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Sagre italiane: il festival che muove economia, identità e turismo nei borghi

Nel tessuto economico e sociale dell’Italia, le sagre paesane rappresentano molto più di un momento di festa: sono nodi di economia locale, laboratori di marketing territoriale e meccanismi di resilienza per comunità spesso marginalizzate. In un Paese in cui la valorizzazione del territorio resta una leva strategica, comprendere il ruolo economico delle sagre aiuta a leggere fenomeni che vanno oltre il folklore, toccando turismo, filiere agroalimentari e occupazione stagionale.

Le sagre nascono come celebrazioni legate a un prodotto, a una ricorrenza religiosa o a una tradizione agricola, ma negli anni si sono trasformate in vere e proprie occasioni di consumo e di incontro. Dalla Sagra del Tartufo di Alba alle feste di paese dedicate alla porchetta, al pesce o alle castagne, questi eventi attraggono residenti e visitatori, stimolano la spesa in ristorazione e ospitalità e consolidano una domanda per prodotti locali. Il valore è sia diretto (vendite, ingressi, servizi) sia indiretto (allungamento della stagione turistica, promozione dei prodotti tipici, visibilità per le imprese locali).

Analizzando i flussi economici, emerge una molteplicità di canali: gli incassi delle sagre alimentano bar, ristoranti e botteghe; le produzioni locali trovano mercati temporanei; le strutture ricettive registrano picchi di occupazione. Studi di caso reali mostrano che una sagra ben promossa può generare ricavi significativi per un piccolo comune: un’evento di due o tre giorni può tradursi in un aumento del fatturato per il comparto ristorativo e dell’accoglienza fino al 20–30% nel periodo considerato. Anche la filiera agricola trae vantaggio, perché la domanda per materie prime locali cresce e si consolidano rapporti tra produttori e organizzatori.

Gli esempi concreti sono molteplici. La Fiera del Tartufo di Alba ha saputo trasformare un prodotto di nicchia in un brand riconosciuto globalmente, con effetti di lungo periodo sul turismo enogastronomico piemontese. Allo stesso modo, piccole sagre marinare lungo la costa ligure o adriatica, pur con numeri contenuti, riescono a creare circuiti di visita che fanno tappa in più paesi limitrofi, distribuendo benefici economici sul territorio. In molti casi le amministrazioni locali, insieme a camere di commercio e associazioni di categoria, supportano l’evento con logistica, promozione e regolamentazione, amplificando così l’impatto positivo.

Tuttavia, il fenomeno non è esente da criticità. L’economia delle sagre è spesso informale: molte transazioni avvengono in contanti, con scarsa tracciabilità fiscale e limitata capacità di aggregazione dei dati. Questo rende difficile stimare con precisione il valore complessivo del settore e limita le opportunità di finanziamento per progetti di crescita. A ciò si aggiungono rischi legati alla sostenibilità ambientale (rifiuti, gestione delle folle), alla qualità dei servizi e alla capacità di concorrenza con eventi più strutturati o con l’offerta turistica urbana.

Negli ultimi anni, però, si intravedono tendenze di trasformazione positiva. Digitalizzazione e social media hanno ampliato la portata delle sagre: pagine dedicate, prenotazioni online e campagne promozionali aiutano a profilare il pubblico e a gestire flussi in modo più efficiente. La certificazione dei prodotti e la filiera corta stanno rafforzando la reputazione delle specialità locali, con effetti duraturi sul valore percepito. Infine, pratiche di turismo sostenibile e economie circolari vengono sempre più integrate nella gestione degli eventi, riducendo impatti negativi e creando nuove opportunità occupazionali legate al riuso e alla logistica verde.

Guardando al futuro, le sagre possono diventare leve strategiche per la rigenerazione territoriale. Investire in professionalizzazione — formazione per organizzatori, sistemi di pagamento tracciabili, politiche di accoglienza — può trasformare eventi stagionali in attrattori stabili. La collaborazione tra comuni, consorzi e operatori turistici permetterebbe di creare circuiti tematici che prolungano la permanenza media dei visitatori e favoriscono la de-stagionalizzazione. Allo stesso tempo, politiche pubbliche mirate a sostenere la qualità dei prodotti e la tutela ambientale possono moltiplicare l’impatto economico senza snaturare l’autenticità delle feste.

In sintesi, le sagre italiane rappresentano un patrimonio economico e culturale spesso sottovalutato: non sono solo momenti di aggregazione, ma strumenti di sviluppo locale. Con adeguati interventi di governance, digitalizzazione e sostenibilità, questi eventi possono contribuire in modo significativo alla valorizzazione dei territori, alla promozione delle filiere agroalimentari e alla creazione di reddito nelle aree interne — un ponte tra tradizione e futuro economico dell’Italia.

La nuova mappa delle catene globali: perché il Sud‑Est Asiatico sta riscrivendo il commercio mondiale

La pandemia, le tensioni commerciali e l’aumento dei costi in Cina stanno accelerando un ripensamento profondo delle catene del valore globali. Negli ultimi anni si è consolidata una tendenza chiave: molte produzioni, soprattutto nei settori elettronico, tessile e meccanico, stanno migrando verso paesi del Sud‑Est Asiatico e verso destinazioni di nearshoring più vicine ai mercati finali. Questo spostamento non è solo una questione di costi salariali: è il risultato di una combinazione di rischi geopolitici, logistica, investimenti infrastrutturali e innovazione tecnologica.

Il contesto è chiaro: dopo lo shock logistico causato dalla pandemia e l’incertezza legata alle relazioni tra Stati Uniti e Cina, aziende e governi hanno rivalutato la strategia della massima concentrazione produttiva. Vietnam, Indonesia, India, Bangladesh e Thailandia offrono un mix di mano d’opera qualificata, incentivi agli investimenti e miglioramenti infrastrutturali che attraggono multinazionali in cerca di diversificazione. Allo stesso tempo, Messico e paesi dell’Europa dell’Est guadagnano interesse come hub per la clientela nordamericana ed europea.

Nell’analisi dei flussi commerciali emergono almeno quattro driver principali. Primo, la progressiva crescita dei salari in Cina ha eroso il vantaggio competitivo in alcune fasce di produzione a basso costo; le imprese spostano invece attività labor‑intensive in mercati dove il rapporto costo‑competitività è più favorevole. Secondo, la volontà delle catene di approvvigionamento di ridurre i rischi: diversificare i fornitori e accorciare i tempi di consegna significa maggiore resilienza contro shock esogeni. Terzo, le politiche industriali e gli incentivi fiscali offerti da vari governi del Sud‑Est Asiatico stanno accelerando l’afflusso di investimenti esteri diretti (FDI). Quarto, l’automazione e l’adozione di tecnologie Industry 4.0 rendono economicamente sostenibile produrre più vicino al mercato finale, compensando in parte il costo del lavoro.

Esempi concreti aiutano a tradurre la tendenza in dinamica economica. Aziende tecnologiche internazionali hanno già ampliato capacità produttive in Vietnam per componenti elettronici; produttori di abbigliamento spostano linee in Bangladesh e Myanmar per sfruttare economie di scala nel tessile; alcune realtà del settore automotive stanno rafforzando parchi produttivi in Indonesia e in India per servire i mercati regionali. Nel frattempo, il Messico conferma il ruolo di partner naturale per industrie orientate al Nord America, mentre l’Europa osserva un mix di reshoring e redistribuzione produttiva verso paesi più vicini.

I numeri tradotti in trend macroeconomici hanno conseguenze concrete: nuove rotte commerciali, maggiori investimenti in porti, ferrovie e logistica, e una competizione più intensa per attrarre talenti e capitali esteri. I prezzi al consumo nei mercati avanzati possono trarre beneficio da catene più efficienti nel medio termine, ma la fase di transizione comporta costi: riconversione delle filiere, investimenti in formazione e adeguamento normativo. Per i paesi originari della delocalizzazione, come la Cina, la sfida è evolutiva: passare a produzioni a maggiore valore aggiunto e a servizi avanzati per mantenere crescita e occupazione.

Per l’Italia e l’Europa l’evoluzione apre opportunità e rischi. Le imprese manifatturiere italiane, specializzate in macchinari, componenti di precisione e prodotti di lusso, possono sfruttare la domanda di sofisticazione tecnica e tecnologie di automazione richieste dai nuovi hub produttivi. D’altro canto, segmenti di manifattura a basso valore aggiunto potrebbero subire una pressione competitiva crescente. Politiche industriali attente — che incentivino formazione, innovazione e infrastrutture digitali — saranno decisive per mantenere posizioni di specializzazione.

Guardando al futuro, il quadro più probabile è una forma di regionalizzazione intelligente: catene del valore meno globalizzate in senso classico ma più resilienti, con poli produttivi distribuiti e collegati da reti logistiche efficienti e digitalizzate. Aspettarsi un ritorno totale alla produzione locale è irrealistico, ma la parola d’ordine sarà ‘diversificazione’. Le aziende che sapranno integrare strategie di nearshoring, investimenti in automazione e piani per la sostenibilità ambientale avranno un vantaggio competitivo.

In sintesi, la riorganizzazione delle catene globali verso il Sud‑Est Asiatico e altre destinazioni non è una semplice onda passeggera: è un riposizionamento strutturale che ridefinirà flussi commerciali, investimenti e geografie produttive. Per governi e imprese la sfida è progettare politiche e strategie che trasformino i cambiamenti in opportunità di valore, puntando su resilienza, competenze e sostenibilità.

Da idea a infrastruttura di pagamento: il caso Satispay e la rivoluzione fintech italiana

Negli ultimi dieci anni l’ecosistema dei pagamenti in Italia è cambiato più profondamente di quanto molti immaginassero: da mercato tradizionalmente legato al contante si è trasformato in spazio aperto a soluzioni digitali agili e orientate all’utente. Tra le storie più rappresentative di questa transizione c’è quella di una start-up nata con l’obiettivo di semplificare i pagamenti quotidiani e che, passo dopo passo, è diventata una piattaforma di riferimento per milioni di italiani.

Partendo da un problema concreto — rendere i pagamenti digitali accessibili anche per piccoli commercianti e consumatori poco fidelizzati alle carte — la start-up ha sviluppato un’app intuitiva che consente trasferimenti peer-to-peer, pagamenti nei negozi tramite QR e servizi aggiuntivi come bollettini e raccolte fondi. Il contesto di partenza era favorevole: le normative europee (PSD2) e la crescita degli smartphone hanno creato terreno fertile, ma la sfida più grande rimaneva conquistare la fiducia di esercenti abituati a commissioni elevate e di utenti che ancora preferivano il contante.

Analisi: modelli di crescita, numeri e leve operative
Negli anni successivi al lancio la crescita si è costruita su alcune leve semplici ma efficaci. Primo, un modello di pricing trasparente e competitivo per i commercianti, che ha favorito l’adozione nei negozi di prossimità spesso esclusi dalle soluzioni tradizionali. Secondo, una lunga attività di partnership locali: accordi con catene retail, servizi pubblici e associazioni hanno permesso di aumentare i punti di accettazione. Terzo, un prodotto consumer pensato per la semplicità: onboarding rapido, UX pulita e strumenti per la gestione delle spese personali.

I risultati si sono visti. L’adozione si è accelerata soprattutto nelle fasce urbane e tra i consumatori under 45, mentre l’attivazione di migliaia di esercenti ha creato un circuito reale di utilizzo. Anche i dati economici interni hanno evidenziato la scalabilità del modello: il costo marginale per transazione diminuisce con il volume, e servizi accessori come pagamenti ricorrenti e funzionalità B2B hanno incrementato il valore medio per cliente.

Esempi pratici aiutano a capire la dinamica. In un piccolo centro commerciale di provincia, la diffusione dell’app ha trasformato il rapporto tra commercianti e clientela, consentendo micro-pagamenti rapidi e riducendo la gestione del contante. In contesti urbani, collaborazioni con servizi di trasporto e parcheggio hanno reso la soluzione parte integrante della mobilità quotidiana. La strategia internazionale è stata prudente: espansione selettiva in mercati con barriere regolatorie simili e partnership locali piuttosto che una crescita indiscriminata.

Concorrenza e rischio tecnologico
Il percorso non è stato senza ostacoli. La concorrenza di grandi istituti bancari, dei circuiti globali e delle big tech è una minaccia concreta. Ognuno porta economie di scala e capacità di integrazione elevate. Tuttavia, la start-up ha sfruttato il vantaggio della focalizzazione: prodotti costruiti intorno alle esigenze locali e una struttura snella che consente iterazioni rapide del prodotto. Sul fronte tecnologico, la sfida è mantenere sicurezza e conformità regolatoria senza appesantire l’esperienza utente.

Implicazioni future: dal consolidamento al ruolo nell’infrastruttura finanziaria
Guardando avanti, il caso mostra almeno tre sviluppi plausibili. Primo, consolidamento del mercato: ci si può attendere fusioni e partnership strategiche tra operatori fintech e istituzioni tradizionali per ottenere scala e copertura commerciale. Secondo, diversificazione dei servizi: la piattaforma può evolvere da strumento di pagamento a hub finanziario, offrendo credit scoring alternativo, micro-credito per piccoli esercenti e servizi per la tesoreria aziendale delle PMI. Terzo, integrazione con politiche pubbliche: soluzioni di pagamento semplici possono essere utilizzate per erogare sussidi o incentivi, aumentando l’importanza strategica della piattaforma.

Per il sistema Italia la lezione è chiara: l’innovazione nasce dall’incontro tra bisogni concreti e capacità di esecuzione rapida. Una start-up che riesce a occupare uno spazio operativo reale — non solo una nicchia tecnologica — crea valore sia per gli utenti sia per l’ecosistema finanziario. Il futuro dipenderà dalla capacità di bilanciare crescita e sostenibilità economica, di dialogare con regolatori e banche, e di offrire servizi che restino rilevanti anche di fronte alla pressione competitiva delle grandi piattaforme globali.

In sintesi, il caso rappresenta una traiettoria tipica delle migliori start-up italiane: approccio pragmatista al mercato, attenzione all’adozione capillare e visione per trasformare un’app in infrastruttura. Se saprà consolidare i vantaggi competitivi e ampliare l’offerta senza perdere la semplicità d’uso, potrà giocare un ruolo significativo nella modernizzazione dei pagamenti in Italia e oltre.

Tassi in salita e stagnazione: come il nuovo contesto monetario rimodella l’economia italiana

Negli ultimi due anni l’Italia si trova ad affrontare una congiuntura economica complessa: la normalizzazione dei prezzi dopo lo shock energetico, l’aumento dei tassi d’interesse deciso dalla Banca Centrale Europea e le residue incertezze geopolitiche stanno modificando gli equilibri tra famiglie, imprese e finanza pubblica. Questo articolo valuta gli effetti concreti di questa fase, con dati, esempi e possibili scenari per il prossimo biennio.

Contesto: dal 2022 la politica monetaria europea ha cambiato rotta per contrastare l’inflazione elevata, portando a una graduale stretta sui tassi. Per l’Italia, paese con un elevato rapporto debito/PIL e una struttura produttiva caratterizzata da molte piccole e medie imprese, questo nuovo contesto rappresenta una sfida particolare. Allo stesso tempo, la ripresa dei flussi turistici e gli investimenti legati al PNRR offrono opportunità di crescita, ma dal lato dell’offerta permangono strozzature e differenze regionali marcate.

Analisi: impatto sui consumi e sul credito. L’aumento dei tassi si traduce immediatamente in costi di finanziamento più alti per famiglie e imprese. I mutui a tasso variabile e i nuovi prestiti vedono tassi medi più elevati rispetto al periodo di tassi negativi o prossimi allo zero, riducendo la capacità di spesa delle famiglie e comprimendo gli investimenti delle PMI. Diversi studi e sondaggi bancari segnalano un allungamento dei tempi di approvazione del credito e un irrigidimento dei requisiti, in particolare per le imprese con bilanci più fragili.

Per le imprese manifatturiere del Nord, la pressione sui margini è più contenuta grazie alla maggiore internazionalizzazione e capacità di trasferire parte dei costi sui prezzi. Al contrario, le PMI del Centro-Sud, con minore accesso ai mercati esteri e capitalizzazione più bassa, registrano un aumento del rischio di credito. Esempi concreti si osservano nel comparto metalmeccanico e agroalimentare: ordini stabili ma investimenti in innovazione rallentati per la difficoltà a reperire capitale a costi sostenibili.

Analisi: il bilancio pubblico e la sostenibilità del debito. Un tema centrale riguarda il costo del debito pubblico. Un rendimento dei titoli di stato più alto incide sulla spesa per interessi, comprimendo lo spazio fiscale per stimoli o per riduzioni fiscali. Tuttavia, la composizione del debito italiano, con una quota significativa a tasso fisso e a medio-lungo termine, attenua l’impatto immediato rispetto a un normale aumento dei tassi su tutte le scadenze. Resta comunque la necessità di politiche di consolidamento mirate e di misure che migliorino la crescita potenziale.

Analisi: mercato del lavoro e inflazione. La dinamica salariale in Italia rimane contenuta rispetto ad altri paesi europei. Se l’inflazione dovesse stabilizzarsi su livelli moderati, la pressione sui salari potrebbe restare limitata; ma un aumento persistente dei prezzi alimenterebbe richieste di adeguamenti salariali, con effetti sui costi unitari del lavoro e sulla competitività delle imprese italiane. A livello settoriale, servizi legati al turismo e all’ospitalità mostrano riprese robuste, mentre i settori ad alta intensità tecnologica vedono difficoltà di reperimento di competenze, frenando la produttività.

Esempi positivi e leve di resilienza. Il PNRR continua a rappresentare una leva importante: progetti di digitalizzazione e transizione verde stanno creando domanda di investimenti e stimolando partenariati pubblico-privati. Alcune startup e PMI innovative, soprattutto nel Nord e in cluster universitari, stanno beneficiando di finanziamenti mirati e di accesso a capitali di rischio. Inoltre, la ripresa del turismo internazionale sostiene catene della ristorazione, trasporti e commercio locale, contribuendo al PIL.

Implicazioni future: quattro scenari e raccomandazioni. Primo, se i tassi dovessero stabilizzarsi su livelli moderati e l’inflazione rimanere sotto controllo, l’Italia può sfruttare il periodo per completare le riforme strutturali e assorbire i fondi PNRR, favorendo investimenti in produttività. Second, un periodo prolungato di tassi elevati aumenterebbe i rischi per PMI e famiglie vulnerabili, richiedendo misure mirate di credito e garanzie pubbliche. Terzo, il rafforzamento delle politiche attive del lavoro e degli investimenti in formazione è cruciale per affrontare la carenza di competenze e ridurre il mismatch territoriale. Quarto, un’azione più decisa su crediti in sofferenza e su innovazione digitale delle imprese permetterebbe di preservare la competitività.

In conclusione, l’economia italiana naviga in un contesto di normalizzazione monetaria che mette alla prova resistenza e flessibilità del sistema. Le scelte di politica economica e la capacità delle imprese di adattarsi — investendo in digitalizzazione, formazione e internazionalizzazione — determineranno l’ampiezza della ripresa e la sostenibilità della crescita nei prossimi anni.

Italia green: sul podio europeo per capacità di innovazione

C’è un’Italia che lavora sodo, e quando si scoprono queste eccellenze si rimane davvero sorpresi. Il rapporto “Competitivi perché sostenibili”, realizzato da Fondazione Symbola insieme a Unioncamere, racconta proprio questa storia: il nostro Paese è tra i primi tre in Europa per numero di brevetti green e terzo per quota di imprese che ne possiedono almeno uno, 16,5 ogni mille aziende.
Davanti restano la Germania e l’Austria, mentre la Francia è alle spalle.  

L’industria inventa il futuro

Sbaglia che pensa che l’innovazione nasca solo tra microscopi e provette. Il vero motore dei brevetti ambientali è il manifatturiero, che vale da solo il 59% delle domande. Dietro arrivano ricerca scientifica, tecnologie digitali, commercio all’ingrosso e costruzioni.

Tradotto: sono soprattutto le imprese a trasformare idee brillanti in soluzioni concrete, spesso senza clamore ma con grande continuità.

La mappa dell’ingegno

Anche la geografia conferma ciò che molti immaginano. Le regioni più forti sul fronte dei brevetti sono Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte. Qui la tradizione industriale incontra università, centri di ricerca e filiere produttive compatte. Un ecosistema di eccellenze.

I settori dove siamo più virtuosi

Ci sono ambiti in cui il contributo italiano conta più della media europea: mobilità sostenibile, edilizia efficiente dal punto di vista energetico, gestione di rifiuti e acque, tecnologie digitali applicate al clima. In quest’ultimo caso la crescita è stata impressionante, con un aumento del 270% in dieci anni.
Segno che siamo bravissimi a intercettare e cavalcare le traiettorie tecnologiche giuste.

Sostenibilità fa rima con competitività

Le imprese che investono in brevetti verdi non lo fanno solo per coscienza ambientale. I dati mostrano che sono mediamente più produttive, esportano di più e attirano maggiori capitali esteri. In breve: sostenibilità e competitività, più che alleate, sembrano due facce della stessa medaglia.

Per il presidente di Symbola, Ermete Realacci, l’Italia ha tutte le carte per guidare l’innovazione verde europea, ma serve uno scatto negli investimenti e nel trasferimento tecnologico. Gli fa eco il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli, ricordando che un brevetto non è solo un’idea registrata: è un asset che può aprire porte anche nel credito e nella finanza.

Transizione energetica: un mondo a tre velocità 

La transizione energetica è sempre più segnata da un assetto tripolare. L’UE continua a ridurre le emissioni, USA e Cina privilegiano sicurezza energetica e sviluppo industriale.

Come emerge dal Rapporto annuale CER, il 2025 segna un punto critico per l’Italia. Le emissioni italiane tornerebbero a salire fino a 371,7 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente (+0,2%), con un calo della quota rinnovabile al 21,7% e un aumento dell’uso di gas (+2,1%).
Nel 2026 le emissioni potrebbero però tornare a ridursi, e nel 2027 il calo (-1,6%) raggiungerebbe 363,9 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. A condizione però che si sblocchino gli iter autorizzativi.

USA, UE, Asia

Negli USA, nel 2025 il cambio di amministrazione ha chiuso la stagione “verde” aperta con l’Inflation Reduction Act, riorientando le politiche verso il mantenimento delle quote di mercato dei combustibili fossili, revisione degli incentivi e introduzione di dazi sulle tecnologie pulite. Un “whiplash climatico” che evidenzia il rischio di una frenata degli investimenti green.

L’UE, pur mantenendo una traiettoria coerente con il Green Deal, si confronta con costi energetici più elevati rispetto a USA e Asia e una crescente pressione competitiva sulle filiere industriali. Nel fotovoltaico produrre moduli costa oggi dal 35% al 65% in più rispetto alla Cina.
La Cina continua a guidare la crescita delle rinnovabili (oltre 260 GW di nuova capacità), ma non rinuncia ancora al carbone, approvando 25 GW di nuove centrali nei primo semestre dell’anno. Le emissioni cinesi, sospinte dalla rapidità della crescita economica, continuano così a crescere raggiungendo il massimo storico.

La situazione in Italia

In Italia il biennio 2023-2024 ha segnato un’accelerazione senza precedenti: le emissioni sono diminuite in media di oltre il 5%, l’efficienza energetica è migliorata del 3,4%, e sono stati installati 13,4 GW di nuova capacità rinnovabile, portando il totale nazionale oltre 74,5 GW. La dipendenza dal gas russo è crollata dal 40% del 2021 al 9,5% nel 2024, con nuovi contratti con l’Azerbaigian (+43%) e il forte aumento dell’import di GNL (+49,8%), oltre all’attivazione del rigassificatore di Piombino. La diversificazione ha ridotto anche la concentrazione geografica delle forniture di combustibili fossili.

La domanda energetica complessiva cala dell’1%. Il rallentamento si concentra soprattutto nei settori ETS, dove le emissioni della generazione elettrica tornano a salire a 62,2 MtCO₂eq (+3,9%).

Per le Pmi l’opzione green non è più solo reputazionale

Nei settori ESR, la riduzione prosegue ma a ritmi troppo lenti. I trasporti scendono dell’1,3%, mentre il settore civile torna a crescere (+2,2%) per un maggior utilizzo del gas per il riscaldamento.
Secondo le previsioni, il ritorno su una traiettoria più solida sarebbe favorito dall’aumento della produzione da rinnovabili elettriche, che nel 2027 potrebbe raggiungere 149 TWh, con un fotovoltaico in espansione fino a 63,5 TWh.

L’accesso ai finanziamenti tende a favorire imprese con progetti di riduzione dei consumi, efficientamento o riconversione energetica. Per molte Pmi significa che la transizione non è più un’opzione reputazionale, ma una condizione necessaria per mantenere competitività sui mercati.

Giovani e impresa: così sta cambiando il volto dell’Italia

Il mondo dell’imprenditoria italiana sta vivendo una nuova stagione. A guidarla sono i giovani, che con idee fresche e un approccio diverso stanno ridisegnando il modo di fare impresa.
Gli under 36 alla guida di piccole e medie aziende puntano su tecnologia, apertura ai mercati esteri e un rapporto più diretto e pragmatico con le banche.

È quanto emerge dal Next Gen SMB Italy Report, una ricerca di Visa presentata al Salone dei Pagamenti, che fotografa abitudini e priorità della nuova generazione di imprenditori italiani.

Meno legati alle banche tradizionali, più fiducia nel digitale

I giovani imprenditori non si sentono più vincolati alle banche tradizionali. La maggior parte continua ad avere almeno un conto in una banca classica, ma pochi la considerano la loro “banca principale”.

Cresce invece l’interesse per il mondo FinTech, con soluzioni digitali più flessibili e personalizzate. E la fiducia nei canali online è in aumento: oggi molti li considerano affidabili quanto le banche di sempre.

La tecnologia al centro dell’impresa

Per chi ha meno di 36 anni, la tecnologia è ormai parte integrante della gestione aziendale. I giovani imprenditori usano app, software e piattaforme digitali per ogni aspetto aziendale: contabilità, pagamenti, controllo delle spese, analisi dei dati.

Un simile approccio consente decisioni più rapide e precise, con una visione chiara e in tempo reale dell’andamento dell’attività.
Non è solo questione di strumenti: è una mentalità più dinamica, aperta al cambiamento e orientata ai risultati.

Giovani PMI, il mercato è il mondo 

Le imprese guidate da giovani non si accontentano del mercato interno. Sempre più spesso guardano all’estero per crescere: una parte significativa del loro fatturato arriva da vendite oltre confine, e una quota importante del budget marketing è dedicata proprio alla promozione internazionale.
È un segnale chiaro di una generazione che non teme di misurarsi con la concorrenza globale.

Social network e nuovi pagamenti: l’impresa si fa anche online

I social non sono più solo vetrine: sono strumenti di lavoro.
Quasi tutti i giovani imprenditori li usano per farsi conoscere, dialogare con i clienti e restare aggiornati su novità e tendenze del mercato.

Anche il modo di pagare sta cambiando: accanto ai bonifici tradizionali, crescono i pagamenti via smartphone, le carte virtuali e i sistemi peer-to-peer.
Eppure, nonostante la spinta digitale, molti continuano a fare un salto in filiale: il contatto umano conta ancora.

Cosa chiedono i giovani alle banche

Per i nuovi imprenditori, la banca ideale è semplice, digitale e trasparente.
Contano la qualità dei servizi online, la possibilità di integrare strumenti gestionali, ma anche costi chiari e la presenza di una filiale fisica a cui rivolgersi quando serve.

Come sottolinea Stefano M. Stoppani, Country Manager di Visa Italia: “I giovani imprenditori sono il motore di un cambiamento che unisce innovazione e crescita. Capire le loro esigenze è essenziale per costruire servizi bancari davvero in sintonia con il loro modo di fare impresa”.

Franchising: nel futuro il piacere sarà il driver principale degli acquisti

Nell’immediato futuro i consumatori italiani continueranno a essere guidati da un approccio all’acquisto sempre più pragmatico e consapevole, caratterizzato dalla ricerca di risparmio, benessere e sostenibilità.
In uno scenario caratterizzato da molteplici fattori di incertezza, i consumi degli italiani, pur in lieve crescita, restano orientati a un ‘low profile’ e dettati dalle spese obbligate, che assorbono il 51% del totale delle spese delle famiglie.

Al contempo, gli italiani lasceranno spazio anche alla ricerca di gratificazione. Già oggi 25 milioni di italiani fanno acquisti spinti da piacere e gratificazione, mentre 5,2 milioni considerano il piacere come il driver principale dei propri acquisti.
In questo contesto, il franchising si conferma un settore in grado di creare valore e generare occupazione. Emerge dallo studio condotto da Nomisma in occasione del Salone del franchising di Milano.

GDO al primo posto per giro d’affari

Lo studio di Nomisma offre una fotografia aggiornata del settore del franchising nonché una riflessione sui principali trend in atto e sulle opportunità di ulteriore sviluppo.
A oggi, le insegne in franchising operative in Italia sono 931, con 67.275 punti vendita in franchising (+2,2%), che occupano 293.791 addetti nelle reti (+2,1%) e generano un giro d’affari pari a 35,8 miliardi di euro (+5,4%).

Relativamente al giro d’affari, nel 2024 al primo posto si conferma la GDO , con una incidenza del 35% sul totale, seguita dall’abbigliamento, con il 21%, dai servizi (19%) e dalla ristorazione (+12%).
La crescita più consistente è stata registrata dai servizi (+13,5%) che precede il beauty (+11%), e la ristorazione (+10%).

Il phygital ridisegna i punti vendita

Relativamente alle previsioni per il prossimo futuro, l’indagine di Nomisma rileva una generalizzata aspettativa di crescita.
Tra i fattori di sviluppo del settore, la relazione presentata da Nomisma segnala la crescente diffusione dell’esperienza phygital, destinata a ridisegnare il retail e trasformando i punti vendita in touchpoint ibridi come estensioni di un ecosistema.

Del resto, il franchising non è un modello rigido, per cui chi saprà equilibrare standard e personalizzazione, digitale e umano, globale e locale, avrà maggiori e migliori opportunità di crescere.

Il retail come palcoscenico valoriale

Al contempo, il retail sta diventando un palcoscenico valoriale, legato anche alla responsabilità sociale. Il 79% degli italiani considera la sostenibilità del packaging un fattore di spinta all’acquisto e oltre il 50% chiede materiali completamente riciclabili.

Inoltre, più del 20% dei consumatori italiani preferisce prodotti provvisti di green pack, nonostante non siano più economici.
Tra gli altri valori segnalati dal campione di intervistati da Nomisma, i consumatori italiani affermano di essere sempre più attenti a trasparenza, inclusività e tracciabilità.

Produzione industriale: incremento congiunturale del +0,4% a luglio 2025

Lo rivelano gli ultimi dati rilasciati dall’Istat: nel mese di luglio 2025 la produzione industriale italiana cresce del +0,4%. L’indice destagionalizzato registra un incremento congiunturale e si osserva una crescita anche su base trimestrale.

L’incremento congiunturale mensile si estende a tutti i principali raggruppamenti di industrie, a esclusione dell’energia, unico aggregato in diminuzione, anche in termini tendenziali, al netto degli effetti di calendario, l’indice generale a luglio è in aumento. 
Anche in questo caso, l’incremento su base annua riguarda tutti i principali raggruppamenti di industrie salvo l’energia.

La produzione aumenta anche a livello trimestrale: +0,2%

Più in particolare, nella media del periodo da maggio a luglio, rispetto ai tre mesi precedenti del 2025, si registra un aumento del livello della produzione dello 0,2%.

L’indice destagionalizzato mostra un calo congiunturale solo per l’energia, pari al -7,8%. Viceversa, si osserva un aumento del +2,1% per i beni di consumo, del +1,6% per i beni strumentali e del +0,7% per i beni intermedi.

In un anno crescono beni di consumo, strumentali e intermedi. Calo tendenziale per l’energia: -5,2%

In termini tendenziali a luglio 2025 l’indice generale corretto per gli effetti di calendario aumenta dello 0,9%. I giorni lavorativi di calendario sono stati 23, come a luglio dell’anno precedente. 

Anche a livello tendenziale si registrano incrementi per i beni di consumo, che segno il 3,0% in più rispetto all’anno precedente, per i beni strumentali, in aumento del +2,8% e per i beni intermedi, in crescita del +0,3%.
A diminuire è ancora una volta l’energia, che registra un -5,2% anche rispetto a luglio 2024.

Segno più per prodotti petroliferi, elettronica, alimentari. In diminuzione ancora energia, oltre a chimica, plastica e gomma

I settori di attività economica che registrano gli incrementi tendenziali maggiori sono la fabbricazione di coke e i prodotti petroliferi raffinati, che registra un aumento del +10,8%, la fabbricazione di computer e prodotti di elettronica, che segna un +6,4%, e le industrie alimentari, bevande e tabacco, in crescita de3 +5,7%.

Al contrario, le flessioni più rilevanti si riscontrano nella fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria, in calo del -9,4%, nella produzione di prodotti chimici, in calo del -2,7%, e nella fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, che rispetto allo stesso periodo del 2024 registrano l’1,6% in meno.

Parchi divertimento: politiche di pricing più inclusive spingono la crescita

Nel 2024 il settore dei parchi divertimento ha segnato una crescita significativa in termini di offerta e di visitatori.
Sul lato offerta, rispetto al 2023, l’incremento dei giorni di apertura è stato del 4,9%. Complice l’estensione della stagionalità, i parchi a tema hanno saputo creare nuovi concept per valorizzare diversi periodi dell’anno, come Carnevale, Halloween e Natale.

Quanto ai visitatori, con 21.104.651 ingressi, in crescita di circa il 7,4%, il fatturato della biglietteria sfonda la barriera dei 300 milioni, attestandosi a 306.640.128 euro (+1% sul 2023).
Proprio il differenziale di incremento tra visitatori e fatturato, accompagnato da un calo del 6% del valore medio unitario per visitatore, indica come le politiche di pricing più inclusive adottate negli ultimi anni hanno favorito l’ampliamento del bacino di utenza. Lo confermano i dati ufficiali presentati dal Rapporto Annuale SIAE.

Un’esperienza sempre più coinvolgente

A trainare l’andamento sono gli investimenti in nuove attrazioni, aree tematiche, tecnologie immersive e soluzioni green, che hanno reso l’esperienza sempre più coinvolgente. Solo per la stagione estiva 2025 sono già stati stanziati 220 milioni di euro, con una previsione di 500 milioni nel triennio 25/27.
Il trimestre estivo si conferma centrale: nel 2024 il 64% dei visitatori si è concentrato nei mesi di giugno, luglio e agosto, periodo che ha generato anche il 66% della spesa totale.

Il dato è influenzato dall’apertura dei parchi acquatici, la cui attività è fortemente stagionale.
Ma è da segnalare la performance di dicembre: a fronte di un’offerta più contenuta ha registrato il tasso medio di affluenza giornaliera più alta dell’anno. Con 1.514 visitatori al giorno supera perfino agosto (1.164).

Il Veneto si conferma la locomotiva del settore

Il Piemonte, ricco di parchi faunistici come Zoom Torino e di parchi avventura, è la regione a maggiore concentrazione di strutture censite e con più giorni di apertura.
La locomotiva del settore si conferma tuttavia ancora una volta il Veneto, che raccoglie il 34% della spesa complessiva italiana per parchi e attrazioni e il 23% degli ingressi totali nazionali (4,8 milioni di visitatori).

Sul fronte ingressi seguono Lombardia (19%), Emilia-Romagna (19%) e Lazio (15%).
Migliorano in generale le performance di Centro e Sud Italia, mentre nel Nord-Ovest si osserva una crescita del numero di visitatori nonostante una riduzione delle giornate di apertura.

“Una strategia coordinata di sviluppo e investimento”

“I dati SIAE 2024 rafforzano la centralità dell’industria dei parchi divertimento nel panorama turistico nazionale – commenta Luciano Pareschi, presidente AssoParchi –. La crescita non è un dato estemporaneo, ma dipende da una strategia coordinata di sviluppo e investimento che punta su innovazione, destagionalizzazione e qualità dell’esperienza. Abbiamo creduto e continuiamo a credere nel valore culturale, sociale ed economico dei parchi come luoghi capaci di generare indotto, occupazione e attrattività internazionale”.