado di infiltrarsi fino a raggiungere gli appartamenti sottostanti.

Fai bene allora rimuovere tutta l’acqua utilizzando ad esempio degli stracci o eventualmente un piccolo aspiratore d’acqua nel caso in cui la quantità sia più di quel che pensavi.

Elimina muffa e umidità

Dopo aver rimosso tutta l’acqua che si era accumulata nei pressi della perdita, fai bene anche a concentrarti su quelle eventuali macchie di umidità o muffa che inevitabilmente si saranno già formate.

Per far ciò, cerca di far circolare liberamente l’aria all’interno della zona interessata dalla perdita, così che possa esserci un adeguato ricambio e l’umidità possa uscire.

Nel caso in cui l’umidità presente sul posto sia eccessiva e la normale circolazione dell’aria non sia ritenuta sufficiente a risolvere il problema, è possibile utilizzare un apposito deumidificatore il cui compito è quello di andare ad estrarre tutta l’umidità presente nell’ambiente.

Ripristina la situazione originale

Quando avrai rimosso tutta l’acqua, inclusa quella stagnante, identificata la perdita ed eliminato il problema, nonché eliminate eventuali tracce di muffa e umidità, sarà il momento di ripristinare la situazione originale andando ad effettuare eventuali piccole opere murarie per chiudere nuovamente eventuali spiragli che eri stato costretto ad aprire per arrivare fino ai tubi.

In breve

In questa maniera potrai ritenerti soddisfatto perché sarai riuscito ad individuare la perdita, eliminare il problema e ripristinare la normale situazione.

Come vedi, anche se non hai grande dimestichezza con questo tipo di pratiche, puoi ugualmente tentare di effettuare una riparazione autonoma.

Come accennato, nel caso in cui questa operazione dovesse essere troppo complicata per quelle che sono le tue conoscenze, fai bene ad affidarti ad un professionista.

Gli attacchi alle email aziendali sono in aumento

Gli attacchi alle email aziendali (Business E-mail Compromise, BEC) sono schemi di frode che consistono nell’impersonare il membro affidabile di un’azienda.
Nel quarto trimestre del 2021 i sistemi di Kaspersky hanno sventato più di 8.000 attacchi BEC, che hanno raggiunto il picco in ottobre con un totale di 5.037 attacchi. Secondo Verizon, questo tipo di frode è stato il secondo attacco di social engineering più comune del 2021. Nel corso del 2021, i ricercatori di Kaspersky hanno analizzato il modo in cui i truffatori creano e diffondono le email false, scoprendo che gli attacchi tendono a rientrare in due categorie: su larga scala (BEC-as-a-Service) ed estremamente mirati (BEC mirati).

BEC-as-a-Service e BEC mirati

Gli attacchi BEC-as-a-Service si basano su un meccanismo molto semplice in modo da poter raggiungere un numero più alto di vittime. Per riuscirci, gli attaccanti inviano in massa messaggi non particolarmente sofisticati da account di posta gratuiti. Altri criminali propendono per strategie più avanzate, gli attacchi BEC mirati, che colpiscono una casella di posta intermedia ottenendo l’accesso alla mail di quel dato account.
Successivamente, una volta trovata una corrispondenza adatta nella casella di posta elettronica compromessa della società intermediaria (questioni finanziarie o problematiche tecniche relative al lavoro), continuano la corrispondenza con la società presa di mira impersonando l’azienda intermediaria. Spesso l’obiettivo è quello di persuadere la vittima affinché invii denaro o installi un malware.

“I truffatori usano questi schemi perché funzionano”

Questa tipologia di attacco si è rivelata particolarmente efficace, ragion per cui non è una tecnica sfruttata solamente da ‘piccoli’ criminali alla ricerca di facili guadagni.
“Al momento gli attacchi BEC sono tra le tecniche di ingegneria social più diffuse – spiega Roman Dedenok, security expert di Kaspersky -. La ragione è semplice: i truffatori usano questi schemi perché funzionano. Dal momento che sempre meno persone cascano nella trappola delle finte email di massa, i truffatori hanno incominciato a raccogliere attentamente i dati sulle loro vittime per poi servirsene per guadagnarsi la loro fiducia. Alcuni di questi attacchi vanno in porto proprio perché i cybercriminali riescono a trovare con facilità i nomi e i ruoli lavorativi dei dipendenti, così come le liste dei contatti in open access”.

Lo smart working alimenta una scarsa ‘igiene digitale’

“Le email restano il principale canale di comunicazione usato dalla maggior parte delle aziende – aggiunge Oleg Gorobets, Senior Product Marketing Manager di Kaspersky -. Tuttavia, man mano che lo smart working e l’archiviazione nel cloud diventano la nuova quotidianità, insieme all’aumento di una scarsa ‘igiene digitale’ prevediamo l’emergere di nuovi metodi di truffa, che sfrutteranno queste lacune nella sicurezza aziendale – puntualizza Gorobets -. Servirsi di una soluzione di sicurezza specifica e di una tecnologia ben collaudata e supportata da dati efficaci sulle minacce e algoritmi di machine learning può aiutare a fare la differenza”.

Sanità digitale, la spesa cresce ma la digitalizzazione è ancora frammentata

In Italia la spesa per la sanità digitale cresce del 5%, ma mancano le competenze digitali e le infrastrutture per la gestione dei dati. Se la pandemia ha spinto la diffusione di strumenti digitali nel settore della sanità, con cittadini, medici e strutture sanitarie che ora li utilizzano di più, soprattutto per la telemedicina, il processo di digitalizzazione del sistema sanitario italiano è ancora frammentato. Per questo è necessario attuare partnership tra pubblico e privato, soprattutto per cercare di creare progetti che vadano a rendere operativi quelli che sono gli stanziamenti del PNRR, pari a circa 10 miliardi per la medicina territoriale e altri10 per gli ospedali. Di questo si è parlato nella seconda giornata della Winter School 2022 di Pollenzo, durante l’incontro dal titolo ‘Oltre la logica dei silos per un’offerta integrata di salute’, organizzata da Motore Sanità, con il contributo di Siemens.

Ripensare processi e cambiare i modelli

Digitalizzare non significa trasferire un dato da una cartella cartacea a una computerizzata, ma ripensare processi e cambiare i modelli della sanità stessa puntando soprattutto sulla prossimità al paziente – spiega Alessandra Poggiani, Director of Administration della Fondazione Human Technopole -. Digitalizzare la sanità significa infatti soprattutto supportare il paziente per prevenirne le patologie, “anche attraverso un monitoraggio che oggi la tecnologia rende semplice e immediato”, aggiunge Poggiani.
Un altro potenziale della digitalizzazione sanitaria è la possibilità di avere un accesso semplice, immediato e standardizzato ai dati,” utile a fornire ai decisori politici un quadro informativo migliore per definire politiche di sanità pubblica potenzialmente più efficaci”, aggiunge Poggiani.

Puntare su lavoro a distanza e robot

Quanto alle soluzioni di remotizzazione, possono colmare lunghe distanze, e nell’attuale contesto sanitario il lavoro a distanza è di particolare rilevanza. Può infatti “aiutare a mantenere una distanza di sicurezza da potenziali pazienti infetti e ottimizzare le procedure”, afferma Patrizia Palazzi, Strategic Sales Expert Siemens Healthineers.  Le soluzioni di robotica in interventistica sono in grado di ridurre la dose di radiazioni all’operatore fino al 95% e ridurre fino al 53% il tempo di esecuzione dei trattamenti.
“Il lavoro a distanza nel settore sanitario – sottolinea Palazzi – è emerso come uno dei più efficaci modi per mitigare i tassi di infezione da coronavirus, accedere alle competenze mediche necessarie, massimizzare le risorse, semplificare il trattamento dei pazienti e consentire ai dipendenti di continuare a lavorare anche in quarantena e da casa”.

AI e big data supportano la governance del SSN

“Nell’attuale variegato panorama di flussi informativi e di enti risulta fondamentale avvalersi di sistemi tecnologici avanzati capaci di armonizzare e integrare dati di diversa tipologia e provenienza, superando la classica gestione ‘a silos’ – commenta di David Vannozzi, Direttore Generale CINECA -. In questo contesto, reso ancora più urgente dalla pandemia, ha preso il via un accordo tra CINECA e Ministero della Salute. Il progetto prevede lo sviluppo di soluzioni basate su tecniche di AI e analisi di big data che consentano l’integrazione dei dati, a supporto della governance nel Sistema sanitario nazionale”.

Il futuro dello smart working secondo le imprese del milanese

Lo smart working, il lavoro a distanza, è diventato una quasi normalità dall’inizio della pandemia, anche nel nostro Paese dove era una modalità poco praticata. Una modalità di lavoro, quella da remoto, che è stata adottata moltissimo nella prima ondata dell’emergenza, ovvero quella dei lockdown più restrittivi, ma che sta ritornando in auge anche ora con la variante Omicron. Al momento, infatti, molte imprese del settore privato sono ritornate ad aumentare nuovamente il numero di dipendenti in smart-working. A metà gennaio, secondo il sondaggio Ipsos condotto per Confesercenti, il 48% dei dipendenti del settore privato era già in smart-working o prevedeva di tornarci a breve. Una quota talmente elevata da avere un forte impatto sui pubblici esercizi nei centri città e nei quartieri di uffici, che Confesercenti stima in da noi 850 milioni di euro al mese di minori consumi.

Che fine farà il remote work per le aziende?

Per scoprire quali siano le prospettive del lavoro da remoto da parte delle imprese dopo due anni di pandemia, il sondaggio Ipsos “Le imprese milanesi ai tempi del Covid” – condotto per Laboratorio Futuro dell’Istituto Toniolo – ha indagato le opinioni di aziende e lavoratori milanesi in merito allo smart-working ai tempi del Covid-19. Le principali evidenze sono che Il 43% delle aziende di Milano e provincia non ritiene possibile lo smart-working. Si tratta in questo caso di aziende di piccole dimensioni, localizzate nella provincia di Milano e operanti nel settore del commercio. Inoltre, il 47% delle aziende ritiene che lo smart-working sia applicabile solo per alcune funzioni e livelli aziendali.

Smart working promosso, reclutamento a distanza no  

Ma come hanno giudicato l’esperienza dello smart working le aziende intervistate? Su una scala da 1 (pessimo) a 10 (eccellente), la valutazione media complessiva dell’esperienza dello smart-working, espressa dalle aziende coinvolte nell’indagine, è pari a 6,64. Le aziende più soddisfatte sono quelle dei comuni della prima fascia, di grandi dimensioni, nel settore del commercio.
Il reclutamento a distanza ha riguardato il 71,1% delle aziende e la valutazione media di questa esperienza è negativa, infatti il 78,6% dichiara che non farà ricorso al reclutamento a distanza in futuro. Invece, per quanto riguarda lo stage a distanza, l’8% del campione intervistato ha fatto questa esperienza e solo il 2,7% intende proseguirla. Su una scala da 1 (pessimo) a 10 (eccellente), la valutazione media complessiva dell’esperienza dello smart-working, espressa dalle aziende intervistate, è pari a 6,64. Le aziende più soddisfatte sono quelle dei comuni della prima fascia, di grandi dimensioni, nel settore del commercio.

Lavoro autonomo, difficile la ripresa post Covid

E’ il lavoro autonomo la tipologia di impiego che fa più fatica a riprendere terreno dopo i mesi duri della pandemia. A dirlo è un’analisi della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, che ha condotto un’elaborazione su dati Istat relativi al terzo trimestre del 2021. Dal report si evince che a farmi le spese sono stati soprattutto le donne e i giovani, mentre la categoria più colpita è quella del commercio. Resta il fatto che, nonostante un lieve incremento dell’1,3% tra novembre e ottobre 2021, il lavoro autonomo fatica a riprendere le posizioni pre Covid.

Recupera l’occupazione dipendente, non quella autonoma

Il dossier mette in evidenza come, a fronte di un sostanziale recupero dell’occupazione di tipo dipendente, tornata ai livelli del 2019, il lavoro autonomo non riesca a invertire la tendenza. Negli ultimi tre mesi del 2021 si è registrato un calo di 350 mila occupati rispetto allo stesso periodo del 2019, scendendo a quota 4 milioni e 940 mila. La perdita maggiore tra le donne: -131 mila occupate, ma anche tra gli uomini i valori registrati sono elevati, considerato un decremento complessivo di 219 mila indipendenti. La pandemia ha senza dubbio accentuato le criticità di un modello di lavoro, quello autonomo, che ha perso appeal tra i lavoratori, soprattutto i più giovani. A pagarne le spese sono soprattutto gli autonomi nella fascia di età 40-49 anni, che hanno visto un calo di 223 mila unità. Più contenuto il calo nella fascia di età 50-59 anni con 60 mila lavoratori in meno.

I settori più colpiti e quelli più in salute

Per quanto riguarda i vari settori, riferisce Askanews, quello in cui si sono fatte sentire le maggiori difficoltà è quello del commercio: rispetto al 2019, infatti, si sono persi più di 190 mila autonomi; a seguire l’industria (43 mila unità in meno) e l’area dei servizi tecnici e professionali (34 mila autonomi in meno). Il settore dell’edilizia, invece, registra un buono stato di salute, con un incremento del lavoro autonomo negli ultimi due anni del 2,8%. Anche sotto il profilo professionale si registrano tendenze diverse. Le professioni tecniche sono quelle più impoverite con quasi 100 mila occupati in meno nell’ultimo biennio. I dati non sono più confortanti per le professioni intellettuali e ad elevata specializzazione: rispetto al 2019, infatti, si sono persi 73 mila lavoratori. A penalizzare ancor di più questo mondo è la diversità di tutela rispetto al lavoro a tempo indeterminato. Secondo l’indagine condotta ad aprile 2021 da Fondazione Studi e SWG, due autonomi su tre hanno dichiarato che la pandemia ha avuto un impatto negativo (51,8%) o molto negativo (14,9%) sul loro lavoro e il 53,5% ha affermato di aver registrato una riduzione del reddito.

Nel 2021 le auto elettriche raggiungono il 9,35% del mercato totale

Nel corso dell’anno le auto elettriche raggiungono una penetrazione del 9,35% sul mercato automobilistico totale, contro il 4,33% dell’anno precedente. In particolare, nel 2021 le auto Pev, ovvero le Plug-in Electric Vehicle, somma di Bev (elettriche a batteria) e Phev, hanno registrato una crescita del 128,34%, con 136.754 mezzi immatricolati. Di fatto, sono state immatricolate 67.255 auto Bev, cresciute del +107% rispetto al 2020, e 69.499 Phev (+153,75%).Sono alcuni dati rilasciati da Motus-E, l’associazione che raggruppa tutti gli stakeholders della mobilità elettrica, che fa il punto sulle immatricolazioni delle auto elettriche in Italia nel 2021.

Nonostante il calo di dicembre raggiunta la quota record del 13,55%

Nel solo mese di dicembre, invece, le auto Pev immatricolate “registrano un calo del 13,21% rispetto a dicembre 2020, con 11.833 unità vendute – spiega Motus-E -. Le auto Bev calano invece del 15,24%, a 6.158 unità immatricolate, mentre le Phev diminuiscono del 10,90%, con 5.675 unità immatricolate.
Nonostante questi cali, “complice un total market che a dicembre fa registrare minimi storici con solo 87.338 auto vendute, le auto elettriche raggiungono una quota record di mercato del 13,55%”, sottolinea Motus-E.

Le preoccupazioni del mercato

Sono diversi i fattori che hanno contribuito al calo delle immatricolazioni nel mese di dicembre, “dai ritardi di consegna dovuti alla crisi delle materie prime, dei semiconduttori e dei microchip, alla possibilità di immatricolare entro giugno 2022 le auto acquistate tramite prenotazione dell’Ecobonus e all’effetto, visibile, della fine degli incentivi per auto elettriche, avvenuta nel mese di ottobre 2021- continua l’associazione -. Proprio la fine degli incentivi e una mancata programmazione degli stessi per il triennio a venire preoccupano il mercato e l’intera filiera”.

Ipotesi al ribasso per le Bev nel 2022

“In assenza di ulteriori supporti, è plausibile ipotizzare che i valori delle Bev immatricolate nei primi mesi del 2022 saranno inferiori a quelli dei primi mesi del 2021 – sostiene Motus-E, come scrive Adnkronos -. La mancanza di bonus all’acquisto farà dirottare i pochi mezzi elettrici prodotti in Italia verso mercati più appetibili. È davvero incomprensibile che il governo abbia deciso di ignorare completamente il settore, in un rimbalzo di responsabilità tra governo e Parlamento che sfiora il grottesco, e che vedrà riflettersi nella drammatica riduzione di immatricolazioni di vetture elettriche e ibride plug-in nel 2022”, afferma ancora l’associazione di settore. Augurandosi “un intervento di Mise e Mef all’inizio di quest’anno”.