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L’Italia ha il suo primo Dottorato nazionale in AI

Arriva il primo Dottorato nazionale in Intelligenza artificiale. Gli Obiettivi? Promuovere l’alta formazione sull’AI, costruire una comunità di giovani ricercatori e creare una vera e propria rete italiana di centri di ricerca su un tema così strategico per il futuro.
Il progetto, promosso dal MUR e coordinato dal CNR e dall’Università di Pisa, si basa su una rete formata da 5 atenei capofila che coinvolge 61 università e centri di ricerca italiani. Sono 177 le borse di studio messe a disposizione per il primo ciclo di questa importante operazione formativa: una vasta rete di futuri ricercatori, innovatori e professionisti, che al termine dei tre anni di percorso saranno specializzati nelle tematiche di punta della ricerca sull’AI e nei settori applicativi.

Una visione integrata e articolata dell’ecosistema delle tecnologie

I futuri giovani ricercatori saranno quindi allenati ad avere una visione integrata e articolata dell’ecosistema delle tecnologie e delle soluzioni AI, e in grado di affrontare i problemi con un approccio sistemico e multi-disciplinare, sia nel mondo della ricerca sia in quello dell’impresa. Il modello organizzativo sfrutta una struttura coordinata orizzontale/verticale: tutti i dottorandi parteciperanno a esperienze e attività formative multidisciplinari comuni, per poi concentrarsi sull’area di specializzazione scelta.

Salute, Agricoltura, Sicurezza e Industria 4.0

Le cinque aree sono state individuate nei settori strategici di sviluppo e applicazione dell’AI. Innanzitutto, Salute e scienze della vita, con capofila l’Università Campus Bio-Medico di Roma: intelligenza artificiale, IoT e biorobotics per promuovere la medicina di precisione, una medicina sempre più predittiva, preventiva, personalizzata e partecipativa. Poi Agricoltura (agrifood) e ambiente, con capofila l’Università degli Studi di Napoli Federico II: l’intelligenza artificiale per fronteggiare le incertezze legate al cambiamento climatico e la variabilità dei fattori che determinano la produzione primaria. La terza è Sicurezza e cybersecurity, con capofila la Sapienza Università di Roma: applicazione delle tecniche di Intelligenza artificiale per la sicurezza dei sistemi informatici e la sicurezza delle infrastrutture, la cyber intelligence, e la protezione della privacy. La quarta, Industria 4.0, con capofila il Politecnico di Torino, si occuperà di robotica, manutenzione preventiva, automatizzazione dei processi, analisi dei dati per migliorare la produzione e aumentare la competitività.

Lo sviluppo di un’AI sostenibile

L’ultima area è Società, con capofila l’Università di Pisa: l’intelligenza artificiale e la data science per lo studio della società e della complessità dei fenomeni sociali ed economici, quali ad esempio, mobilità umana e dinamica delle città, migrazioni e determinanti economici, formazione e dinamica delle opinioni e delle conversazioni online, e impatto sociale dei sistemi AI.
Uno dei temi trasversali più importanti per l’intero dottorato, riporta Ansa,  è quello della Trustworthy AI, l’Intelligenza artificiale “degna di fiducia”, l’elemento che caratterizza la strategia dell’Unione Europea per l’AI. I dottorandi seguiranno quindi corsi dedicati a etica, equità, correttezza, sicurezza, giustizia, accettazione sociale dell’AI, oltre a concentrarsi sullo sviluppo di un’AI sostenibile e che possa aiutare a raggiungere i Sustainable Development Goals dell’Agenda 2030 dell’ONU.

No al posto fisso: la “Yolo eonomy” piace ai giovani

Resa popolare al rapper canadese Drake, la Yolo economy (‘You-only-live-once economy’) sta conquistando i giovani italiani. In una ricerca, infatti, la codin factory aulab ha rilevato che il nuovo stile di vita sta coinvolgendo anche nel nostro Paese i Millennials (26-41 anni) e la generazione Z (under 25), spostando la bussola dalla ricerca del posto fisso al lavoro agile, al mondo del digitale e dell’Ict.

Soprattutto diplomati e laureati

In base ai dati della ricerca, che è stata effettuata su un campione di studenti che nel 2020 hanno partecipato al corso hackademy per diventare programmatori, la nuova tendenza è seguita soprattutto dai ragazzi che hanno in media 29 anni. Di questi, il 64% nella fascia 24-36 anni, e il 72% con una licenza superiore, presenti al 25% quelli con una laurea triennale o magistrale. Ma, soprattutto, moltissimi di loro non hanno competenze pregresse in ambito informatico, come sottolineano gli analisti di aulab, attiva dal 2014 nell’ambito della formazione e dello sviluppo software. Si tratta in alcuni casi di giovani disposti anche a lasciare “un lavoro sicuro”, nonostante il difficile periodo attuale, “per inseguire i propri sogni e trasformare la passione per l’informatica e la tecnologia in una nuova carriera”, come si legge nella ricerca.

I sogni sono un rischio “calcolato”: il 95% trova un lavoro

Non rinunciare ai propri sogni è meno rischioso di quanto sembri. Come sottolineano gli analisti di aulab, infatti, il tasso di collocamento per questi studenti è del 95%, di cui il 75% entro 60 giorni dalla conclusione del corso. Il percorso intrapreso permette non solo di inserirsi in un settore, come quello Ict, dove c’è forte richiesta di risorse – solo per l’Italia si parla di 100.000 figure in ambito tech – ma anche di sviluppare, soprattutto in un contesto di incertezza come quello attuale, il mindset agile, insomma una nuova ‘mentalità’.

La soddisfazione del cliente al centro del lavoro agile

“Il lavoro agile – fa notare Giancarlo Valente, Cto di aulab – non è sinonimo di lavoro da remoto: è piuttosto un metodo nato nel mondo dell’informatica e basato su collaborazione, focus sugli obiettivi, soddisfazione del cliente e continua sperimentazione”. E, inutile dire, tutti questi “valori” sono fondamentali per lavorare oggi, e per continuare a farlo. “Nei nostri corsi – dice ancora Valente – abbiamo come obiettivo di veicolare il mindset agile e i suoi strumenti: in questo modo gli studenti acquisiscono competenze utili per sviluppare progetti software, indipendentemente dal framework e dal linguaggio utilizzato, ma più in generale per lavorare più efficacemente in qualunque situazione, anche da remoto”.

Sostenibilità ambientale: quali sono le abitudini green degli italiani?

La sostenibilità ambientale è un tema sempre più prioritario per gli italiani, ed è in crescita di anno in anno: quasi due terzi degli italiani oggi infatti sono più attenti rispetto a 2-3 anni fa.  Ma quali sono le abitudini sostenibili degli italiani? Soprattutto gli sprechi (95%) e la raccolta differenziata (94%), oppure riutilizzano tutto ciò che può avere una ‘seconda vita’, favorendo così l’economia circolare. Sono alcuni dei risultati emersi dall’Osservatorio Green condotto da Compass, secondo cui la sostenibilità ambientale influenza sempre più anche le abitudini di acquisto. “Comprare prodotti ecosostenibili, come una nuova vettura ibrida, o effettuare interventi di ristrutturazione per rendere un’abitazione più efficiente a livello energetico, consente di avere un ritorno in termini di risparmio e di ridurre l’impatto sull’ambiente”, commenta Luigi Pace, direttore centrale Marketing Innovation di Compass.

Acquistare prodotti sostenibili a costo di spendere di più

Per quasi la metà degli intervistati la sostenibilità ambientale è un tema fondamentale, tanto che a evolversi sono anche le abitudini di acquisto degli italiani, e per i prodotti ecosostenibili oltre l’80% dichiara di essere disposto a spendere di più. Ma al primo posto (92%) tra le abitudini green c’è l’attenzione alla classe energetica degli elettrodomestici, ma sono tanti anche quelli che si orientano sui cibi a km0 (69%), evitano di comprare prodotti in confezioni di plastica/monouso (68%), verificano se i vestiti, i cosmetici e gli accessori sono ecosostenibili (55%) o acquistano cibo biologico (55%).

Una casa senza sprechi

L’attenzione agli sprechi passa attraverso le mura domestiche e il 62% degli italiani ha progetti importanti per la casa in tema di sostenibilità. Nelle abitazioni si iniziano ad adottare soluzioni più ecosostenibili, e sei intervistati su dieci hanno cambiato le lampadine con i Led a basso consumo, il 54% ha sostituito un vecchio elettrodomestico con uno nuovo di classe energetica superiore, il 24% ha dichiarato di avere effettuato interventi di efficientamento agli impianti di riscaldamento o trattamento aria, e il 17% ha sostituito gli infissi. Più basse le percentuali di chi ha recentemente effettuato un intervento di ristrutturazione della casa per migliorare l’efficientamento energetico, ma nei prossimi mesi il 36% pensa di usare il Superbonus, il 33% il Bonus Ristrutturazioni, e il 29% l’Ecobonus.

Inizia a cambiare il modello di mobilità

In tema di mobilità per i propri spostamenti gli italiani continuano a utilizzare l’auto (72%), anche se quasi la metà (49%) preferisce muoversi a piedi, ma aresce l’uso della bicicletta o delle e-bike private (19%). Per quanto riguarda le auto, il 66% in caso di acquisto sceglierebbe un modello ibrido, mentre il 47% si orienterebbe su un’auto completamente elettrica. E i dati dei primi quattro mesi dell’anno iniziano a confermare questo trend, con le auto ibride ed elettriche che raggiungono il 34,1% delle immatricolazioni totali. E il car sharing? Nelle città in cui è attivo, è usato dal 16% dei cittadini, con punte del 31% tra gli under 25.

La vacanza in villa di pregio piace soprattutto ai lombardi

Il comparto delle vacanze di lusso nel 2020 ha reagito meglio alle difficoltà del mercato rispetto alla totalità del settore turistico, con un del -25% rispetto al generale -68,6%. Nell’anno della pandemia a optare maggiormente per questa soluzione sono stati i lombardi. Circa il 45% di coloro che hanno scelto l’affitto breve di una villa o di un casale di pregio per le vacanze proviene infatti dalla Lombardia, per un totale di 510 prenotazioni. A scattare la fotografia di questo trend è Emma Villas, società attiva nel settore del vacation rental, che ha fornito i dati del proprio osservatorio attraverso un campione rappresentativo di 30.000 ospiti all’anno e 430 immobili gestiti in esclusiva.

Le destinazioni più gettonate? Toscana, Umbria, Marche, Emilia Romagna

“Se nel 2019 gli italiani a scegliere questo tipo di vacanze rappresentavano solo poco più del 13% del totale, nel 2020 circa il 54% delle prenotazioni sono state confermate da italiani – spiega Giammarco Bisogno, presidente e ceo di Emma Villas -. A fare da traino nella passata stagione sono state la Toscana, in cui nel campione osservato sono state 1.600 le settimane prenotate, l’Umbria, con oltre 500 settimane, le Marche e l’Emilia Romagna con circa 200 settimane”.

L’Osservatorio di Emma Villas evidenzia anche come i lombardi che hanno deciso di affidare la propria villa per l’affitto breve sono circa il 5% del totale, con più del 76% che risiede a Milano.

Nel 2020 oltre 2.200 prenotazioni per oltre 3.200 settimane prenotate

Tra i lombardi che concedono in affitto i loro immobili circa il 43% ha un immobile in Toscana, il 19% in Lombardia, il 14% in Liguria, il 10% in Sardegna e il resto nelle Marche, in Umbria e in Piemonte. Nel 2020, nonostante la crisi, Emma Villas ha registrato oltre 2.200 prenotazioni in ville, appartamenti di pregio e casali con piscina privata, per un totale di oltre 3.200 settimane prenotate in 14 regioni italiane. La formula prevede una gestione in esclusiva delle ville di pregio, riporta Askanews. garantendo un reddito annuo ai proprietari e sollevandoli dall’onere della gestione operativa dell’immobile.

Un modello vincente anche in un anno di crisi

“Questo modello ci ha permesso di incrementare le acquisizioni di proprietà del 10% circa anche in un anno di crisi come il 2020, e siamo fiduciosi che anche nel 2021 manterremo un trend di crescita delle acquisizioni – prosegue Bisogno -. Oggi i dati ci dicono che più della metà degli italiani sta già pianificando una vacanza nel corso dell’anno e che un cliente italiano su due, tra quelli che abbiamo ospitato nel 2020, ha già chiesto informazioni sulle nostre proprietà almeno per una settimana di soggiorno anche per il 2021. Siamo convinti che quando la campagna vaccinale avrà dato i risultati auspicati e anche i nostri clienti stranieri torneranno a viaggiare con totale serenità, il giro d’affari tornerà quello precedente alla pandemia se non superiore”.

 

Tutti pazzi per FaceApp, ma la privacy è in pericolo

FaceApp, l’app che invecchia i nostri selfie in realtà è un incubo per la privacy. Lanciata già due anni fa, nel 2017, FaceApp ha raggiunto la ribalta nel mese di luglio, sfondando gli 80 milioni di download. Migliaia di foto di persone modificate in modo da far sembrare il soggetto più anziano o più giovane: il servizio fornisce infatti la possibilità di applicare filtri estremamente credibili ai selfie caricati grazie a potenti algoritmi. Il problema è che a differenza di molti software con scopi analoghi FaceApp lavora l’immagine sul server dell’azienda sviluppatrice, originaria di San Pietroburgo. E come molti hanno osservato l’app costituisce anche un problema per la privacy, dal momento che le condizioni d’utilizzo sono vaghe, e non conformi al Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati.

L’accusa è partita da Twitter

La denuncia più severa è partita da Twitter, dove un analista informatico ha ipotizzato che l’applicazione caricasse sui propri server tutte le fotografie contenute nel rullino. Successivamente smentita da un altro esperto informatico, questa accusa ha contribuito ad accendere il dibattito, imponendo a tutti gli utenti una riflessione più approfondita sui dati che condividiamo, riferisce Agi.

Prime a schierarsi sono state però le organizzazioni di categoria, come Privacy International, che ha pubblicato sul proprio sito un’analisi della licenza d’uso di FaceApp  evidenziando che l’utente garantirebbe “una licenza perpetua, irrevocabile, non esclusiva, royalty-free, globale, interamente pagata, trasferibile e sub-licenziabile” delle immagini caricate sull’app.

Diritti illimitati sulle informazioni caricate dagli utenti

In parole povere, la Wireless Lab OOO, che sviluppa il sistema, avrebbe diritti pressoché illimitati sulle informazioni caricate dagli utenti. Tuttavia, alle polemiche ha risposto lo stesso AD dell’azienda, Yaroslav Goncharov, dichiarando al Washington Post che l’unico materiale raccolto da FaceApp è quello che l’utente sceglie di caricare, e che gran parte delle immagini vengono cancellate dal server entro 48 ore. Non è chiaro comunque cosa si intenda per “gran parte”, né in base a quale meccanismo alcune dovrebbero rimanere nei sistemi di Wireless Lab OOO. Un’altra polemica riguarda il luogo fisico in cui risiedono le macchine che fanno funzionare FaceApp. Wireless Lab OOO infatti è stata fondata a San Pietroburgo, ma risulta registrata nel Delaware. E i server utilizzati in realtà sarebbero quelli di Amazon, situati tra il Canada e gli USA.

I timori dei candidati democratici statunitensi

Dopo che i responsabili per la sicurezza hanno invitato i futuri candidati alle presidenziali del 2020 a non utilizzare il servizio sulla vicenda FaceApp si sono espressi anche alcuni esponenti del Partito Democratico americano. Il senatore dem Chuck Schumer ha annunciato su Twitter di aver fatto formale richiesta all’Fbi e alla Federal Trade Commission, l’ente governativo per la tutela dei consumatori, di compiere un’approfondita indagine sul funzionamento dell’app.

Nel frattempo, il consiglio che danno tutti è sempre lo stesso: se ancora non si ha utilizzato l’app che invecchia il volt meglio mostrare un po’ di saggezza ed evitare di fornire dati al primo servizio che diventa virale.

Riscaldamento terrestre e vita degli Oceani, impatto devastante dopo il 2010

Le variazioni della temperatura hanno effetti importanti sulla vita marina. Nel corso dell’ultimo decennio il riscaldamento terrestre ha causato mutamenti biologici su scala oceanica senza precedenti. Uno studio internazionale pubblicato su Nature Climate Change, guidato dal Cnrs (Francia) e al quale partecipa il Cnr-Ismar, prevede che l’aumento del calore oceanico porterà a ulteriori e sostanziali cambiamenti biologici nel mare. In particolare la ricerca identifica alterazioni inusuali nella vita marina dopo il 2010 nel Pacifico, nell’Oceano Atlantico e nell’oceano Artico.

“Cambiamenti biologici in regioni sempre più diffuse”

Secondo Alessandra Conversi, dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismar), “questi risultati suggeriscono l’inizio di una nuova era climatica caratterizzata da forti cambiamenti biologici in regioni sempre più diffuse”. Può infatti accadere che in un periodo di tempo dell’ordine di un anno si modifichi l’intera rete trofica di un ecosistema, con impatti anche devastanti sui servizi ecosistemici e sulle collettività che ne usufruiscono.

Questi fenomeni, detti phase, regime o abrupt shifts (cambi/salti di sistema), sono stati identificati in molti bacini marini, per esempio nel Mare del Nord e in Adriatico già alla fine degli anni ’80.

Un modello numerico globale basato sulla teoria Metal

Per capire e predire i cambiamenti nella biodiversità marina il team scientifico ha progettato un modello numerico globale basato sulla teoria Metal (Macro-Ecological Theory on the Arrangement of Life) sviluppata da Gregory Beaugrand. Per verificare l’efficacia delle predizioni, riporta Adnkronos, il modello è stato inizialmente testato su quattordici regioni oceaniche per le quali esistevano osservazioni dagli anni ’60 dovute a programmi di monitoraggio.

Il modello è stato poi applicato su scala globale nel periodo 1960-2015. “Applicando il modello siamo riusciti a quantificare la forza e l’estensione spaziale dei regime shifts a scala globale: Metal ha infatti identificato tra il 2010 e il 2015 un cambiamento senza precedenti e massiccio nelle popolazioni oceaniche, che può essere attribuito a El Nino, alle anomalie di temperatura in Atlantico e nel Pacifico e al riscaldamento dell’Artico”, prosegue la ricercatrice.

Fornire segnali di allarme precoce sui cambi di regime negli ecosistemi marini

I programmi di monitoraggio delle popolazioni marine coprono solo una piccola area dell’oceano, solitamente vicino alla costa. Questo nuovo modello offre invece una copertura globale, e può essere usato in congiunzione con i sistemi di monitoraggio esistenti, consentendo quindi la predizione dei principali cambiamenti biologici su scale più ampie in termini di spazio tempo di quanto sia possibile fare con i soli dati osservati. “Può inoltre fornire segnali di allarme precoce (early warnings) sui cambi di regime negli ecosistemi marini – aggiunge Conversi – e allertare sulle possibili conseguenze sui servizi ecosistemici associati, come la pesca, l’acquacoltura, il turismo”.

Osservatorio Consulenti Lavoro, siamo tornati ai livelli pre crisi? Si, però…

Ogni tanto c’è anche qualche buona notizia per l’economia italiana, per fortuna. A portare una ventata di ottimismo ci ha pensato l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, che ha indicato dati positivi in merito all’occupazione. I dati del rapporto indicano che, a 10 anni dalla crisi economica e finanziaria che ha colpito il nostro Paese, il numero degli occupati è tornato ai livelli pre-crisi: circa 23 milioni di unità nel 2017 così come nel 2008.

La crisi ha colpito soprattutto i giovani

L’Osservatorio evidenzia però come la crisi abbia colpito soprattutto le giovani generazioni di lavoratori: i lavoratori under 45 sono diminuiti di 2,9 milioni a fronte di un aumento degli occupati con più di 44 anni di 2,8 milioni. La diminuzione più consistente interessa i lavoratori tra i 25 e i 34 anni (-1,4 milioni), mentre crescono di oltre 1,8 milioni gli occupati over 54.

I dati dell’indagine

L’indagine, intitolata ‘I 23 milioni di occupati prima e dopo la crisi, le modifiche della struttura occupazionale in Italia’ è stata presentata dall’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro in occasione del Festival del Lavoro 2018. E, in riferimento all’età degli occupati, spiega che l’aumento degli occupati adulti è dovuto principalmente dal blocco del turn-over nella pubblica amministrazione e dal graduale e continuo aumento dell’età pensionabile dovuto alle ultime riforme sulla previdenza.

Le trasformazioni del mondo del lavoro

L’Osservatorio, sottolinea un approfondimento di AdnKronos, afferma che “il mondo del lavoro nel periodo 2008-2017 ha subìto profonde trasformazioni, che hanno interessato il contratto e l’orario di lavoro e generato una perdita di circa 67 mila posizioni lavorative. Sebbene i lavoratori a tempo indeterminato siano rimasti stabili (+0,2%), sono i lavoratori a tempo determinato a far registrare un aumento di 438mila unità (+19,2%), passando dai 2,2 del 2008 ai 2,7 milioni del 2017; mentre i lavoratori automi perdono circa 535 mila unità (-9,1%)”.

La crescita del part-time

L’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro fa poi un focus sull’aumento dei contratti di lavoro part-time. I dipendenti con orario ridotto sono, infatti, passati dai 2,5 milioni del 2008 ai 3,5 milioni del 2017, con un incremento dell’81% tra quelli con età compresa tra i 45 e i 64 anni. A incidere su questo incremento gli interventi legislativi degli ultimi anni, che hanno incentivato il ricorso al contratto a tempo parziale e alle forme di lavoro flessibili sia per favorire una migliore conciliazione dei tempi di vita e di lavoro del lavoratore sia per accrescere la produttività e ridurre i costi delle aziende in crisi. L’incremento del part-time involontario è ancora maggiore: dal 41% del 2008 al 63% del 2017. I cosiddetti ‘sottoccupati involontari’ sono l’effetto dei cambiamenti degli ultimi anni: ovvero ci sono persone che non vorrebbero lavorare part-time ma, pur di avere un’occupazione, devono accettare anche questa formula.

Arrivano i virus-bancomat che svuotano il conto in banca

Sono arrivati i “virus-bancomat”: la nuova minaccia si chiama BackSwap, una nuova famiglia di trojan che utilizza tecniche innovative per aggirare le protezioni dei browser, e prelevare soldi dai conti correnti. Rilevato dai ricercatori di Eset Antivirus, il primo esemplare di questo malware, riferisce il sito del Cert Italia (Computer Emergency Response Team), è il cosiddetto Win32/BackSwap.A, ed è stato individuato lo scorso 13 marzo, quando è stato diffuso attraverso una serie di campagne di e-mail fraudolente ai danni di utenti polacchi.

In pratica, i messaggi di spam utilizzati in queste campagne “includono un allegato malevolo contenente codice JavaScript altamente offuscato – spiegano gli esperti – identificato come una variante del trojan downloader Nemucod”.

La minaccia arriva via email e dirotta le transazioni

Dopo avere ricevuto la email, il downloader scarica sul PC della vittima una versione modificata di un’applicazione apparentemente legittima, contenente il payload del malware, e progettata in modo da confondere la vittima e rendere più difficile l’individuazione del codice malevolo, riporta Adnkronos.

“Allo scopo di intercettare le comunicazioni del browser della vittima e dirottare le transazioni bancarie – aggiungono gli esperti – la maggior parte dei trojan bancari attivi in-the-wild, come Dridex, Ursnif, Zbot, TrickBot, Qbot e molti altri, inietta il proprio codice nello spazio di indirizzamento del browser e aggancia le funzioni specifiche che gli consentono di intercettare il traffico HTTP in chiaro”. Ma BackSwap agisce in maniera diversa.

“Il malware simula tutti gli eventi di tastiera”

Invece di utilizzare la console dello sviluppatore per caricare ed eseguire il codice malevolo, come fanno molti altri malware di questo tipo, “BackSwap fa in modo che il codice venga eseguito direttamente dalla barra degli indirizzi del browser, mediante il protocollo standard javascript:” Insomma, il malware simula tutti gli eventi di tastiera necessari a scrivere il codice direttamente nella barra degli indirizzi e a mandarlo in esecuzione. “BackSwap è in grado di applicare questa tecnica in Google Chrome, in Mozilla Firefox e, in versioni più recenti del malware, anche in Internet Explorer, aggirando con successo le funzioni di protezione di questi browser”.

Attenzione ai bonifici

Gli script malevoli vengono iniettati da BackSwap in pagine specifiche dei siti bancari, da cui l’utente può effettuare trasferimenti di denaro, ad esempio con un’operazione di bonifico verso un altro conto corrente. Quando viene avviata la transazione, il codice malevolo sostituisce di nascosto il codice del conto di destinazione con quello dell’attaccante, che riceverà quindi il denaro al posto del corretto beneficiario.

Questa tecnica non può essere contrastata dalle misure di sicurezza delle applicazioni di home banking, in quanto l’utente risulta già autenticato e l’operazione già autorizzata .

Al momento però, si legge sul sito del Cert, “BackSwap colpisce unicamente un numero limitato di banche polacche”, ma non si può escludere che possa ampliare il suo raggio di verso istituti bancari di altri Paesi europei.