Consigli

Sagre italiane: il festival che muove economia, identità e turismo nei borghi

Nel tessuto economico e sociale dell’Italia, le sagre paesane rappresentano molto più di un momento di festa: sono nodi di economia locale, laboratori di marketing territoriale e meccanismi di resilienza per comunità spesso marginalizzate. In un Paese in cui la valorizzazione del territorio resta una leva strategica, comprendere il ruolo economico delle sagre aiuta a leggere fenomeni che vanno oltre il folklore, toccando turismo, filiere agroalimentari e occupazione stagionale.

Le sagre nascono come celebrazioni legate a un prodotto, a una ricorrenza religiosa o a una tradizione agricola, ma negli anni si sono trasformate in vere e proprie occasioni di consumo e di incontro. Dalla Sagra del Tartufo di Alba alle feste di paese dedicate alla porchetta, al pesce o alle castagne, questi eventi attraggono residenti e visitatori, stimolano la spesa in ristorazione e ospitalità e consolidano una domanda per prodotti locali. Il valore è sia diretto (vendite, ingressi, servizi) sia indiretto (allungamento della stagione turistica, promozione dei prodotti tipici, visibilità per le imprese locali).

Analizzando i flussi economici, emerge una molteplicità di canali: gli incassi delle sagre alimentano bar, ristoranti e botteghe; le produzioni locali trovano mercati temporanei; le strutture ricettive registrano picchi di occupazione. Studi di caso reali mostrano che una sagra ben promossa può generare ricavi significativi per un piccolo comune: un’evento di due o tre giorni può tradursi in un aumento del fatturato per il comparto ristorativo e dell’accoglienza fino al 20–30% nel periodo considerato. Anche la filiera agricola trae vantaggio, perché la domanda per materie prime locali cresce e si consolidano rapporti tra produttori e organizzatori.

Gli esempi concreti sono molteplici. La Fiera del Tartufo di Alba ha saputo trasformare un prodotto di nicchia in un brand riconosciuto globalmente, con effetti di lungo periodo sul turismo enogastronomico piemontese. Allo stesso modo, piccole sagre marinare lungo la costa ligure o adriatica, pur con numeri contenuti, riescono a creare circuiti di visita che fanno tappa in più paesi limitrofi, distribuendo benefici economici sul territorio. In molti casi le amministrazioni locali, insieme a camere di commercio e associazioni di categoria, supportano l’evento con logistica, promozione e regolamentazione, amplificando così l’impatto positivo.

Tuttavia, il fenomeno non è esente da criticità. L’economia delle sagre è spesso informale: molte transazioni avvengono in contanti, con scarsa tracciabilità fiscale e limitata capacità di aggregazione dei dati. Questo rende difficile stimare con precisione il valore complessivo del settore e limita le opportunità di finanziamento per progetti di crescita. A ciò si aggiungono rischi legati alla sostenibilità ambientale (rifiuti, gestione delle folle), alla qualità dei servizi e alla capacità di concorrenza con eventi più strutturati o con l’offerta turistica urbana.

Negli ultimi anni, però, si intravedono tendenze di trasformazione positiva. Digitalizzazione e social media hanno ampliato la portata delle sagre: pagine dedicate, prenotazioni online e campagne promozionali aiutano a profilare il pubblico e a gestire flussi in modo più efficiente. La certificazione dei prodotti e la filiera corta stanno rafforzando la reputazione delle specialità locali, con effetti duraturi sul valore percepito. Infine, pratiche di turismo sostenibile e economie circolari vengono sempre più integrate nella gestione degli eventi, riducendo impatti negativi e creando nuove opportunità occupazionali legate al riuso e alla logistica verde.

Guardando al futuro, le sagre possono diventare leve strategiche per la rigenerazione territoriale. Investire in professionalizzazione — formazione per organizzatori, sistemi di pagamento tracciabili, politiche di accoglienza — può trasformare eventi stagionali in attrattori stabili. La collaborazione tra comuni, consorzi e operatori turistici permetterebbe di creare circuiti tematici che prolungano la permanenza media dei visitatori e favoriscono la de-stagionalizzazione. Allo stesso tempo, politiche pubbliche mirate a sostenere la qualità dei prodotti e la tutela ambientale possono moltiplicare l’impatto economico senza snaturare l’autenticità delle feste.

In sintesi, le sagre italiane rappresentano un patrimonio economico e culturale spesso sottovalutato: non sono solo momenti di aggregazione, ma strumenti di sviluppo locale. Con adeguati interventi di governance, digitalizzazione e sostenibilità, questi eventi possono contribuire in modo significativo alla valorizzazione dei territori, alla promozione delle filiere agroalimentari e alla creazione di reddito nelle aree interne — un ponte tra tradizione e futuro economico dell’Italia.

La nuova mappa delle catene globali: perché il Sud‑Est Asiatico sta riscrivendo il commercio mondiale

La pandemia, le tensioni commerciali e l’aumento dei costi in Cina stanno accelerando un ripensamento profondo delle catene del valore globali. Negli ultimi anni si è consolidata una tendenza chiave: molte produzioni, soprattutto nei settori elettronico, tessile e meccanico, stanno migrando verso paesi del Sud‑Est Asiatico e verso destinazioni di nearshoring più vicine ai mercati finali. Questo spostamento non è solo una questione di costi salariali: è il risultato di una combinazione di rischi geopolitici, logistica, investimenti infrastrutturali e innovazione tecnologica.

Il contesto è chiaro: dopo lo shock logistico causato dalla pandemia e l’incertezza legata alle relazioni tra Stati Uniti e Cina, aziende e governi hanno rivalutato la strategia della massima concentrazione produttiva. Vietnam, Indonesia, India, Bangladesh e Thailandia offrono un mix di mano d’opera qualificata, incentivi agli investimenti e miglioramenti infrastrutturali che attraggono multinazionali in cerca di diversificazione. Allo stesso tempo, Messico e paesi dell’Europa dell’Est guadagnano interesse come hub per la clientela nordamericana ed europea.

Nell’analisi dei flussi commerciali emergono almeno quattro driver principali. Primo, la progressiva crescita dei salari in Cina ha eroso il vantaggio competitivo in alcune fasce di produzione a basso costo; le imprese spostano invece attività labor‑intensive in mercati dove il rapporto costo‑competitività è più favorevole. Secondo, la volontà delle catene di approvvigionamento di ridurre i rischi: diversificare i fornitori e accorciare i tempi di consegna significa maggiore resilienza contro shock esogeni. Terzo, le politiche industriali e gli incentivi fiscali offerti da vari governi del Sud‑Est Asiatico stanno accelerando l’afflusso di investimenti esteri diretti (FDI). Quarto, l’automazione e l’adozione di tecnologie Industry 4.0 rendono economicamente sostenibile produrre più vicino al mercato finale, compensando in parte il costo del lavoro.

Esempi concreti aiutano a tradurre la tendenza in dinamica economica. Aziende tecnologiche internazionali hanno già ampliato capacità produttive in Vietnam per componenti elettronici; produttori di abbigliamento spostano linee in Bangladesh e Myanmar per sfruttare economie di scala nel tessile; alcune realtà del settore automotive stanno rafforzando parchi produttivi in Indonesia e in India per servire i mercati regionali. Nel frattempo, il Messico conferma il ruolo di partner naturale per industrie orientate al Nord America, mentre l’Europa osserva un mix di reshoring e redistribuzione produttiva verso paesi più vicini.

I numeri tradotti in trend macroeconomici hanno conseguenze concrete: nuove rotte commerciali, maggiori investimenti in porti, ferrovie e logistica, e una competizione più intensa per attrarre talenti e capitali esteri. I prezzi al consumo nei mercati avanzati possono trarre beneficio da catene più efficienti nel medio termine, ma la fase di transizione comporta costi: riconversione delle filiere, investimenti in formazione e adeguamento normativo. Per i paesi originari della delocalizzazione, come la Cina, la sfida è evolutiva: passare a produzioni a maggiore valore aggiunto e a servizi avanzati per mantenere crescita e occupazione.

Per l’Italia e l’Europa l’evoluzione apre opportunità e rischi. Le imprese manifatturiere italiane, specializzate in macchinari, componenti di precisione e prodotti di lusso, possono sfruttare la domanda di sofisticazione tecnica e tecnologie di automazione richieste dai nuovi hub produttivi. D’altro canto, segmenti di manifattura a basso valore aggiunto potrebbero subire una pressione competitiva crescente. Politiche industriali attente — che incentivino formazione, innovazione e infrastrutture digitali — saranno decisive per mantenere posizioni di specializzazione.

Guardando al futuro, il quadro più probabile è una forma di regionalizzazione intelligente: catene del valore meno globalizzate in senso classico ma più resilienti, con poli produttivi distribuiti e collegati da reti logistiche efficienti e digitalizzate. Aspettarsi un ritorno totale alla produzione locale è irrealistico, ma la parola d’ordine sarà ‘diversificazione’. Le aziende che sapranno integrare strategie di nearshoring, investimenti in automazione e piani per la sostenibilità ambientale avranno un vantaggio competitivo.

In sintesi, la riorganizzazione delle catene globali verso il Sud‑Est Asiatico e altre destinazioni non è una semplice onda passeggera: è un riposizionamento strutturale che ridefinirà flussi commerciali, investimenti e geografie produttive. Per governi e imprese la sfida è progettare politiche e strategie che trasformino i cambiamenti in opportunità di valore, puntando su resilienza, competenze e sostenibilità.

Da idea a infrastruttura di pagamento: il caso Satispay e la rivoluzione fintech italiana

Negli ultimi dieci anni l’ecosistema dei pagamenti in Italia è cambiato più profondamente di quanto molti immaginassero: da mercato tradizionalmente legato al contante si è trasformato in spazio aperto a soluzioni digitali agili e orientate all’utente. Tra le storie più rappresentative di questa transizione c’è quella di una start-up nata con l’obiettivo di semplificare i pagamenti quotidiani e che, passo dopo passo, è diventata una piattaforma di riferimento per milioni di italiani.

Partendo da un problema concreto — rendere i pagamenti digitali accessibili anche per piccoli commercianti e consumatori poco fidelizzati alle carte — la start-up ha sviluppato un’app intuitiva che consente trasferimenti peer-to-peer, pagamenti nei negozi tramite QR e servizi aggiuntivi come bollettini e raccolte fondi. Il contesto di partenza era favorevole: le normative europee (PSD2) e la crescita degli smartphone hanno creato terreno fertile, ma la sfida più grande rimaneva conquistare la fiducia di esercenti abituati a commissioni elevate e di utenti che ancora preferivano il contante.

Analisi: modelli di crescita, numeri e leve operative
Negli anni successivi al lancio la crescita si è costruita su alcune leve semplici ma efficaci. Primo, un modello di pricing trasparente e competitivo per i commercianti, che ha favorito l’adozione nei negozi di prossimità spesso esclusi dalle soluzioni tradizionali. Secondo, una lunga attività di partnership locali: accordi con catene retail, servizi pubblici e associazioni hanno permesso di aumentare i punti di accettazione. Terzo, un prodotto consumer pensato per la semplicità: onboarding rapido, UX pulita e strumenti per la gestione delle spese personali.

I risultati si sono visti. L’adozione si è accelerata soprattutto nelle fasce urbane e tra i consumatori under 45, mentre l’attivazione di migliaia di esercenti ha creato un circuito reale di utilizzo. Anche i dati economici interni hanno evidenziato la scalabilità del modello: il costo marginale per transazione diminuisce con il volume, e servizi accessori come pagamenti ricorrenti e funzionalità B2B hanno incrementato il valore medio per cliente.

Esempi pratici aiutano a capire la dinamica. In un piccolo centro commerciale di provincia, la diffusione dell’app ha trasformato il rapporto tra commercianti e clientela, consentendo micro-pagamenti rapidi e riducendo la gestione del contante. In contesti urbani, collaborazioni con servizi di trasporto e parcheggio hanno reso la soluzione parte integrante della mobilità quotidiana. La strategia internazionale è stata prudente: espansione selettiva in mercati con barriere regolatorie simili e partnership locali piuttosto che una crescita indiscriminata.

Concorrenza e rischio tecnologico
Il percorso non è stato senza ostacoli. La concorrenza di grandi istituti bancari, dei circuiti globali e delle big tech è una minaccia concreta. Ognuno porta economie di scala e capacità di integrazione elevate. Tuttavia, la start-up ha sfruttato il vantaggio della focalizzazione: prodotti costruiti intorno alle esigenze locali e una struttura snella che consente iterazioni rapide del prodotto. Sul fronte tecnologico, la sfida è mantenere sicurezza e conformità regolatoria senza appesantire l’esperienza utente.

Implicazioni future: dal consolidamento al ruolo nell’infrastruttura finanziaria
Guardando avanti, il caso mostra almeno tre sviluppi plausibili. Primo, consolidamento del mercato: ci si può attendere fusioni e partnership strategiche tra operatori fintech e istituzioni tradizionali per ottenere scala e copertura commerciale. Secondo, diversificazione dei servizi: la piattaforma può evolvere da strumento di pagamento a hub finanziario, offrendo credit scoring alternativo, micro-credito per piccoli esercenti e servizi per la tesoreria aziendale delle PMI. Terzo, integrazione con politiche pubbliche: soluzioni di pagamento semplici possono essere utilizzate per erogare sussidi o incentivi, aumentando l’importanza strategica della piattaforma.

Per il sistema Italia la lezione è chiara: l’innovazione nasce dall’incontro tra bisogni concreti e capacità di esecuzione rapida. Una start-up che riesce a occupare uno spazio operativo reale — non solo una nicchia tecnologica — crea valore sia per gli utenti sia per l’ecosistema finanziario. Il futuro dipenderà dalla capacità di bilanciare crescita e sostenibilità economica, di dialogare con regolatori e banche, e di offrire servizi che restino rilevanti anche di fronte alla pressione competitiva delle grandi piattaforme globali.

In sintesi, il caso rappresenta una traiettoria tipica delle migliori start-up italiane: approccio pragmatista al mercato, attenzione all’adozione capillare e visione per trasformare un’app in infrastruttura. Se saprà consolidare i vantaggi competitivi e ampliare l’offerta senza perdere la semplicità d’uso, potrà giocare un ruolo significativo nella modernizzazione dei pagamenti in Italia e oltre.

Tassi in salita e stagnazione: come il nuovo contesto monetario rimodella l’economia italiana

Negli ultimi due anni l’Italia si trova ad affrontare una congiuntura economica complessa: la normalizzazione dei prezzi dopo lo shock energetico, l’aumento dei tassi d’interesse deciso dalla Banca Centrale Europea e le residue incertezze geopolitiche stanno modificando gli equilibri tra famiglie, imprese e finanza pubblica. Questo articolo valuta gli effetti concreti di questa fase, con dati, esempi e possibili scenari per il prossimo biennio.

Contesto: dal 2022 la politica monetaria europea ha cambiato rotta per contrastare l’inflazione elevata, portando a una graduale stretta sui tassi. Per l’Italia, paese con un elevato rapporto debito/PIL e una struttura produttiva caratterizzata da molte piccole e medie imprese, questo nuovo contesto rappresenta una sfida particolare. Allo stesso tempo, la ripresa dei flussi turistici e gli investimenti legati al PNRR offrono opportunità di crescita, ma dal lato dell’offerta permangono strozzature e differenze regionali marcate.

Analisi: impatto sui consumi e sul credito. L’aumento dei tassi si traduce immediatamente in costi di finanziamento più alti per famiglie e imprese. I mutui a tasso variabile e i nuovi prestiti vedono tassi medi più elevati rispetto al periodo di tassi negativi o prossimi allo zero, riducendo la capacità di spesa delle famiglie e comprimendo gli investimenti delle PMI. Diversi studi e sondaggi bancari segnalano un allungamento dei tempi di approvazione del credito e un irrigidimento dei requisiti, in particolare per le imprese con bilanci più fragili.

Per le imprese manifatturiere del Nord, la pressione sui margini è più contenuta grazie alla maggiore internazionalizzazione e capacità di trasferire parte dei costi sui prezzi. Al contrario, le PMI del Centro-Sud, con minore accesso ai mercati esteri e capitalizzazione più bassa, registrano un aumento del rischio di credito. Esempi concreti si osservano nel comparto metalmeccanico e agroalimentare: ordini stabili ma investimenti in innovazione rallentati per la difficoltà a reperire capitale a costi sostenibili.

Analisi: il bilancio pubblico e la sostenibilità del debito. Un tema centrale riguarda il costo del debito pubblico. Un rendimento dei titoli di stato più alto incide sulla spesa per interessi, comprimendo lo spazio fiscale per stimoli o per riduzioni fiscali. Tuttavia, la composizione del debito italiano, con una quota significativa a tasso fisso e a medio-lungo termine, attenua l’impatto immediato rispetto a un normale aumento dei tassi su tutte le scadenze. Resta comunque la necessità di politiche di consolidamento mirate e di misure che migliorino la crescita potenziale.

Analisi: mercato del lavoro e inflazione. La dinamica salariale in Italia rimane contenuta rispetto ad altri paesi europei. Se l’inflazione dovesse stabilizzarsi su livelli moderati, la pressione sui salari potrebbe restare limitata; ma un aumento persistente dei prezzi alimenterebbe richieste di adeguamenti salariali, con effetti sui costi unitari del lavoro e sulla competitività delle imprese italiane. A livello settoriale, servizi legati al turismo e all’ospitalità mostrano riprese robuste, mentre i settori ad alta intensità tecnologica vedono difficoltà di reperimento di competenze, frenando la produttività.

Esempi positivi e leve di resilienza. Il PNRR continua a rappresentare una leva importante: progetti di digitalizzazione e transizione verde stanno creando domanda di investimenti e stimolando partenariati pubblico-privati. Alcune startup e PMI innovative, soprattutto nel Nord e in cluster universitari, stanno beneficiando di finanziamenti mirati e di accesso a capitali di rischio. Inoltre, la ripresa del turismo internazionale sostiene catene della ristorazione, trasporti e commercio locale, contribuendo al PIL.

Implicazioni future: quattro scenari e raccomandazioni. Primo, se i tassi dovessero stabilizzarsi su livelli moderati e l’inflazione rimanere sotto controllo, l’Italia può sfruttare il periodo per completare le riforme strutturali e assorbire i fondi PNRR, favorendo investimenti in produttività. Second, un periodo prolungato di tassi elevati aumenterebbe i rischi per PMI e famiglie vulnerabili, richiedendo misure mirate di credito e garanzie pubbliche. Terzo, il rafforzamento delle politiche attive del lavoro e degli investimenti in formazione è cruciale per affrontare la carenza di competenze e ridurre il mismatch territoriale. Quarto, un’azione più decisa su crediti in sofferenza e su innovazione digitale delle imprese permetterebbe di preservare la competitività.

In conclusione, l’economia italiana naviga in un contesto di normalizzazione monetaria che mette alla prova resistenza e flessibilità del sistema. Le scelte di politica economica e la capacità delle imprese di adattarsi — investendo in digitalizzazione, formazione e internazionalizzazione — determineranno l’ampiezza della ripresa e la sostenibilità della crescita nei prossimi anni.

Consumi: come si distribuisce la spesa delle famiglie italiane?

Secondo l’elaborazione dei dati più recenti sui consumi delle famiglie italiane pubblicati da ISTAT la spesa delle famiglie italiane cresce più velocemente del numero di famiglie, segnalando una distribuzione non uniforme, ma concentrata. In pratica, l’analisi mostra che il 40% del valore degli acquisti, sia offline sia online, è generato dal 20% di famiglie che spendono di più.

Metà delle famiglie arriva a generare circa il 70% della spesa complessiva, mentre l’ultimo quintile contribuisce a poco più dell’8% del totale. La distribuzione mostra un indice di Gini, che misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito da 0 (uguaglianza perfetta) a 1 (massima disuguaglianza), pari a 0.29, un valore, quindi, di moderata disuguaglianza.

Una situazione stabile e simile ad altri Paesi europei

La situazione italiana risulta stabile negli ultimi dieci anni (Istat, 2024) e un simile livello di concentrazione si ritrova in molti altri Paesi europei, Il 40% italiano è infatti molto simile a quello rilevato in UK ed è superiore di qualche punto percentuale rispetto a Germania, Francia e Spagna.

Tuttavia, il confronto più interessante non è tra Paesi diversi, ma tra canali di acquisto diversi. Cosa succede alla curva di concentrazione degli acquisti quando si prendono in considerazione gli oltre 70 miliardi di euro di acquisti online delle famiglie italiane in un anno?

Online non si attenua la concentrazione della spesa

Per rispondere a questa domanda, si può analizzare la curva di concentrazione degli acquisti online effettuati dagli italiani su Amazon e usando PayPal, registrati grazie ai dati di Logline di Human Highway. Anche qui, l’informazione più interessante è la struttura della curva, che mostra una concentrazione molto elevata.

Sia per gli acquisti su Amazon (che riguarda principalmente prodotti) sia per quelli pagati con PayPal (che generano valori simili sia per i prodotti sia per i servizi), si nota che una quota relativamente ristretta di famiglie genera una parte molto consistente del valore complessivo.
In altri termini, l’online non attenua la concentrazione della spesa ma, anzi, ne esalta le dinamiche già presenti nei consumi complessivi.

Pochi milioni di famiglie alimentano gran parte dei flussi degli acquisti e-commerce

I dati relativi alla spesa su Amazon o con PayPal mostrano che il 20% degli account più alto spendenti è responsabile del 55% del valore degli acquisti su Amazon e del 64% del valore sviluppato con PayPal. Si tratta di concentrazioni molto elevate (coefficiente di Gini superiore a 0.6).

La conclusione è che la dinamica di spesa online non può ritenersi una proxy della spesa any-channel perché i comportamenti di acquisto sono molto diversi.
Anche se l’e-commerce italiano vale circa un decimo della spesa complessiva delle famiglie, la sua configurazione mostra una struttura peculiare. Pochi milioni di famiglie alimentano gran parte dei flussi degli acquisti online.

Lavoro, estate 2025: le 10 professioni più ricercate in Italia

Pronti a impegnarsi per l’estate, ameno sotto il profilo professionale? Le occasioni non mancano: sono tante le opportunità di impiego per coloro che cercano un’occupazione, sia a termine sia continuativa. A confermarlo è l’ultimo report di Openjobmetis – una delle principali agenzie per il lavoro in Italia, con oltre 160 filiali – che conta più di 2.500 posizioni attive dal Nord al Sud della Penisola.

Commercio, ristorazione, agricoltura, logistica e turismo sono i settori che concentrano la maggior parte delle offerte di impiego per questa stagione.

Addetti alle vendite al top delle richieste 

 Al vertice delle offerte troviamo gli addetti alle vendite, con oltre 500 posizioni a bando, specialmente in Veneto, Lombardia, Campania, Puglia, Calabria, Liguria, Lazio e Sicilia. La situazione è particolarmente vivace all’interno dei centri commerciali del Sud, come a Marcianise, Salerno e Cosenza.
A Verona, Mantova e in Trentino si contano oltre 50 posizioni, 30 nel Veneto Orientale, altre 30 a Roma e Latina, 20 a Genova e 15 a Ragusa e Siracusa.

Seguono camerieri e cuochi

Al secondo e terzo posto si posizionano camerieri e cuochi, con più di 200 ricerche, soprattutto in Trentino-Alto Adige per hotel, ristoranti e bar. Le offerte si estendono anche ad altre località turistiche come Ostuni, Lecce, Catania, Siracusa, Palermo, Roma, La Spezia, Jesolo, Lignano, Trieste e Versilia.
Al quarto posto, con 150 posizioni, troviamo gli addetti alla cernita e lavorazione di frutta e verdura a Faenza, Ferrara, Castel Bolognese e Bagnacavallo, oltre che in Puglia (50) per la raccolta d’uva da tavola a Barletta e Bisceglie, e in Sicilia (50) per le attività a Mazzarrone e Carlentini.

Completano la classifica i baristi (5º), receptionist (6º) e bagnini (7º), che insieme totalizzano oltre 200 posizioni; le badanti (8º) e gli infermieri (9º), quasi 200; e, infine, i magazzinieri (10º) – un centinaio – concentrati principalmente in Lombardia e in Emilia-Romagna, in particolare a Mantova e Verona.

“L’estate è un’opportunità per entrare nel mondo del lavoro”

“L’estate – afferma Rosario Rasizza, AD di Openjobmetis e Presidente di Assosomm – rappresenta da sempre un momento cruciale per l’occupazione. La stagionalità, come quella invernale, può aprire nuove strade, sia per coloro che cercano un’occupazione a termine sia per quanti vogliono inserirsi stabilmente in contesti lavorativi vivaci e formativi. Spesso, infatti, un’esperienza estiva può transformarsi in un rapporto continuativo a partire dai mesi autunnali”.

Violenza sulle donne: nel 2024 in Italia è sul lavoro 

Il report ‘Non staremo al nostro posto’, realizzato da WeWorld in collaborazione con Ipsos in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25 novembre), offre un quadro dettagliato delle diverse forme di violenza presenti nei luoghi di lavoro. 

Intanto, il 60% di lavoratori/lavoratrici è a conoscenza di episodi di violenza avvenuti nel proprio ambiente di lavoro e il 71% di micro-aggressioni. Le forme più diffuse di abuso riguardano violenza verbale (56%), mobbing (53%), abuso di potere (37%), oltre a violenza fisica (10%), stalking (6%) e violenza online (2%).

Le conseguenze: dallo stress al licenziamento

Per quanto riguarda la percezione della gravità, le molestie sessuali sono considerate la forma più seria di violenza (52%). Al contempo, il 62% delle donne non segnala gli abusi per paura di perdere il posto.
In merito all’esperienza della violenza sul luogo di lavoro, il 22% l’ha subita almeno una volta nella vita (donne 28%). Principali responsabili, soprattutto capi (42%) o colleghi uomini (35%), seguiti da colleghe (22%) e cape donne (13%).

Stress e ansia burnout sono le conseguenze più comuni della violenza sul lavoro, segnalate dal 56% delle persone intervistate, seguite da burnout (33%, 37% donne), diminuzione dell’autostima (30%), dimissioni (25%) e depressione (21%).
In particolare, il 25% degli uomini ha avvertito un calo della produttività, e il 14% in seguito è stata licenziata/o.

La mancata denuncia degli abusi

Tra le ragioni per cui chi subisce violenza non denuncia l’accaduto è la paura di perdere il lavoro (59%). Per il 26% delle donne, il motivo principale per non denunciare è il timore di non essere creduta, e per quasi due operaie su tre (65%) è di perdere il posto.

Inoltre, il 67% di chi ha assistito o subito violenza sul lavoro non si è sentito tutelato dall’azienda (donne 80%).
Il report mette in luce anche il fenomeno delle micro-aggressioni. Il 71% delle persone intervistate ha assistito/subito almeno una micro-aggressione sul posto di lavoro. Di queste, il 58% ha dichiarato di esserne stata vittima diretta.

Il fenomeno delle micro-aggressioni

Più in particolare, il 37% delle donne ha subito episodi di mansplaining sul luogo di lavoro e il 27% ha subito sguardi o avances inappropriate. I principali responsabili delle micro-aggressioni sono colleghi (38%) e capi uomini (37%), estranei (17%), clienti uomini (14%) e colleghe donne (12%).

Tra il 21% che ha subito micro-aggressioni da parte della clientela, sono soprattutto giovani lavoratori e lavoratrici a riportare una maggiore esposizione a micro-aggressioni da parte di clienti (34%) ed estranei (33%).
Cosa si può fare per migliorare la situazione? Lavoratori e lavoratrici suggeriscono, ad esempio, istituire sanzioni per comportamenti violenti (37%), gestione più efficace delle segnalazioni (37%) e possibilità di denunciare in modo anonimo (32%).

GenZ: tutto quello che i marketer dovrebbero sapere

Quali sono i trend che i marketer europei devono tenere in considerazione per intercettare i desideri di chi ha tra 14 e 27 anni?
In Europa i GenZ sono 48,5 milioni, di cui 7,6 milioni in Italia. Pur trattandosi di un segmento meno ampio rispetto alle generazioni precedenti (i Boomer sono quasi 70 milioni), i GenZ continuano a essere al centro delle attenzioni delle aziende.

L’Osservatorio Eumetra sfata diversi miti. Ad esempio, nonostante gli stereotipi sulla loro pigrizia, emerge l’ambizione e il desiderio di guadagnare, unita a nuove esigenze, come poter lavorare da casa e gestire l’equilibrio con la vita privata.

Tra risparmi e nuovi media

Un aspetto che i player del settore finanziario devono considerare riguarda il loro rapporto con il denaro. Che provenga dal lavoro o dalla ‘paghetta’, la grande maggioranza dei GenZ qualcosa vuole risparmiare. 
Inoltre, se i social per i GenZ sono anche un modo per esplorare brand o prodotti e fare acquisti, si affermano nuove pratiche di pagamento, come il Buy now, pay later’.

Quanto al rapporto con i media, e in particolare, con la TV, se quella lineare non è molto seguita dai GenZ, anche la TV in streaming deve competere con la visione di video o altro sulle diverse piattaforme online.
I marketer devono quindi chiedersi qual è la frequenza di esposizione a questi media, e che tipologie di contenuti sono preferiti.

Ansia ed eco-ansia

Anche l’ansia in parte è condizionata dai social e dalla proposta di corpi irrealistici, minacce sui cambiamenti climatici e video di guerra. Cosa possono fare i brand per supportare i giovani?
Prima di tutto devono chiedersi come è cambiata la relazione con il corpo rispetto al passato, e se persiste tra i giovani l’inseguimento di modelli irrealistici o c’è una maggiore accettazione di sé e delle diverse caratteristiche individuali.

È inoltre nota la sensibilità e l’attenzione delle nuove generazioni verso i temi della sostenibilità nella declinazione ambientale e sociale. Otto GenZ su 10 ritengono importante prendere misure urgenti per combattere il cambiamento climatico. Ma, oltre all’eco-ansia, qual è il peso di questi temi sulla loro visione del futuro?

La GenZ non è un monolite

Le prime edizioni dell’Osservatorio Eumetra hanno evidenziato un atteggiamento decisamente diverso nei confronti delle marche rispetto alle altre generazioni. Meno legati a notorietà e storicità della marche, i GenZ si attendono un ritorno dalle aziende e prestano attenzione alle testimonianza di consumatori reali.

Insomma, come possono i brand coinvolgere i GenZ, e quali sono gli stili e i linguaggi di comunicazione più adatti a parlare con loro?
Intanto non si deve guardare alla Gen Z come un monolite: i giovani non sono tutti uguali solo perché sono nella stessa fascia di età. I brand devono quindi capire che tipo di adolescenti sono i più giovani (15-19enni), che tipo di adulti stanno diventando coloro che entrano nella vita “attiva” (25-27enni), senza tralasciare chi ha tra 20 e 24 anni.

Lavoro: come rendere meno traumatico il rientro e iniziare l’anno con il piede giusto

Per lavoratori e aziende il mese di gennaio è il momento della ripresa delle attività. Una ripresa che però talvolta può essere davvero difficile.

“Gestire l’ansia e lo stress che molto spesso caratterizzano questi momenti diventa fondamentale per non avere conseguenze importanti sul proprio benessere”, spiega Massimo Mariani di Ab Lavoro, società di ricerca e selezione di personale qualificato.
Ripartire con il piede giusto dopo un periodo più o meno lungo di pausa, soprattutto all’inizio di un nuovo anno, è quindi importante per non rendere troppo traumatico il rientro in ufficio e la ripresa della routine quotidiana.

L’attenzione al benessere è fondamentale

Molto spesso accade purtroppo che il ritorno al lavoro sia accompagnato da una situazione di disagio, se non addirittura un vero e proprio malessere da rientro. Per fortuna, un occhio di riguardo alla salute fisica e mentale delle persone costituisce un elemento sempre più vincente nelle strategie di talent attraction delle aziende.

“L’attenzione al proprio benessere è ormai fondamentale per tutti i lavoratori, che da qualche tempo non sono più disposti a scendere a compromessi – aggiunge Giacomo Grilli, di Ab lavoro -. Le aziende, se non vogliono perdere le risorse migliori, dovranno necessariamente iniziare a tenere in grande considerazione queste nuove necessità e cercare, per quanto possibile, di curare il benessere dei propri dipendenti”.

Pianificare il rientro, organizzare il lavoro, mantenere i buoni propositi professionali

Ecco allora qualche consiglio per combattere lo stress da rientro. Anzitutto, se possibile, cercare di non rientrare il lunedì, ma i giorni successivi. In questo modo, la settimana si accorcia e si ha la sensazione di avere più tempo a disposizione e riprendere le attività con gradualità.
Prima di staccare preparare una lista delle attività in ordine di priorità da svolgere una volta rientrati. Un quadro preciso di ciò che ci aspetta sarà utilissimo per evitare ansie e stress inutili.

Inoltre, evitare di fissare appuntamenti importanti durante i primi giorni di lavoro, e se per molti gennaio è un ottimo momento per riflettere sulla propria carriera, rivedere il cv, aggiornare il proprio profilo Linkedin o valutare altre opportunità lavorative.

Coltivare le buone relazioni e staccare (davvero) la spina

Al rientro, è fondamentale continuare a curare la propria presenza online e allargare il proprio network, così da aumentare le opportunità di sviluppo di carriera.
Coltivare buone relazioni con i colleghi, anche fuori dall’ufficio: cercare occasioni di incontro informali o di svago può aiutare a ridurre lo stress da rientro.

Durante le ferie regalarsi del tempo per attività che la routine quotidiana impedisce di fare ricarica poi le energie. Spostare la mente, anche solo temporaneamente, dagli impegni lavorativi, consente di tornare con maggiore carica e lucidità.
Ultimo consiglio, come riporta Adnkronos: fare in modo che ogni giorno contenga una piccola vacanza (anche metaforica). Una piccola occasione di relax quotidiana contribuisce infatti a rendere il ritorno alla routine meno stressante.

Boom di attacchi ransomware nel 2023: come difendersi?  

Nella prima metà del 2023, in tutto il mondo si è registrato un notevole incremento degli attacchi ransomware, con una crescita addirittura del 27%. Questi fenomeni hanno avuto costi pesanti: si stima che abbiano provocato una perdita media di 365.000 dollari per le aziende coinvolte.
Christian Maggioni, executive managing director & equity partner di Altea 365 e chief information security officer di Altea Federation, ha indicato alcune raccomandazioni  per limitare il rischio sempre più frequente di subire un attacco ransomware.

Abilitare l’autenticazione a più fattori (MFA)

Un passo essenziale nella difesa contro gli attacchi ransomware è l’implementazione dell’autenticazione a più fattori (MFA). Questa misura di sicurezza aggiuntiva rende più difficile per i malintenzionati accedere ai sistemi, richiedendo una seconda forma di verifica oltre alle credenziali di accesso.

Creare copie di backup in formati diversi

È fondamentale avere un solido piano di backup. L’esperto consiglia di creare almeno tre copie di backup dei dati aziendali in due formati di file diversi. Questo approccio garantisce che, in caso di attacco ransomware, i dati possano essere ripristinati senza dover cedere al riscatto.

Effettuare gli aggiornamenti  

Mantenere sistemi operativi e software costantemente aggiornati è un’ottima pratica per mitigare i rischi di sicurezza. Gli aggiornamenti spesso contengono patch per vulnerabilità note e migliorano la sicurezza complessiva dei sistemi.

Verificare le email prima di aprirle

Le email sono spesso veicoli per gli attacchi di phishing. È fondamentale istruire i dipendenti a verificare attentamente le email prima di aprirle o fare clic su link o allegati. L’attività di verifica può prevenire l’apertura di email dannose o fraudolente.

Come gestire un attacco informatico 

In caso di richiesta di riscatto dopo un attacco ransomware, è importante mantenere la calma. La presenza di un sistema di backup affidabile consente un rapido ripristino dei dati senza dover pagare un riscatto.

Quali sono i 5 principali pericoli nel 2024?

Un nuovo report riportato da Infosecurity Magazine evidenzia i principali pericoli che le aziende dovranno affrontare nel 2024 in relazione agli attacchi informatici. Gli attacchi ransomware rappresentano una delle principali minacce. I malintenzionati bloccano i file aziendali con chiavi criptografiche complesse e chiedono un riscatto in criptovaluta per il ripristino.
Gli attacchi di phishing sono comuni, ma ancor più pericoloso è il BEC, dove i criminali assumono il controllo di caselle di posta elettronica per condurre truffe finanziarie. Il Denial of Service (DoS)è un tipo di attacco che impedisce alle aziende di erogare i propri servizi ai clienti ed è temuto, in particolare, da istituzioni e organi di informazione. Spesso trascurato, l’atto di esfiltrare dati comporta rischi significativi. I dati rubati possono essere utilizzati per frodi ulteriori e portare a violazioni della privacy con conseguenti ammende fino al 4% del fatturato.

Le aziende dovrebbero essere vigili e attente a questa minaccia sottostimata. Infine, il quinto pericolo per le aziende è quello di non disporre internamente di professionisti della sicurezza informatica.