Case europee sempre più smart. Google sfida Amazon per il controllo vocale

Il mercato europeo della casa smart è aumentato del 23% nel corso del 2018, e nel primo trimestre di quest’anno si conferma in salute, con una crescita del 23,9% e una quota di 21,3 milioni di dispositivi commercializzati.

La tecnologia è entrata in tutte le case, anzi, in tutte le stanze, rendendo hi-tech ciò che fino a ieri non lo era, come il lampadario o le tapparelle. Gli altoparlanti rispondono alle domande, le luci si regolano con un comando vocale, i citofoni mostrano chi sta suonando alla porta direttamente sullo schermo dello smartphone. Una tendenza partita dagli Usa e dalla Cina che ora decolla anche nel Vecchio Continente.

Il settore chiuderà il 2019 con 107 milioni di dispositivi consegnati

A fornire le cifre della svolta digitale tra le mura domestiche sono gli analisti di Idc, secondo i quali l’incremento riguarda tutte le categorie di prodotto, dai televisori ai termostati, dalle lampadine agli altoparlanti. E sempre secondo Idc il trend è destinato a consolidarsi. Il settore della smart home chiuderà infatti il 2019 con 107 milioni di dispositivi consegnati, che saliranno a 183 milioni nel 2023. Nel corso di quell’anno gli europei faranno entrare in casa 43 milioni di smart speaker, 76 milioni di tv connesse e 28 milioni di luci da accendere e spegnere senza sfiorare l’interruttore.

Il segmento degli smart speaker è quello in cui si gioca la sfida tra piattaforme rivali

Il segmento degli smart speaker è il più esiguo in termini di volumi, ma è quello in cui si gioca la sfida tra piattaforme rivali, perché è dagli altoparlanti che si controllano, attraverso la voce, gli altri elementi connessi della casa, come il condizionatore o il robot aspirapolvere. Stando ai dati Idc, in Europa da gennaio a marzo sono stati consegnati 3,35 milioni di smart speaker, con un incremento annuo del 58%.

Google sorpassa Amazon 

Quanto agli smart speaker i dispositivi Google Home hanno rappresentato il 45,1% del totale, contro il 41,8% degli Echo di Amazon. L’assistente virtuale di Google è quindi balzato in testa, anche se per gli esperti sarà la voce di Alexa, l’assistente di Amazon, a guidare il mercato nel corso del 2019. Speaker a parte, a dominare nella casa connessa è l’intrattenimento che orbita intorno al piccolo schermo. I televisori smart, riporta Ansa, insieme agli adattatori che portano internet sulle vecchie tv, registrano consegne in aumento dell’11%, a quota 12,7 milioni di unità. C’è poi la categoria che comprende luci, termostati, e i dispositivi per controllare e rendere più sicura l’abitazione, che nel complesso cresce del 20,8%.

Quanto costa il salario minimo? Le stime dell’Inapp sui costi per le imprese

Alle imprese italiane il salario minimo costerebbe 6,7 miliardi di euro. In tutto, il salario minimo legale a 9 euro lordi all’ora coinvolgerebbe infatti il 21,2% dei lavoratori dipendenti, di cui quelli del settore privato non agricolo, esclusi i lavoratori domestici, sarebbero circa 2,6 milioni. Di questi, circa 1,9 milioni, sarebbero lavoratori a tempo pieno, il 18,4% del totale dei dipendenti a tempo pieno, per un costo di 5,2 miliardi, e circa 680.000 lavoratori a tempo parziale (il 29% del totale dei dipendenti part-time), per un costo di 1,5 miliardi. Che sommati raggiungono la cifra di 6,7 miliardi di euro.

Coinvolte soprattutto le micro imprese e le piccole imprese

Si tratta delle stime sul salario minimo fornite da Paola Nicastro, direttore generale dell’Inapp, l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche, nel corso dell’audizione alla Camera dei deputati, alla quale ha partecipato anche Roberto Quaranta (Inapp e Fondazione Collegio Carlo Alberto). Secondo le stime il provvedimento riguarderebbe in modo particolare le imprese molto piccole (fino a 10 dipendenti), e piccole (fino a 50 dipendenti), in particolare nel Mezzogiorno. Limitandosi ai lavoratori a tempo pieno beneficerebbero del salario minimo il 34,1% dei dipendenti delle imprese molto piccole e il 20,3% di quelli delle imprese piccole, così come il 27% dei dipendenti nel Mezzogiorno e isole.

Simulazioni con valori inferiori a 9 euro l’ora lordi

L’incidenza del salario minimo tra i lavoratori stranieri a tempo pieno sarebbe del 32,4%, contro un 16,1% dei lavoratori italiani. Tra le dipendenti donna a tempo pieno, l’introduzione del salario minimo riguarderebbe il 23,3%, a fronte del 16,5% dei dipendenti uomini.

Nella sua audizione, l’Inapp ha fornito anche i risultati di alcune simulazioni con valori inferiori del salario minimo. Ad esempio, l’introduzione di un salario minimo legale a 8,5 euro all’ora riguarderebbe 1,9 milioni di lavoratori, cioè il 15,8% dei dipendenti del settore privato non agricolo (esclusi i lavoratori domestici), con un costo per il sistema delle imprese di 4,4 miliardi.

I costi potrebbero essere attutiti con l’introduzione di un credito di imposta

Si tratta di numeri che si ridurrebbero a 1,2 milioni di lavoratori, pari al 10,4%, con un costo di 2,7 miliardi di euro se il salario minimo legale fosse fissato a 8 euro lordi all’ora. Durante una fase transitoria i costi per le imprese, potrebbero però essere attutiti con l’introduzione di un credito di imposta, riferisce Adnkronos, calibrato sui soli dipendenti beneficiari di questa forma minima di retribuzione.

Osservatorio sulle fake news: per Agcom la criminalità è il tema clou

Criminalità, politica e medicina: sono questi gli argomenti più trattati dalle fake news, le notizie false – spesso costruite ad hoc – che viaggiano sulla rete e sui social. E il fenomeno ha raggiunto proporzioni davvero impressionati, anche se (e si spera che possa essere una buona vera notizia) la disinformazione online complessivamente prodotta in Italia nel secondo bimestre 2019 mostra un andamento pressoché costante rispetto al periodo gennaio-febbraio. A rilevarlo è il terzo numero dell’Osservatorio sulla disinformazione online pubblicato recentemente dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, l’Agcom.

Per le elezioni europee meno “falsi” che per le politiche del 2018

Tra i fatti più degni di nota, precisa una nota del Garante diffusa da Askanews, spicca come nel periodo subito precedente le ultime elezioni europee, l’ammontare medio di disinformazione online abbia assunto valori decisamente inferiori rispetto a quelli registrati nel periodo antecedente alle politiche del 2018. A marzo e aprile 2019, i contenuti di disinformazione si concentrano principalmente su fatti di cronaca (38,2%) che, congiuntamente a quelli di politica (11,8%) costituiscono la metà del totale. Da notare, prosegue Agcom, che sui siti di disinformazione l’incidenza degli articoli che trattano direttamente il tema delle elezioni europee ad aprile è stato di poco superiore all’1%.

Diminuiscono le “bufale” sull’immigrazione

Ancora, l’Osservatorio segnala che dall’analisi del testo di tutti gli articoli prodotti dai siti di disinformazione si evidenzia l’emergere di 4 principali tematiche, quali politica e affari di governo; cronaca nera e giudiziaria; medicina e salute; meteo. Tra i temi di rilevanza europea individuati da Eurobarometro, la disinformazione online riguarda soprattutto criminalità e disoccupazione, mentre sul totale diminuisce l’incidenza dell’immigrazione.

Criminalità il tema preferito dalla disinformazione

E’ la criminalità, però, il tema più gettonato per la costruzione delle fake news. La criminalità, che costituisce l’oggetto del 10% dei contenuti “falsi”, conclude la nota di Agcom, si conferma la tematica più trattata non solo dai siti ma anche dalle pagine/account social di disinformazione.

Gli italiani ne hanno paura

Un’ulteriore indagine, “Odio e falsità in rete”, svolta da Swg su un campione di 1.200 persone, indica invece quanto gli italiani abbiano paura di abboccare alle fake news sui social e in rete e di subire episodi di violenza verbale sul web. L’analisi afferma che il 39% degli italiani considera le fake news uno dei principali rischi dell’uso della rete (era il 26% nel 2017; +13%); seguono l’incitazione a odio e violenza (15%; +4% rispetto al 2017) e il decadimento del linguaggio (13%; +4%).

Riscaldamento terrestre e vita degli Oceani, impatto devastante dopo il 2010

Le variazioni della temperatura hanno effetti importanti sulla vita marina. Nel corso dell’ultimo decennio il riscaldamento terrestre ha causato mutamenti biologici su scala oceanica senza precedenti. Uno studio internazionale pubblicato su Nature Climate Change, guidato dal Cnrs (Francia) e al quale partecipa il Cnr-Ismar, prevede che l’aumento del calore oceanico porterà a ulteriori e sostanziali cambiamenti biologici nel mare. In particolare la ricerca identifica alterazioni inusuali nella vita marina dopo il 2010 nel Pacifico, nell’Oceano Atlantico e nell’oceano Artico.

“Cambiamenti biologici in regioni sempre più diffuse”

Secondo Alessandra Conversi, dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismar), “questi risultati suggeriscono l’inizio di una nuova era climatica caratterizzata da forti cambiamenti biologici in regioni sempre più diffuse”. Può infatti accadere che in un periodo di tempo dell’ordine di un anno si modifichi l’intera rete trofica di un ecosistema, con impatti anche devastanti sui servizi ecosistemici e sulle collettività che ne usufruiscono.

Questi fenomeni, detti phase, regime o abrupt shifts (cambi/salti di sistema), sono stati identificati in molti bacini marini, per esempio nel Mare del Nord e in Adriatico già alla fine degli anni ’80.

Un modello numerico globale basato sulla teoria Metal

Per capire e predire i cambiamenti nella biodiversità marina il team scientifico ha progettato un modello numerico globale basato sulla teoria Metal (Macro-Ecological Theory on the Arrangement of Life) sviluppata da Gregory Beaugrand. Per verificare l’efficacia delle predizioni, riporta Adnkronos, il modello è stato inizialmente testato su quattordici regioni oceaniche per le quali esistevano osservazioni dagli anni ’60 dovute a programmi di monitoraggio.

Il modello è stato poi applicato su scala globale nel periodo 1960-2015. “Applicando il modello siamo riusciti a quantificare la forza e l’estensione spaziale dei regime shifts a scala globale: Metal ha infatti identificato tra il 2010 e il 2015 un cambiamento senza precedenti e massiccio nelle popolazioni oceaniche, che può essere attribuito a El Nino, alle anomalie di temperatura in Atlantico e nel Pacifico e al riscaldamento dell’Artico”, prosegue la ricercatrice.

Fornire segnali di allarme precoce sui cambi di regime negli ecosistemi marini

I programmi di monitoraggio delle popolazioni marine coprono solo una piccola area dell’oceano, solitamente vicino alla costa. Questo nuovo modello offre invece una copertura globale, e può essere usato in congiunzione con i sistemi di monitoraggio esistenti, consentendo quindi la predizione dei principali cambiamenti biologici su scale più ampie in termini di spazio tempo di quanto sia possibile fare con i soli dati osservati. “Può inoltre fornire segnali di allarme precoce (early warnings) sui cambi di regime negli ecosistemi marini – aggiunge Conversi – e allertare sulle possibili conseguenze sui servizi ecosistemici associati, come la pesca, l’acquacoltura, il turismo”.

Backup dei dati: il 65% degli utenti li perde

Se il 92,7% degli utenti del mondo esegue ormai il backup dei propri computer (+24,1% rispetto allo scorso anno), oltre il 65% ha perso dati dal pc. E c’è ancora un 7% che non adotta alcun metodo di protezione delle proprie informazioni personali. Lo affermano i risultati di un sondaggio condotto dalla società tecnologica Acronis in occasione del World Backup Day, la giornata mondiale di sensibilizzazione sulla conservazione dei propri dati, che ricorre il 31 marzo. La scelta della data non è casuale. Si tratta, infatti, del giorno che precede il 1 aprile, in cui tradizionalmente si fanno scherzi più o meno pesanti. La perdita di tutti i nostri dati, però, è tutt’altro che uno scherzo, e comporta conseguenze serie e spesso anche costose.

Nel 2023 la spesa mondiale per recuperare dati ammonterà a 2.500 miliardi di dollari

Si calcola che nel 2023 la spesa mondiale per cercare di recuperare e ripristinare dati andati perduti ammonterà a ben 2.500 miliardi di dollari. Fare un backup significa creare una seconda o terza copia dei propri file (fotografie, video, email, documenti), in modo da non rischiare di perderli nel caso in cui il computer o il telefono in cui sono memorizzati si rompa, venga smarrito o rubato. Oppure che qualche hacker li rubi e chieda un riscatto per la restituzione, riporta Ansa. Il ransomware, ad esempio, è un vero e proprio sequestro: gli hacker infettano computer e smartphone, ne bloccano l’accesso o criptano i contenuti memorizzati, lasciando i dispositivi nelle mani dei proprietari, ma rendendoli di fatto inservibili.

Ogni quanto va fatto il backup

Basta poco per evitare brutte sorprese: il backup va eseguito periodicamente proprio per assicurarsi di avere sempre a disposizione una versione il più recente possibile delle nostre informazioni. Ma quando va fatto il back? Non esiste una risposta univoca, dipende sempre da quanto “riempiamo” i nostri device. “Ciò che possiamo consigliare – spiegano Francesca Romana Capizzi, Ida Galati, Nadia La Bella, Fabrizia Spinelli, quattro imprenditrici digitali di The Fashion Mob – è impostare una sveglia periodica sullo smartphone (o sul pc) che ci ricordi l’appuntamento backup”.

Memoria Usb, hard disk o cloud?

Esistono diverse soluzioni di salvataggio, e molti scelgono di affidarsi a più opzioni insieme. Esistono molti software che fanno il backup automatico del dispositivo, a pagamento o anche gratis. Se si sceglie di affidarsi ad hard disk esterni, o una memoria Usb, controllare sempre capienza e velocità di scrittura.

“Noi come gruppo abbiamo preso l’abitudine di salvare direttamente i nostri dati comuni dal principio in un cloud virtuale condiviso, come Dropbox, con il triplo vantaggio di avere tutto al sicuro, disponibile in qualsiasi momento da ogni device”, aggiungono le imprenditrici. E per chi ha perso i dati su Whatsapp esistono dei tool da scaricare su pc, come Easeus MobiSaver, Whatsapp Recovery e Dr.Fone per Android, che tentano il miracolo di recuperare quanto perduto.

 

Quanto costa un 1 giga di Internet? In Italia pochissimo

Vivere in Italia è molto conveniente. Almeno, dal punto di vista delle connessioni internet con lo smartphone. Una ricerca di Cable.co.uk, piattaforma di comparazione prezzi di operatori Tlc, ha messo a confronto più di seimila piani tariffari di 230 paesi, paragonando fra loro il prezzo medio di un giga di dati da utilizzare via mobile. E da questa mappa risulta appunto che la situazione italiana è tra le più convenienti. Noi spendiamo infatti molto meno dei tedeschi, degli inglesi, dei cinesi e degli americani. Solo gli indiani e i russi, tra i grandi paesi del mondo, spendono meno di noi.

Italia al 31° posto, con una spesa media di 1,73 dollari

Per quanto riguarda l’Italia la rilevazione di Cable.co.uk ha comparato 44 piani tariffari presenti nel mercato al 12 novembre dello scorso anno. Quello meno costoso è pari a 0,18 dollari, mentre quello più oneroso è di 11,31 dollari. La media generale ci colloca in 31a posizione, con una spesa media di 1,73 dollari, nettamente inferiore a quella di altre grandi potenze europee e mondiali.

Per quanto riguarda gli altri paesi del continente europeo, i francesi spendono 2,99 dollari, gli spagnoli 3,79 dollari, i tedeschi 6,96 dollari, e gli inglesi 6,66 dollari.

Svizzera 20,22 dollari, Usa e Canada più di 10 dollari al giga

In Svizzera invece si paga una cifra quasi venti volte superiore a quella italiana (20,22 dollari). Ma loro guadagnano più di noi e il costo della vita a Berna o Ginevra è mediamente più alto.

Guardando alle altre tariffe mondiali la tendenza generale è molto diversa da quella che viviamo in Italia. Negli Stati Uniti e in Canada si superano i 12 dollari, e anche i cinesi, costretti a districarsi tra tariffe medie che stanno di poco sotto ai 10 dollari, non se la passano meglio. Spicca poi il caso della Corea del Sud che, pur avendo una rete mobile eccezionale, registra costi quindici volte superiori all’Italia.

Sul podio, India, Kirghizistan e Kazakistan

Oltre all’India, (0,26 dollari) salgono sul podio della classifica dei meno cari anche altri due paesi asiatici, il Kirghizistan (0,27 dollari) e il Kazakistan (0,49 dollari), mentre i russi (0,91 dollari) sono al 4° posto.

Dall’altro capo della lista, riporta Agi, c’è invece lo Zimbabwe, dove un gigabye di dati mobile costa poco più di 75 dollari. Ovvero ben 289 volte di più che a Nuova Delhi o a Calcutta.

Vivere in una villa d’epoca: quali sono i vantaggi?

Chi è alla ricerca di un’abitazione d’alto profilo e dalle grandi dimensioni, in città o anche fuori, non è raro concentri le sue attenzione sulle ville d’epoca. Le ville d’epoca hanno un fascino che riporta indietro nel tempo, attraggono per la loro storia, spesso possono essere state abitate anche da famiglie nobili e al contempo possono offrire tutti i confort che è normale attendersi in una abitazione moderna, lasciando però intatta la sua storia e la sua bellezza architettonica che porta con la mente ad altri tempi. Per individuare una villa d’epoca in linea con le proprie aspettative è preferibile rivolgersi a un’agenzia immobiliare che possa offrire un ampio numero di ville d’epoca da poter valutare: Real Estate Franco Guerrieri, agenzia specializzata nella mediazione di immobili di prestigio Monza da oltre venti anni. Ma cosa spinge gli utenti a cercare ville d’epoca quale residenza in cui vivere? Gli aspetti sono davvero tanti e andiamo adesso ad approfondirli più da vicino.

I motivi principali per acquistare una casa d’epoca

Iniziamo con il dire che oggi le ville d’epoca sono particolarmente richieste in Italia da chi desidera fare un investimento sicuro, considerando il pregio di determinati immobili ed il loro valore storico. Il principale punto di forza di una villa d’epoca è infatti la sua storia, la quale è in grado di rendere l’immobile in questione più prezioso, di stile e soprattutto con un fascino tale che per molti diventa assolutamente irresistibile.

Oltre alla sua storia, una villa d’epoca presenta una bellezza architettonica e artistica difficilmente paragonabile o riscontrabile in edifici di altro tipo. Le abitazioni storiche di solito presentano stili particolarmente “ricchi”, con delle finiture e lavorazioni che rendono l’intera struttura un vero e proprio gioiello.

Infine, un altro vantaggio delle ville d’epoca, spesso sottovalutato, è la privacy che queste possono offrire. La maggior parte delle ville di un certo periodo storico infatti, di solito presentano un ampio dehor e giardino, che lasciano lontani gli sguardi indiscreti e i passanti, oltre che consentire di ottenere uno spazio esclusivo dove passare le tue giornate all’aperto.

Tutte le novità dei Bonus fiscali

L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato tre guide aggiornate con le ultime novità fiscali sui bonus, da quelli per le ristrutturazioni edilizie e il risparmio energetico a quello per l’acquisto di mobili ed elettrodomestici. In particolare, gli interventi di recupero del patrimonio edilizio, si legge sul sito dell’Agenzia delle Entrate, beneficiano di agevolazioni fiscali sia quando si effettuano sulle singole unità abitative sia quando riguardano lavori su parti comuni di edifici condominiali. La più conosciuta tra queste agevolazioni è quella che consiste in una detrazione dall’Irpef del 36% delle spese sostenute, fino a un ammontare complessivo delle stesse non superiore a 48.000 euro, per unità immobiliare.

Le agevolazione per le ristrutturazioni edilizie

Per le spese effettuate nel periodo compreso tra il 26 giugno 2012 e il 30 giugno 2013 è stata elevata al 50% la percentuale di detrazione e a 96.000 euro l’importo massimo di spesa ammessa al beneficio. La legge di bilancio 2019 ha rinviato al 31 dicembre 2019 la possibilità di usufruire della maggiore detrazione Irpef (50%) e del limite massimo di spesa di 96.000 euro per ciascuna unità immobiliare. Salvo che non intervenga una proroga dal 1° gennaio 2020 la detrazione tornerà alla misura ordinaria del 36% e con il limite di 48.000 euro. Dal 2018, tuttavia, è stato introdotto l’obbligo di trasmettere all’Enea le informazioni sui lavori effettuati, analogamente a quanto già previsto per la riqualificazione energetica degli edifici.

Le detrazioni per l’acquisto di mobili ed elettrodomestici

Si può usufruire della detrazione Irpef del 50% per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici di classe non inferiore alla A+ (A per i forni), destinati ad arredare un immobile oggetto di ristrutturazione. L’agevolazione è stata prorogata anche per gli acquisti che si effettuano nel 2019, ma può essere richiesta solo da chi realizza un intervento di ristrutturazione edilizia iniziato non prima del 1°gennaio 2018. Per gli acquisti effettuati nel 2018, invece, è possibile fruire della detrazione solo se l’intervento di ristrutturazione è iniziato in data non anteriore al 1° gennaio 2017. La detrazione si ottiene indicando le spese sostenute nella dichiarazione dei redditi.

Il bonus per la riqualificazione energetica 

La legge di bilancio 2019, riferisce Adnkronos, ha prorogato al 31 dicembre 2019 la detrazione fiscale per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici. Tra questi, la riduzione al 50% della percentuale di detrazione per le spese relative all’acquisto e alla posa in opera di finestre comprensive di infissi, schermature solari e la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con impianti dotati di caldaie a condensazione con efficienza almeno pari alla classe A. Dal 2018 è ridotta al 50% anche la percentuale di detrazione per gli impianti dotati di generatori di calore alimentati da biomasse combustibili (fino a un valore massimo della detrazione di 30.000 euro), l’introduzione della detrazione del 65%, fino a un valore massimo della detrazione di 100.000 euro, per i micro-cogeneratori, del 65% per gli impianti dotati di apparecchi ibridi o per i generatori d’aria calda a condensazione.

Area81 s.r.l. | Corsi Privacy per aziende

I corsi privacy erogati da Area81 s.r.l. consentono a qualsiasi azienda di riuscire a trattare i dati personali di clienti, fornitori e dipendenti secondo quanto previsto dal nuovo regolamento europeo sulla privacy. Durante i corsi viene spiegato in dettaglio cosa è necessario fare per potersi adeguare correttamente alla nuova normativa, e come è necessario agire in relazione al tuo tipo di attività, occupandosi dunque al posto tuo di questa delicata fase e lasciandoti libero da ogni incombenza al riguardo.

Scoprirai in particolare che per mettere in regola la tua azienda è necessario intraprendere alcune azioni, quali in dettaglio:

  • Identificare il titolare del trattamento dei dati, ovvero il soggetto (anche giuridico) che avrà il compito di determinare le finalità e gli strumenti del trattamento.
  • Nominare, laddove presenti, i responsabili interni o esterni del trattamento dati, ovvero i soggetti fisici o giuridici che trattano i dati al posto del titolare del trattamento.
  • Mettere al corrente clienti, fornitori e dipendenti del fatto che i loro dati personali vengano trattati in osservanza della normative vigente, garantendo l’obbligo di trasparenza.
  • Ottenere, qualora necessario, l’autorizzazione da parte dei soggetti interessati circa il trattamento dei dati, in base alle finalità di utilizzo che si intendono perseguire.
  • Munirsi dei registri di trattamento, la cui finalità è quella di presentare informazioni circa le modalità di raccolta e gestione dei dati, nonché lo scopo per il quale questi vengono raccolti e l’arco di tempo durante il quale saranno conservati.
  • Designare, qualora necessario, un DPO (Data Protection Officer), che avrà la responsabilità di proteggere i dati.

Per essere in regola con quanto previsto dal nuovo regolamento è necessario dunque intraprendere determinate iniziative ed un apposito corso sulla privacy è quanto di meglio per avere la certezza di non trascurare alcun aspetto.

La dieta sana e universale del futuro

Una dieta sana, universale e amica del pianeta esiste, e ha radici antiche. Nutrire una popolazione che raggiungerà quota 10 miliardi di individui entro il 2050 con una dieta sana e sostenibile però sarà impossibile senza trasformare le abitudini alimentari, migliorare la produzione di cibo e ridurne lo spreco. Secondo il report della Commissione Eat-Lancet la dieta del futuro prevede  di raddoppiare a livello globale i consumi di frutta, verdura, legumi e noci e di ridurre di oltre il 50% quelli di zuccheri e carni rosse entro il 2050. Il passaggio a questo nuovo modello alimentare richiederà qualche sforzo, ma seguendolo si potrebbero evitare circa 11 milioni di morti premature all’anno.

Un regime alimentare alleato della salute e del pianeta

La Commissione è frutto di un progetto di 3 anni che ha messo insieme 37 esperti di 16 Paesi specializzati in salute, nutrizione, sostenibilità ambientale, politica economica e sistemi alimentari. Secondo il report, il regime alimentare giornaliero del futuro, alleato della salute dell’uomo e del pianeta, trae circa il 35% delle calorie da cereali integrali e tuberi, le fonti proteiche principalmente dalle piante, includendo circa 14 grammi di carne rossa al giorno, e 500 grammi al giorno di verdura e frutta. La conversione verso la dieta della salute universale, riporta Adnkronos, inciderebbe non solo sulla salute umana, ma anche su fenomeni come il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, l’uso di terra e acqua dolce.

Ricalibrare l’agricoltura e ridurre lo sfruttamento delle risorse

La trasformazione del sistema alimentare globale è ormai urgente, poiché oltre 3 miliardi di persone sono malnutrite e la produzione alimentare sta incidendo pesantemente sulla salute del pianeta. Per affrontare e vincere questa sfida i cambiamenti alimentari devono quindi essere combinati con una migliore produzione degli alimenti e una riduzione degli sprechi. Inoltre, i cambiamenti immediati, come ad esempio ricalibrare l’agricoltura per produrre colture ricche di sostanze nutritive, vanno associati a una maggiore attenzione verso lo sfruttamento della terra e degli oceani.

“Non superare le 1.800 chilocalorie”

La ricetta salva pianeta non è una novità assoluta. Gli esperti citano la dieta mediterranea “povera” praticata in Grecia più di un secolo fa, che prevedeva l’assunzione di 2.500 chilocalorie al giorno. Ma secondo Giorgio Calabrese, docente di Alimentazione e nutrizione umana all’università di Torino, “Con un regime da 2.500 chilocalorie gli esperti del Comitato rischiano di favorire involontariamente l’obesità.”. Il concetto della Commissione è giusto, ma secondo Calabrese, poco aderente alla realtà e impraticabile.

“Il mio consiglio è di seguire la dieta mediterranea della nostra tradizione – aggiunge l’esperto – consumare molta frutta e verdura di stagione, alternare gli alimenti e non superare le 1.800 chilocalorie”.