Month: marzo 2020

Il data scientist è maschio, donne solo 15%

La scienza dei dati è uno dei settori più in rapida crescita del mercato del lavoro, ma è ancora un campo dominato dagli uomini. Tanto che se le facoltà scientifiche nel mondo hanno raggiunto il 35% di ragazze iscritte, solo il 15% diventa una data scientist. Almeno, da quanto emerge dall’indagine di Boston Consulting Group, What’s Keeping Women Out of Data Science, condotta su più di 9.000 studenti e neo laureati di dieci Paesi (Australia, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Giappone, Spagna, USA, Regno Unito).

Il data scientist insomma non è un mestiere per donne, ma dovrà esserlo, in quanto, “se i dati da trattare aumentano, il bacino di talenti per analizzarli si deve ampliare e per questo è fondamentale il contributo dei talenti femminili”, afferma Laura Alice Villani, Managing Director e Partner di Bcg.

Uno squilibrio che “rende monocolore un ambito come quello dell’AI”

Questo squilibrio, secondo Laura Alice Villani, “rende monocolore un ambito come quello dell’Intelligenza artificiale”, che per diventare “una risorsa preziosa per l’economia – aggiunge – è necessario sia diffusa tra la pluralità della popolazione: donne comprese”. Nel mondo ci sono però Paesi virtuosi come Australia, Francia e Spagna, dove molte donne sono impiegate nel mondo dei dati e “hanno fatto da apripista per le nuove generazioni di scienziate”, conferma la Managing Director di Bcg. Secondo l’indagine, alla base di questo fenomeno c’è una scarsa informazione, una conoscenza inesatta della materia, in quanto è un lavoro percepito troppo da nerd o troppo competitivo, riporta Ansa.

Una professione troppo competitiva

Lo dicono le donne stesse, 81 su 100 definiscono questa professione come troppo competitiva e il 48% la ritiene di scarso impatto sulla società. Secondo Bcg il 73% delle donne laureate in scienza dei dati afferma di preferire un lavoro più pratico e più utile alla società (contro il 50% degli uomini). Lo afferma anche il 67% di tutte le studenti di materie Stem (contro il 61% degli uomini), riferisce CorriereComunicazione. Le principali ragioni del gap sono quindi la percezione negativa di questa professione, la paura di una cultura basata sulla competizione più che sulla collaborazione e la scarsa informazione fornita da università e aziende sulle caratteristiche di questo lavoro.

Un trend negativo da invertire

Il trend negativo femminile, secondo Bcg, si interromperà se lo stereotipo lavorativo si adeguerà agli interessi e alle attitudini femminili. Le aziende dovranno modificare le tecniche di recruiting evitando gli hackaton e le gare di coding e abbassare in generale i toni sulla competizione favorendo invece il concetto di collaborazione. Dovrà migliorare anche la comunicazione del valore aggiunto e dell’utilità pratica del lavoro di data scientist, anche perché il 45% delle donne si dice poco informata sulle caratteristiche e finalità di questa professione.