Corso unghie a Milano

Sebbene la cura e l’interesse per l’abbellimento delle unghie si sia moltiplicato negli ultimi anni, è ancora difficile trovare manicure esperti che sappiano come eseguire correttamente questo tipo di trattamenti. Ciò significa che c’è grande richiesta sul mercato per tutti quegli operatori di manicure professionale che sono in grado di gestire correttamente ogni tipo di unghia e distinguersi per la qualità del proprio lavoro oltre che del risultato estetico raggiunto.

Il completamento del corso unghie e di manicure professionale proposto da Academia BSI a Milano, ti consentirà di lavorare autonomamente nel settore della manicure acquisendo le nozioni più importanti circa la crescita ungueale nonché dell’utilizzo delle più efficaci tecniche di ricostruzione.

Il corso unghie di Academia BSI a Milano

Con il suo corso di manicure professionale, Academia BSI ti formerà in tutto ciò che riguarda il trattamento delle mani: verrà infatti affrontato assieme agli alunni ogni aspetto che concerne l’anatomia delle unghie, le patologie di cui possono queste possono essere interessate ed approfondimenti sugli strumenti indispensabili da usare per lavorare in questo bellissimo settore, tra le altre cose.

Se desideri diventare un operatore di manicure professionale, con il corso “Manicure e nail art” di Academia BSI diventerai la professionista perfetta di cui oggi hanno bisogno centri di bellezza, centri benessere e studi di manicure, oltre che poter lavorare in maniera autonoma e avviarti ad una carriera piena di soddisfazioni applicando le ultime tendenze nella ricostruzione delle unghie e della nail art.

Cosa imparerai

Grazie a questo corso imparerai tutte le tecniche di base per eseguire la manicure e la nail art, riceverai una formazione che ti metterà in grado di  curare le unghie delle mani sempre nel modo corretto e più efficace, imparando tutto quel che ti serve sapere per lavorare rispettando la salute delle clienti. Inoltre verranno trasmesse le competenze specifiche che sono indispensabili quando si desidera scegliere in maniera appropriata colori, decorazioni, fantasie sempre nuove ed in grado di stupire. Studiare, fare pratica e acquisire conoscenze sono infatti delle basi imprescindibili per chi desidera iniziare una carriera legata all’estetica e alla bellezza.

Requisiti

Gli studenti che desiderano iscriversi a questo corso non è necessario che abbiano conoscenze preliminari nell’ambito della ricostruzione unghie e nail art, e possono per questo seguire con profitto le lezioni sin dall’inizio.

La Wellness Suite dell’ Over Motel

La camera Wellness Suite dell’ Over Motel è la soluzione perfetta per chi ha voglia di rilassarsi e di usufruire dei servizi di una SPA senza dover condividere con altre persone questo momento così intimo, se non con il proprio partner. Questa magnifica stanza infatti, dispone di un hammam privato che è il modo perfetto per trovare il giusto benessere e farsi coccolare dal calore del vapore acqueo e dal benessere che questo ambiente è in grado di regalare. La camera dispone inoltre di una bellissima piscina idromassaggio a 4 posti ed un solarium.

Si tratta di servizi che sono interni alla camera e per questo da non condividere con gli altri ospiti dell’hotel. Parliamo dunque della camera perfetta per concedersi quella parentesi di benessere e relax che si desidera da tanto tempo, all’interno di un ambiente assolutamente moderno, elegante e nel quale la privacy dei clienti viene sempre rispettata, in ogni momento, perché ciò che è importante per i clienti lo è ancora di più per la direzione di questo importante motel Monza.

I clienti hanno a disposizione anche un ampio parcheggio con box privato con accesso adiacente alla propria camera. In questa maniera dunque, i signori clienti potranno accedere alla propria camera parcheggiando la propria automobile proprio nei pressi dell’ingresso della stessa e utilizzare l’apposita tenda motorizzata per chiudere alla vista e dunque ottenere una privacy assoluta. La camera dispone inoltre di connessione WiFi gratuita, ambiente insonorizzato, domotica, minibar gratuito, cassaforte, TV digitale e aria condizionata. C’è davvero tutto dunque per trascorrere una parentesi di piacevole benessere usufruendo di una struttura moderna in grado di offrire servizi d’alto profilo. Per prenotare una camera o per richiedere informazioni direttamente al personale dell’ Over Motel è possibile contattare il recapito telefonico 0395973862.

Vivere in una villa d’epoca: quali sono i vantaggi?

Chi è alla ricerca di un’abitazione d’alto profilo e dalle grandi dimensioni, in città o anche fuori, non è raro concentri le sue attenzione sulle ville d’epoca. Le ville d’epoca hanno un fascino che riporta indietro nel tempo, attraggono per la loro storia, spesso possono essere state abitate anche da famiglie nobili e al contempo possono offrire tutti i confort che è normale attendersi in una abitazione moderna, lasciando però intatta la sua storia e la sua bellezza architettonica che porta con la mente ad altri tempi. Per individuare una villa d’epoca in linea con le proprie aspettative è preferibile rivolgersi a un’agenzia immobiliare che possa offrire un ampio numero di ville d’epoca da poter valutare: Real Estate Franco Guerrieri, agenzia specializzata nella mediazione di immobili di prestigio Monza da oltre venti anni. Ma cosa spinge gli utenti a cercare ville d’epoca quale residenza in cui vivere? Gli aspetti sono davvero tanti e andiamo adesso ad approfondirli più da vicino.

I motivi principali per acquistare una casa d’epoca

Iniziamo con il dire che oggi le ville d’epoca sono particolarmente richieste in Italia da chi desidera fare un investimento sicuro, considerando il pregio di determinati immobili ed il loro valore storico. Il principale punto di forza di una villa d’epoca è infatti la sua storia, la quale è in grado di rendere l’immobile in questione più prezioso, di stile e soprattutto con un fascino tale che per molti diventa assolutamente irresistibile.

Oltre alla sua storia, una villa d’epoca presenta una bellezza architettonica e artistica difficilmente paragonabile o riscontrabile in edifici di altro tipo. Le abitazioni storiche di solito presentano stili particolarmente “ricchi”, con delle finiture e lavorazioni che rendono l’intera struttura un vero e proprio gioiello.

Infine, un altro vantaggio delle ville d’epoca, spesso sottovalutato, è la privacy che queste possono offrire. La maggior parte delle ville di un certo periodo storico infatti, di solito presentano un ampio dehor e giardino, che lasciano lontani gli sguardi indiscreti e i passanti, oltre che consentire di ottenere uno spazio esclusivo dove passare le tue giornate all’aperto.

Idee per illuminare il corridoio con le strisce led

Gli italiani sembrano aver scoperto il piacere di una illuminazione ben distribuita ed omogenea all’interno di tutti gli ambienti di casa, ed il che lo si denota dal grande interesse che gira attorno alle strisce led. Grazie a questa ottima soluzione, è certamente possibile ottenere una luce più intensa e soddisfacente rispetto quella offerta dalle vecchie lampade ad incandescenza, ma soprattutto più economica ed in grado di rispettare l’ambiente. In particolar modo, uno degli ambienti di casa tipicamente trascurato dal punto di vista dell’illuminazione è il corridoio: questa zona che collega le differenti aree di un appartamento è bene sia sufficientemente illuminata per consentire sempre di potersi muovere in sicurezza, e che possa in qualche modo “guidare” il visitatore rendendo più piacevole la propria permanenza o passaggio.  Le soluzioni a disposizione degli utenti sono davvero tante e ne approfittiamo per ricordare le due più adottate e certamente in grado di offrire risultati concreti.

La prima soluzione per illuminare il corridoio con le strisce led è quella di applicare delle strisce led rivolte verso il soffitto, magari da abbinare ad un portalampade adatto. La luce riflessa sul tetto si distribuirà in maniera uniforme e gradevole all’interno di tutto il corridoio, illuminandolo in maniera ottimale e conferendogli uno stile particolarmente moderno. In alternativa è possibile montare delle strisce led direttamente sul soffitto, come a creare un’unica striscia luminosa, o affiancare una seconda striscia nel caso in cui il corridoio sia particolarmente lungo e spazioso. Per migliorare l’impatto estetico, è possibile installare due ulteriori strisce led all’altezza dello zoccoletto, il che permette di conferire maggiore eleganza a tutto l’ambiente. Su lucefaidate.it trovi le strisce led che fanno al caso tuo, con tutta la possibilità di scelta per quel che riguarda intensità e colore della luce, nonché lunghezza della striscia che potrai tagliare a piacimento.

Lo spogliatoio della palestra, da servizio a business

 

Mai pensare che lo spogliatoio della palestra sia solo un luogo di passaggio o di servizio, uno spazio dove le persone si cambiano e basta. Nel corso del tempo, gli imprenditori più smart del settore del fitness hanno capito benissimo che lo spogliatoio è uno dei locali ai quali i clienti sono più attenti. Addirittura, spesso i frequentatori di palestre trascorrono più tempo tra queste mura che tra macchine, pesi, attrezzi o corsi. Un ambiente che dovrebbe essere, alla fine delle sedute di fitness, il luogo eletto per il comfort e le chiacchiere tra clienti. Che sicuramente commentano qui pregi e difetti della palestra stessa.

Spogliatoio, mai più senza…

Diversi sono gli aspetti che dovrebbero contraddistinguere uno spogliatoio di qualità, capace di comunicare al cliente piacevolezza e benessere. I principali elementi sono: pulizia, ambiente, comodità e funzionalità. Vediamo queste voci una per una.

Pulizia

Chi mai vorrebbe trovarsi svestito in un ambiente che comunica scarsa igiene? Nessuno, ovviamente. Ecco perché è importante che lo spogliatoio sia sempre ben areato e privo di cattivi odori, oltre che immacolato e ordinato. Anche se semplice, il locale dove ci sia cambia dovrebbe avere piani di appoggio, come delle panche facili da pulire, e armadietti perfettamente funzionanti e puliti. A maggior ragione la regola vale nei bagni e nelle docce: è fondamentale che l’igiene sia la priorità di ogni gestore.

Ambiente

Inutile investire in attrezzi e macchine nuove se gli spogliatoi cadono a pezzi. E’ questo il primo biglietto da visita per il cliente e l’ultimo ricordo prima di andare a casa. Meglio rinunciare a un set di pesi scintillante a favore di una sistemata del locale dove gli utenti si cambiano e si lavano.

Comodità

A seconda delle dimensioni della palestra e del numero di clienti vanno ben considerate anche le dimensioni dello spogliatoio e dei relativi bagni. Non dovrebbe, se possibile, formarsi la coda alle docce e agli asciugacapelli. Proprio per questo, conviene scegliere dei phon ultraveloci, che richiedono la metà del tempo rispetto a quelli standard. Eccellenza del settore sono gli asciugacapelli da parete Machflow, di produzione esclusiva Mediclinics. Si tratta di un apparecchio dalla linea ergonomica e di dimensioni contenute, però dotato di tubo estensibile fino a 2 metri, altissima potenza (velocità dell’aria fino a 200 km/h) e possibilità di regolazione automatica di della potenza del flusso d’aria. A tutto questo si aggiunge la resistenza attivabile con un interruttore on/off, un consumo di soli max 1000 W, certificati di sicurezza internazionali e il funzionamento automatico. Senza trascurare il design, perché in uno spogliatoio anche gli accessori devono essere non solo pratici (e anti atti vandalici) ma anche belli a lungo nel tempo. Già, perché gli asciugacapelli Machflow sono in vero acciaio inox, anche nella versione bianca, e quindi non temono ossidazione e ruggine.

Funzionalità

Il tempo è denaro, anche per chi frequenta una palestra. Via libera quindi a tutto quello che può far risparmiare minuti preziosi ai clienti e magari anche parte del budget al gestore. Si quindi ad asciugamani elettrici, che non richiedono ricambi e forniture continue come invece quelli di carta, e sì a dispenser per sapone e shampoo, così da non ritrovarsi bottigliette vuote o saponette abbandonate. In questo modo la funzionalità diventa non solo una scelta estetica, ma anche una strada verso la sostenibilità.

Negozio fisico o ecommerce? Un italiano su tre preferisce ancora il punto vendita reale

Anche se gli acquisti effettuati tramite il nostro smartphone e il nostro PC sono all’ordine del giorno per la maggioranza degli italiani, esiste ancora uno “zoccolo duro” che preferisce il negozio reale. E non si tratta di una percentuale così ridotta: circa il 33%, vale a dire che un nostro connazionale su tre continua a prediligere un punto vendita fisica all’e-commerce. Però, anche chi manifesta una forte affezione al negozio desidererebbe dei punti vendita differenti: li vorrebbe infatti ecologici, umani e piacevoli,  con strumenti digitali che permettano di personalizzare i prodotti e aiutino a risparmiare tempo, sfruttando alcuni dei vantaggi del canale online come punti di ritiro e servizi di consegna. L’identikit del negozio auspicato e futuribile è il frutto di uno studio Ipsos commissionato da Axis Communications, azienda specializzata nella videosorveglianza di rete.

Canali complementari, non nemici

Il canale di vendita digitale e quello reale nono sono poi così lontani nel cuore degli italiani. La ricerca mette in luce che per il 57% degli intervistati il negozio fisico e il sito internet sono complementari, mentre il 33% preferisce il negozio fisico e solo un 10% che predilige fare acquisti online. Il negozio fisico viene apprezzato per la possibilità di vedere e provare il prodotto (85%) e per la consulenza fornita dal personale di vendita (79%). Spiega il coesistere di questi due mondi Michela Zarino direttore Ricerca Market Strategy & Understanding di Ipsos: “Nonostante l’e-commerce sia assolutamente in crescita e lo sarà anche negli anni successivi, il punto vendita fisico continua ad avere un ruolo centrale, e gli shopper iniziano a considerare online e offline come complementari, quindi come due alternative che hanno a disposizione a seconda di quelli che sono i loro bisogni e le loro attese”.

Il ruolo della tecnologia e del rapporto umano

Tecnologia ed esperienza “reale” dovranno imparare a convivere in maniera sempre più stretta. Tra i fattori da non sottovalutare c’è lo showrooming, cioè l’allestimento del negozio: per un giovane su tre rappresenta un momento di piacere e divertimento, mentre l’82% degli intervistati ritiene l’atmosfera del punto vendita un elemento importante e in 3 casi su 4 apprezza se durante lo shopping c’è una musica adatta al proprio gusto.

“La tecnologia che nel prossimo futuro avrà più impatto è sicuramente la musica e poter personalizzare le playlist in funzione dell’area vendita in cui mi trovo, compresi i camerini” ha commentato Pietro Tonussi, Business Development Manager di Axis Communications. “Questo porta a una customer experience, a un tempo speso all’interno del negozio migliore e più tempo viene trascorso un negozio più alte sono le probabilità di vendita”. In sintesi, il negozio del futuro dovrà garantire non solo una shopping experience, ma anche e soprattutto  una human experience dove accoglienza e contatto umano giocano un ruolo fondamentale.

Tutti pazzi per FaceApp, ma la privacy è in pericolo

FaceApp, l’app che invecchia i nostri selfie in realtà è un incubo per la privacy. Lanciata già due anni fa, nel 2017, FaceApp ha raggiunto la ribalta nel mese di luglio, sfondando gli 80 milioni di download. Migliaia di foto di persone modificate in modo da far sembrare il soggetto più anziano o più giovane: il servizio fornisce infatti la possibilità di applicare filtri estremamente credibili ai selfie caricati grazie a potenti algoritmi. Il problema è che a differenza di molti software con scopi analoghi FaceApp lavora l’immagine sul server dell’azienda sviluppatrice, originaria di San Pietroburgo. E come molti hanno osservato l’app costituisce anche un problema per la privacy, dal momento che le condizioni d’utilizzo sono vaghe, e non conformi al Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati.

L’accusa è partita da Twitter

La denuncia più severa è partita da Twitter, dove un analista informatico ha ipotizzato che l’applicazione caricasse sui propri server tutte le fotografie contenute nel rullino. Successivamente smentita da un altro esperto informatico, questa accusa ha contribuito ad accendere il dibattito, imponendo a tutti gli utenti una riflessione più approfondita sui dati che condividiamo, riferisce Agi.

Prime a schierarsi sono state però le organizzazioni di categoria, come Privacy International, che ha pubblicato sul proprio sito un’analisi della licenza d’uso di FaceApp  evidenziando che l’utente garantirebbe “una licenza perpetua, irrevocabile, non esclusiva, royalty-free, globale, interamente pagata, trasferibile e sub-licenziabile” delle immagini caricate sull’app.

Diritti illimitati sulle informazioni caricate dagli utenti

In parole povere, la Wireless Lab OOO, che sviluppa il sistema, avrebbe diritti pressoché illimitati sulle informazioni caricate dagli utenti. Tuttavia, alle polemiche ha risposto lo stesso AD dell’azienda, Yaroslav Goncharov, dichiarando al Washington Post che l’unico materiale raccolto da FaceApp è quello che l’utente sceglie di caricare, e che gran parte delle immagini vengono cancellate dal server entro 48 ore. Non è chiaro comunque cosa si intenda per “gran parte”, né in base a quale meccanismo alcune dovrebbero rimanere nei sistemi di Wireless Lab OOO. Un’altra polemica riguarda il luogo fisico in cui risiedono le macchine che fanno funzionare FaceApp. Wireless Lab OOO infatti è stata fondata a San Pietroburgo, ma risulta registrata nel Delaware. E i server utilizzati in realtà sarebbero quelli di Amazon, situati tra il Canada e gli USA.

I timori dei candidati democratici statunitensi

Dopo che i responsabili per la sicurezza hanno invitato i futuri candidati alle presidenziali del 2020 a non utilizzare il servizio sulla vicenda FaceApp si sono espressi anche alcuni esponenti del Partito Democratico americano. Il senatore dem Chuck Schumer ha annunciato su Twitter di aver fatto formale richiesta all’Fbi e alla Federal Trade Commission, l’ente governativo per la tutela dei consumatori, di compiere un’approfondita indagine sul funzionamento dell’app.

Nel frattempo, il consiglio che danno tutti è sempre lo stesso: se ancora non si ha utilizzato l’app che invecchia il volt meglio mostrare un po’ di saggezza ed evitare di fornire dati al primo servizio che diventa virale.

Case europee sempre più smart. Google sfida Amazon per il controllo vocale

Il mercato europeo della casa smart è aumentato del 23% nel corso del 2018, e nel primo trimestre di quest’anno si conferma in salute, con una crescita del 23,9% e una quota di 21,3 milioni di dispositivi commercializzati.

La tecnologia è entrata in tutte le case, anzi, in tutte le stanze, rendendo hi-tech ciò che fino a ieri non lo era, come il lampadario o le tapparelle. Gli altoparlanti rispondono alle domande, le luci si regolano con un comando vocale, i citofoni mostrano chi sta suonando alla porta direttamente sullo schermo dello smartphone. Una tendenza partita dagli Usa e dalla Cina che ora decolla anche nel Vecchio Continente.

Il settore chiuderà il 2019 con 107 milioni di dispositivi consegnati

A fornire le cifre della svolta digitale tra le mura domestiche sono gli analisti di Idc, secondo i quali l’incremento riguarda tutte le categorie di prodotto, dai televisori ai termostati, dalle lampadine agli altoparlanti. E sempre secondo Idc il trend è destinato a consolidarsi. Il settore della smart home chiuderà infatti il 2019 con 107 milioni di dispositivi consegnati, che saliranno a 183 milioni nel 2023. Nel corso di quell’anno gli europei faranno entrare in casa 43 milioni di smart speaker, 76 milioni di tv connesse e 28 milioni di luci da accendere e spegnere senza sfiorare l’interruttore.

Il segmento degli smart speaker è quello in cui si gioca la sfida tra piattaforme rivali

Il segmento degli smart speaker è il più esiguo in termini di volumi, ma è quello in cui si gioca la sfida tra piattaforme rivali, perché è dagli altoparlanti che si controllano, attraverso la voce, gli altri elementi connessi della casa, come il condizionatore o il robot aspirapolvere. Stando ai dati Idc, in Europa da gennaio a marzo sono stati consegnati 3,35 milioni di smart speaker, con un incremento annuo del 58%.

Google sorpassa Amazon 

Quanto agli smart speaker i dispositivi Google Home hanno rappresentato il 45,1% del totale, contro il 41,8% degli Echo di Amazon. L’assistente virtuale di Google è quindi balzato in testa, anche se per gli esperti sarà la voce di Alexa, l’assistente di Amazon, a guidare il mercato nel corso del 2019. Speaker a parte, a dominare nella casa connessa è l’intrattenimento che orbita intorno al piccolo schermo. I televisori smart, riporta Ansa, insieme agli adattatori che portano internet sulle vecchie tv, registrano consegne in aumento dell’11%, a quota 12,7 milioni di unità. C’è poi la categoria che comprende luci, termostati, e i dispositivi per controllare e rendere più sicura l’abitazione, che nel complesso cresce del 20,8%.

Quanto costa il salario minimo? Le stime dell’Inapp sui costi per le imprese

Alle imprese italiane il salario minimo costerebbe 6,7 miliardi di euro. In tutto, il salario minimo legale a 9 euro lordi all’ora coinvolgerebbe infatti il 21,2% dei lavoratori dipendenti, di cui quelli del settore privato non agricolo, esclusi i lavoratori domestici, sarebbero circa 2,6 milioni. Di questi, circa 1,9 milioni, sarebbero lavoratori a tempo pieno, il 18,4% del totale dei dipendenti a tempo pieno, per un costo di 5,2 miliardi, e circa 680.000 lavoratori a tempo parziale (il 29% del totale dei dipendenti part-time), per un costo di 1,5 miliardi. Che sommati raggiungono la cifra di 6,7 miliardi di euro.

Coinvolte soprattutto le micro imprese e le piccole imprese

Si tratta delle stime sul salario minimo fornite da Paola Nicastro, direttore generale dell’Inapp, l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche, nel corso dell’audizione alla Camera dei deputati, alla quale ha partecipato anche Roberto Quaranta (Inapp e Fondazione Collegio Carlo Alberto). Secondo le stime il provvedimento riguarderebbe in modo particolare le imprese molto piccole (fino a 10 dipendenti), e piccole (fino a 50 dipendenti), in particolare nel Mezzogiorno. Limitandosi ai lavoratori a tempo pieno beneficerebbero del salario minimo il 34,1% dei dipendenti delle imprese molto piccole e il 20,3% di quelli delle imprese piccole, così come il 27% dei dipendenti nel Mezzogiorno e isole.

Simulazioni con valori inferiori a 9 euro l’ora lordi

L’incidenza del salario minimo tra i lavoratori stranieri a tempo pieno sarebbe del 32,4%, contro un 16,1% dei lavoratori italiani. Tra le dipendenti donna a tempo pieno, l’introduzione del salario minimo riguarderebbe il 23,3%, a fronte del 16,5% dei dipendenti uomini.

Nella sua audizione, l’Inapp ha fornito anche i risultati di alcune simulazioni con valori inferiori del salario minimo. Ad esempio, l’introduzione di un salario minimo legale a 8,5 euro all’ora riguarderebbe 1,9 milioni di lavoratori, cioè il 15,8% dei dipendenti del settore privato non agricolo (esclusi i lavoratori domestici), con un costo per il sistema delle imprese di 4,4 miliardi.

I costi potrebbero essere attutiti con l’introduzione di un credito di imposta

Si tratta di numeri che si ridurrebbero a 1,2 milioni di lavoratori, pari al 10,4%, con un costo di 2,7 miliardi di euro se il salario minimo legale fosse fissato a 8 euro lordi all’ora. Durante una fase transitoria i costi per le imprese, potrebbero però essere attutiti con l’introduzione di un credito di imposta, riferisce Adnkronos, calibrato sui soli dipendenti beneficiari di questa forma minima di retribuzione.

Osservatorio sulle fake news: per Agcom la criminalità è il tema clou

Criminalità, politica e medicina: sono questi gli argomenti più trattati dalle fake news, le notizie false – spesso costruite ad hoc – che viaggiano sulla rete e sui social. E il fenomeno ha raggiunto proporzioni davvero impressionati, anche se (e si spera che possa essere una buona vera notizia) la disinformazione online complessivamente prodotta in Italia nel secondo bimestre 2019 mostra un andamento pressoché costante rispetto al periodo gennaio-febbraio. A rilevarlo è il terzo numero dell’Osservatorio sulla disinformazione online pubblicato recentemente dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, l’Agcom.

Per le elezioni europee meno “falsi” che per le politiche del 2018

Tra i fatti più degni di nota, precisa una nota del Garante diffusa da Askanews, spicca come nel periodo subito precedente le ultime elezioni europee, l’ammontare medio di disinformazione online abbia assunto valori decisamente inferiori rispetto a quelli registrati nel periodo antecedente alle politiche del 2018. A marzo e aprile 2019, i contenuti di disinformazione si concentrano principalmente su fatti di cronaca (38,2%) che, congiuntamente a quelli di politica (11,8%) costituiscono la metà del totale. Da notare, prosegue Agcom, che sui siti di disinformazione l’incidenza degli articoli che trattano direttamente il tema delle elezioni europee ad aprile è stato di poco superiore all’1%.

Diminuiscono le “bufale” sull’immigrazione

Ancora, l’Osservatorio segnala che dall’analisi del testo di tutti gli articoli prodotti dai siti di disinformazione si evidenzia l’emergere di 4 principali tematiche, quali politica e affari di governo; cronaca nera e giudiziaria; medicina e salute; meteo. Tra i temi di rilevanza europea individuati da Eurobarometro, la disinformazione online riguarda soprattutto criminalità e disoccupazione, mentre sul totale diminuisce l’incidenza dell’immigrazione.

Criminalità il tema preferito dalla disinformazione

E’ la criminalità, però, il tema più gettonato per la costruzione delle fake news. La criminalità, che costituisce l’oggetto del 10% dei contenuti “falsi”, conclude la nota di Agcom, si conferma la tematica più trattata non solo dai siti ma anche dalle pagine/account social di disinformazione.

Gli italiani ne hanno paura

Un’ulteriore indagine, “Odio e falsità in rete”, svolta da Swg su un campione di 1.200 persone, indica invece quanto gli italiani abbiano paura di abboccare alle fake news sui social e in rete e di subire episodi di violenza verbale sul web. L’analisi afferma che il 39% degli italiani considera le fake news uno dei principali rischi dell’uso della rete (era il 26% nel 2017; +13%); seguono l’incitazione a odio e violenza (15%; +4% rispetto al 2017) e il decadimento del linguaggio (13%; +4%).

Riscaldamento terrestre e vita degli Oceani, impatto devastante dopo il 2010

Le variazioni della temperatura hanno effetti importanti sulla vita marina. Nel corso dell’ultimo decennio il riscaldamento terrestre ha causato mutamenti biologici su scala oceanica senza precedenti. Uno studio internazionale pubblicato su Nature Climate Change, guidato dal Cnrs (Francia) e al quale partecipa il Cnr-Ismar, prevede che l’aumento del calore oceanico porterà a ulteriori e sostanziali cambiamenti biologici nel mare. In particolare la ricerca identifica alterazioni inusuali nella vita marina dopo il 2010 nel Pacifico, nell’Oceano Atlantico e nell’oceano Artico.

“Cambiamenti biologici in regioni sempre più diffuse”

Secondo Alessandra Conversi, dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismar), “questi risultati suggeriscono l’inizio di una nuova era climatica caratterizzata da forti cambiamenti biologici in regioni sempre più diffuse”. Può infatti accadere che in un periodo di tempo dell’ordine di un anno si modifichi l’intera rete trofica di un ecosistema, con impatti anche devastanti sui servizi ecosistemici e sulle collettività che ne usufruiscono.

Questi fenomeni, detti phase, regime o abrupt shifts (cambi/salti di sistema), sono stati identificati in molti bacini marini, per esempio nel Mare del Nord e in Adriatico già alla fine degli anni ’80.

Un modello numerico globale basato sulla teoria Metal

Per capire e predire i cambiamenti nella biodiversità marina il team scientifico ha progettato un modello numerico globale basato sulla teoria Metal (Macro-Ecological Theory on the Arrangement of Life) sviluppata da Gregory Beaugrand. Per verificare l’efficacia delle predizioni, riporta Adnkronos, il modello è stato inizialmente testato su quattordici regioni oceaniche per le quali esistevano osservazioni dagli anni ’60 dovute a programmi di monitoraggio.

Il modello è stato poi applicato su scala globale nel periodo 1960-2015. “Applicando il modello siamo riusciti a quantificare la forza e l’estensione spaziale dei regime shifts a scala globale: Metal ha infatti identificato tra il 2010 e il 2015 un cambiamento senza precedenti e massiccio nelle popolazioni oceaniche, che può essere attribuito a El Nino, alle anomalie di temperatura in Atlantico e nel Pacifico e al riscaldamento dell’Artico”, prosegue la ricercatrice.

Fornire segnali di allarme precoce sui cambi di regime negli ecosistemi marini

I programmi di monitoraggio delle popolazioni marine coprono solo una piccola area dell’oceano, solitamente vicino alla costa. Questo nuovo modello offre invece una copertura globale, e può essere usato in congiunzione con i sistemi di monitoraggio esistenti, consentendo quindi la predizione dei principali cambiamenti biologici su scale più ampie in termini di spazio tempo di quanto sia possibile fare con i soli dati osservati. “Può inoltre fornire segnali di allarme precoce (early warnings) sui cambi di regime negli ecosistemi marini – aggiunge Conversi – e allertare sulle possibili conseguenze sui servizi ecosistemici associati, come la pesca, l’acquacoltura, il turismo”.

Backup dei dati: il 65% degli utenti li perde

Se il 92,7% degli utenti del mondo esegue ormai il backup dei propri computer (+24,1% rispetto allo scorso anno), oltre il 65% ha perso dati dal pc. E c’è ancora un 7% che non adotta alcun metodo di protezione delle proprie informazioni personali. Lo affermano i risultati di un sondaggio condotto dalla società tecnologica Acronis in occasione del World Backup Day, la giornata mondiale di sensibilizzazione sulla conservazione dei propri dati, che ricorre il 31 marzo. La scelta della data non è casuale. Si tratta, infatti, del giorno che precede il 1 aprile, in cui tradizionalmente si fanno scherzi più o meno pesanti. La perdita di tutti i nostri dati, però, è tutt’altro che uno scherzo, e comporta conseguenze serie e spesso anche costose.

Nel 2023 la spesa mondiale per recuperare dati ammonterà a 2.500 miliardi di dollari

Si calcola che nel 2023 la spesa mondiale per cercare di recuperare e ripristinare dati andati perduti ammonterà a ben 2.500 miliardi di dollari. Fare un backup significa creare una seconda o terza copia dei propri file (fotografie, video, email, documenti), in modo da non rischiare di perderli nel caso in cui il computer o il telefono in cui sono memorizzati si rompa, venga smarrito o rubato. Oppure che qualche hacker li rubi e chieda un riscatto per la restituzione, riporta Ansa. Il ransomware, ad esempio, è un vero e proprio sequestro: gli hacker infettano computer e smartphone, ne bloccano l’accesso o criptano i contenuti memorizzati, lasciando i dispositivi nelle mani dei proprietari, ma rendendoli di fatto inservibili.

Ogni quanto va fatto il backup

Basta poco per evitare brutte sorprese: il backup va eseguito periodicamente proprio per assicurarsi di avere sempre a disposizione una versione il più recente possibile delle nostre informazioni. Ma quando va fatto il back? Non esiste una risposta univoca, dipende sempre da quanto “riempiamo” i nostri device. “Ciò che possiamo consigliare – spiegano Francesca Romana Capizzi, Ida Galati, Nadia La Bella, Fabrizia Spinelli, quattro imprenditrici digitali di The Fashion Mob – è impostare una sveglia periodica sullo smartphone (o sul pc) che ci ricordi l’appuntamento backup”.

Memoria Usb, hard disk o cloud?

Esistono diverse soluzioni di salvataggio, e molti scelgono di affidarsi a più opzioni insieme. Esistono molti software che fanno il backup automatico del dispositivo, a pagamento o anche gratis. Se si sceglie di affidarsi ad hard disk esterni, o una memoria Usb, controllare sempre capienza e velocità di scrittura.

“Noi come gruppo abbiamo preso l’abitudine di salvare direttamente i nostri dati comuni dal principio in un cloud virtuale condiviso, come Dropbox, con il triplo vantaggio di avere tutto al sicuro, disponibile in qualsiasi momento da ogni device”, aggiungono le imprenditrici. E per chi ha perso i dati su Whatsapp esistono dei tool da scaricare su pc, come Easeus MobiSaver, Whatsapp Recovery e Dr.Fone per Android, che tentano il miracolo di recuperare quanto perduto.

 

Quanto costa un 1 giga di Internet? In Italia pochissimo

Vivere in Italia è molto conveniente. Almeno, dal punto di vista delle connessioni internet con lo smartphone. Una ricerca di Cable.co.uk, piattaforma di comparazione prezzi di operatori Tlc, ha messo a confronto più di seimila piani tariffari di 230 paesi, paragonando fra loro il prezzo medio di un giga di dati da utilizzare via mobile. E da questa mappa risulta appunto che la situazione italiana è tra le più convenienti. Noi spendiamo infatti molto meno dei tedeschi, degli inglesi, dei cinesi e degli americani. Solo gli indiani e i russi, tra i grandi paesi del mondo, spendono meno di noi.

Italia al 31° posto, con una spesa media di 1,73 dollari

Per quanto riguarda l’Italia la rilevazione di Cable.co.uk ha comparato 44 piani tariffari presenti nel mercato al 12 novembre dello scorso anno. Quello meno costoso è pari a 0,18 dollari, mentre quello più oneroso è di 11,31 dollari. La media generale ci colloca in 31a posizione, con una spesa media di 1,73 dollari, nettamente inferiore a quella di altre grandi potenze europee e mondiali.

Per quanto riguarda gli altri paesi del continente europeo, i francesi spendono 2,99 dollari, gli spagnoli 3,79 dollari, i tedeschi 6,96 dollari, e gli inglesi 6,66 dollari.

Svizzera 20,22 dollari, Usa e Canada più di 10 dollari al giga

In Svizzera invece si paga una cifra quasi venti volte superiore a quella italiana (20,22 dollari). Ma loro guadagnano più di noi e il costo della vita a Berna o Ginevra è mediamente più alto.

Guardando alle altre tariffe mondiali la tendenza generale è molto diversa da quella che viviamo in Italia. Negli Stati Uniti e in Canada si superano i 12 dollari, e anche i cinesi, costretti a districarsi tra tariffe medie che stanno di poco sotto ai 10 dollari, non se la passano meglio. Spicca poi il caso della Corea del Sud che, pur avendo una rete mobile eccezionale, registra costi quindici volte superiori all’Italia.

Sul podio, India, Kirghizistan e Kazakistan

Oltre all’India, (0,26 dollari) salgono sul podio della classifica dei meno cari anche altri due paesi asiatici, il Kirghizistan (0,27 dollari) e il Kazakistan (0,49 dollari), mentre i russi (0,91 dollari) sono al 4° posto.

Dall’altro capo della lista, riporta Agi, c’è invece lo Zimbabwe, dove un gigabye di dati mobile costa poco più di 75 dollari. Ovvero ben 289 volte di più che a Nuova Delhi o a Calcutta.