Aziende

Lavoro, flessibilità è la parola chiave 

Littler, il più grande studio di diritto del lavoro, ha recentemente pubblicato il suo sesto rapporto annuale, l’European Employer Survey Report. Dopo aver coinvolto quasi 800 HR manager e imprenditori in tutta Europa, il sondaggio rivela le soluzioni adottate dai datori di lavoro di fronte ai cambiamenti culturali nella gestione del rapporto di lavoro. Quale strategia chiave emerge con evidenza? La flessibilità innanzitutto.

Lavoro ibrido, una tendenza destinata a durare  

Dopo anni di sconvolgimenti e incertezze, i luoghi di lavoro in tutta Europa stanno definendo un nuovo modo di operare, con modelli flessibili e ibridi destinati a durare anche nel futuro. Nel 2023, il 30% dei datori di lavoro sceglie il lavoro completamente in presenza, mentre la maggioranza (il 58%) adotta modelli ibridi che consentono una parziale presenza in ufficio. Questo trend rimane simile all’indagine del 2022, indicando una stabilizzazione delle nuove modalità di lavoro.

Italia in transizione e differenze con gli altri Paesi

In Italia, il 33% dei datori di lavoro richiede ai dipendenti di essere completamente in ufficio nel 2023, rispetto al 52% dell’anno precedente. Il 44% ora offre modelli ibridi, riflettendo un allineamento alle preferenze dei dipendenti verso una maggiore flessibilità e un corretto life-work balance.
E nel resto del Vecchio Continente? La Germania spicca nell’analisi con solo il 22% delle aziende che impone il ritorno in ufficio. L’Italia mostra un atteggiamento aperto all’innovazione, con il 76% che utilizza l’IA predittiva e il 78% quella generativa, superando Francia e Germania.

Sfide legali, operative e pratiche 

Quasi la metà degli intervistati (48%) permette ai dipendenti di lavorare da remoto anche dall’estero, mentre il 38% considera una settimana lavorativa di quattro giorni. Queste scelte, sebbene innovative, portano con sé notevoli sfide legali, operative e pratiche. Mentre il 61% degli intervistati dichiara di utilizzare strumenti di AI predittiva nell’HR, il 39% evita ancora di farlo. In Italia, il 76% utilizza l’AI predittiva, evidenziando un approccio aperto rispetto a Francia e Germania.
Inoltre il 75% dei datori di lavoro trova impegnativo gestire le aspettative relative alle questioni sociali e culturali poste dai dipendenti. Le questioni legali sul luogo di lavoro sono una preoccupazione chiave per il 64% degli intervistati, con l’Italia al 70%.

Gli altri temi “caldi” 

Il rapporto approfondisce anche temi cruciali come la salute mentale, le direttive Ue sulla trasparenza delle retribuzioni, la protezione dei whistleblower e le iniziative ambientali, sociali e di governance (ESG). Presentato durante la Littler 2023 European Executive Employer Conference ad Amsterdam, il rapporto offre un’analisi dettagliata delle tendenze europee.

L’e-commerce spinge i negozi di vicinato a reinventarsi

La crescita dell’e-commerce in Italia, con una penetrazione che si attesta intorno al 12%, non è un fenomeno isolato rispetto alla perdita di posti di lavoro nei settori tradizionali. Al contrario, il commercio online ha incentivato i negozi tradizionali a sfruttare nuovi canali per rinnovarsi. Questo è il risultato di uno studio condotto dalla Fondazione De Gasperi, con il supporto di Amazon, presentato a Roma. Secondo la ricerca, il 71% dei consumatori ritiene che i negozi di vicinato che hanno abbracciato l’e-commerce abbiano migliorato la qualità e la quantità dei servizi offerti ai clienti grazie alla presenza di siti di vendita online. Inoltre, il 60% dei clienti apprezza di poter utilizzare i propri negozi di fiducia come punti di ritiro per gli acquisti online.

La rivoluzione nel settore del commercio

L’e-commerce sta trasformando il panorama commerciale in Italia, influenzando il modo in cui le aziende operano e come i consumatori effettuano i propri acquisti. Molte aziende stanno adottando strategie multicanale, combinando le vendite fisiche e digitali. 

La ricerca dimostra che le dinamiche occupazionali, in contrasto con le aspettative, non confermano un legame causale tra l’e-commerce e la perdita di posti di lavoro nei settori tradizionali. Negli ultimi 10 anni, fino all’arrivo della pandemia, il settore del commercio ha sperimentato una crescita, in coincidenza con la diffusione dell’e-commerce.

Un’opportunità e non una minaccia

L’e-commerce non è di per sé una minaccia, ma può rappresentare un’opportunità per le imprese. La ricerca mette in luce come l’occupazione nelle piccole e medie imprese segua dinamiche locali più che nazionali. L’aumento dell’1% della popolazione in un’area si traduce in un incremento dell’1,2% nell’occupazione nel settore commerciale. Nonostante il commercio elettronico rappresenti circa il 12% delle vendite totali, il commercio tradizionale continua a dominare il mercato, costituendo circa il 90% degli acquisti del settore.

Sostenibilità e impatto ambientale

L’e-commerce offre opportunità di ottimizzare i processi di distribuzione, riducendo il numero di clienti in circolazione e gli spostamenti inutili, contribuendo così a ridurre l’impatto ambientale e a migliorare la sostenibilità del settore commerciale.

Un trampolino di lancio per le imprese italiane

L’e-commerce rappresenta un trampolino di lancio per molte imprese italiane, soprattutto per le più piccole. È importante sfatare gli stereotipi che circondano l’e-commerce e riconoscerlo come un’opportunità di crescita. Può aprire nuovi mercati e favorire l’export dei prodotti italiani all’estero.

In conclusione, il commercio sta evolvendo inevitabilmente, ma è necessario unire le forze, pubbliche e private, per affrontare le sfide e sostenere lo sviluppo del settore, valorizzando il tessuto delle piccole e medie imprese italiane.

Mercato bio italiano: crescono superfici coltivate, vendite, export

L’Italia, con oltre 2,3 milioni di ettari e la più alta percentuale di superfici bio sul totale (19% contro una media europea ferma al 12%), è ormai vicina target del 25% di superfici investite a bio, previsto dalla Strategia Farm to Fork per il 2030. Positive poi anche le performance del mercato interno, grazie al traino dei consumi fuori casa (ristorazione commerciale e collettiva) e a una ripresa a valore dei consumi domestici, nonché le vendite all’estero. Sono alcuni dati rilevati dalla ricerca Nomisma presentata in occasione della prima giornata di Rivoluzione Bio 2023, gli Stati generali del biologico, organizzati in collaborazione con FederBio e AssoBio, realizzati con Nomisma, nel quadro del progetto cofinanziato dall’Ue BEING ORGANIC IN EU.

Le dimensioni del mercato interno

Nel 2022 le vendite alimentari bio nel mercato interno (consumi domestici e consumi fuori casa) hanno superato 5 miliardi di euro, il 4% delle vendite al dettaglio biologiche mondiali.
A trainare la crescita anche quest’anno i consumi fuori casa, che sfiorano 1,3 miliardi di euro (+18% sul 2022). Fondamentale però è la ripresa dei consumi domestici, che, dopo la leggera flessione del 2022 (-0,8% a valore rispetto al 2021), registrano una variazione del +7%. La crescita è da collegare soprattutto alla spinta inflazionistica dell’ultimo anno, confermata dal calo dei volumi in Grande Distribuzione (-3% le confezioni di prodotti bio vendute rispetto allo stesso periodo del 2022).

Export: +8%

Positiva anche quest’anno poi la performance dell’export di prodotti agroalimentari italiani bio, che raggiunge i 3,6 miliardi di euro nel 2023, segnando una crescita del +8% (anno terminante luglio) rispetto all’anno precedente. Nonostante si registri una crescita più contenuta rispetto allo scorso anno, comunque in linea con l’export agroalimentare nel complesso, il riconoscimento per il bio Made in Italy sui mercati internazionali risulta rafforzato dall’evoluzione di lungo periodo (+189% rispetto al 2013) e dal crescente ruolo del bio sul paniere dei prodotti Made in Italy esportati: il peso nel 2023 ha raggiunto oggi il 6% a fronte del 4% registrato dieci anni fa.

I prodotti si scelgono principalmente in base all’origine

Chi acquista bio sceglie principalmente in base all’origine: il 29% seleziona prodotti bio 100% italiani, un ulteriore 17% quelli di origine locale/km 0 e l’11% cerca l’ulteriore presenza del marchio DOP/IGP. Anche la marca gioca da sempre un ruolo fondamentale nella scelta dei prodotti bio da mettere nel carrello: l’8% preferisce la marca industriale e il 7% la marca del supermercato.
Ma perché il consumatore acquista prodotti bio? Innanzitutto perché li ritiene più sicuri per la salute rispetto a un prodotto convenzionale (27%), ma anche perché sono sostenibili. Il 23% li ritiene più rispettosi dell’ambiente, il 10% del benessere animale e un ulteriore 10% fa riferimento alla sostenibilità sociale e intende sostenere i piccoli produttori.

Pmi: l’export tra transizione sostenibile e digitale

Le oltre 200mila piccole e medie imprese italiane producono un giro di affari di oltre 1.000 miliardi di euro, generando quasi il 40% del Valore Aggiunto nazionale, e impiegano 5,4 milioni di lavoratori. Un terzo di tutti gli occupati della penisola. Attualmente le Pmi italiane realizzano all’estero circa un terzo del proprio fatturato e contribuiscono al 48% dell’export nazionale, rispetto al 20% delle tedesche e francesi, e al 34% delle spagnole.
Un trend che si rafforza anche in prospettiva: secondo le previsioni elaborate dall’Ufficio Studi di SACE, le esportazioni delle Pmi italiane sono attese crescere del 6,2% nel 2023, con una prospettiva del 4% nel 2024 e del 3,2% nel biennio 2025/2026, quando supereranno i 300 miliardi di euro.

L’Oriente guida la crescita delle esportazioni

Emerge da uno studio realizzato da SACE in collaborazione con The European House – Ambrosetti, dal titolo ‘Piccole, medie e più competitive: le Pmi italiane alla prova dell’export tra transizione sostenibile e digitale’. Con riferimento ai mercati di destinazione, a guidare la crescita dell’export delle Pmi italiane quest’anno sarà l’Oriente.
Medio Oriente, Asia orientale e centrale sono le aree per cui si prevedono infatti i maggiori incrementi, a fronte di tassi inferiori per l’Europa (+5,5%) e per l’America settentrionale (+6,6%), che rimangono comunque in valore assoluto le principali geografie di sbocco. Nel 2024 un maggiore dinamismo si rileverà in Africa subsahariana (+5,6%), America centro-meridionale (+5,4%) e America settentrionale (+5,1%).

Al centro delle catene globali del valore 

Di fatto, le Pmi sono al centro delle catene globali del valore e dei numerosi distretti industriali, elemento fondamentale della diffusione e affermazione del Made in Italy nel mondo, con un ruolo di ‘connettore sociale’ e attore chiave nei processi di transizione verso un mondo più sostenibile, digitale e interdipendente.
Da sempre le Pmi offrono un contributo rilevante per lo sviluppo economico, tecnologico e sociale del Paese. Nonostante alcuni segnali di attenzione emersi nel corso del primo trimestre 2023, possono contare su una struttura finanziaria rafforzata negli ultimi anni, e su livelli di debito relativamente contenuti che permettono di mitigare, almeno in parte, l’esposizione agli effetti avversi legati al peggioramento delle condizioni creditizie.

La Twin Transition aumenta la propensione a esportare 

Transizione sostenibile e rivoluzione digitale sono i due fenomeni che stanno caratterizzando in modo sempre più nitido e marcato l’attività di impresa. Nel 2022, oltre il 60% delle medie imprese manifatturiere (e quasi il 40% delle piccole) ha infatti intrapreso azioni di sostenibilità, mostrando un’attenzione crescente per questi temi. La cosiddetta Duplice Transizione (Twin Transition) aumenta poi la propensione all’export delle Pmi, tanto che il numero delle imprese che investe in green e digitale ed esporta è superiore del 20% rispetto a quello delle imprese che esportano non facendo alcuna transizione. Abbracciare la Duplice Transizione green e digitale porta quindi le Pmi a essere più resilienti, lungimiranti e consapevoli. Ma soprattutto più produttive e competitive non solo in ambito nazionale, ma anche internazionale. 

Generazione Z e Alpha, come cambieranno i viaggi d’affari?

I più giovani della Gen Z e della Gen Alpha stanno per entrare sul mercato del lavoro ed entro il 2030 saranno le fascia di popolazione predominante. Per questo motivo SAP Concur, riferimento nel settore delle soluzioni di gestione dei viaggi aziendali, ha pubblicato un documento intitolato “Prepararsi per la Gen Z e la Gen Alpha: come le generazioni più giovani cambieranno i viaggi d’affari e la gestione delle spese” per aiutare i travel manager e i leader aziendali a capire come le operazioni di viaggio e spese dovranno essere adattate in futuro.

Tecnologia e personalizzazione i concetti chiave

In questa fase, le imprese dovranno essere pronte ad aprirsi ai nuovi standard. La tecnologia, la personalizzazione e la sostenibilità saranno i concetti chiave. La velocità della rete, il passaggio al digitale e gli smartphone influenzeranno le aspettative dei lavoratori. Come rivela il report, le aziende devono essere all’avanguardia e al passo con un mondo digitale in continua evoluzione e dal ritmo incalzante, per garantire la fidelizzazione dei dipendenti e rimanere al contempo produttive e redditizie. La velocità di internet e l’utilizzo di smartphone e applicazioni mobili influiscono sulle preferenze di comunicazione sia dei lavoratori di oggi sia del futuro. Secondo una ricerca commissionata da LivePerson, il 65% degli intervistati della Gen Z preferisce comunicare digitalmente piuttosto che di persona; ciò ha portato a contatti più brevi, frequenti e diretti tra i dipendenti.

La sostenibilità si conferma una priorità 

Con l’arrivo in azienda della Gen Z, crescerà anche l’esigenza di trattamenti personalizzati da parte del datore di lavoro. Dall’altra parte, i nuovi arrivati daranno priorità alla sostenibilità. Nel 2022, il 100% degli intervistati di questa generazione dichiarerà di voler ridurre il proprio impatto ambientale durante i viaggi per affari nel 2020. Perciò, le aziende devono investire in tecnologia avanzata ed obiettivi misurabili sul fronte verde per trattenere ed attirare talentuosi dipendenti. Secondo Gabriele Indrieri, VP e Managing Director di SAP Concur EMEA South: “Le aziende devono adottare le tecnologie più recenti e stabilire obiettivi di sostenibilità misurabili per attrarre e trattenere i talenti. Per questo motivo, i leader del settore T&E dovrebbero iniziare a discutere con i loro partner operativi, con la direzione dell’ufficio e con gli altri dirigenti dell’azienda per fare il punto sulla situazione e su come tali operazioni potrebbero dover cambiare in futuro”.

Tech: dopo auto e GDO è il terzo settore più amato 

Quali sono i settori industriali preferiti dagli italiani? Risponde Omnicom PR Group, società di consulenza strategica in comunicazione, che nello studio dal titolo Post-Invasion 2022/2023 ha analizzato la reputazione di otto settori chiave dell’economia italiana. A questi otto settori, di cui lo studio approfondisce la differenza tra aspettative ed esperienze degli italiani, Omnicom PR Group ha associato 64 brand, valutati attraverso le “lenti” di oltre 2.000 consumatori. E il settore Tech, con il 42,6% dei consensi, è il terzo settore più amato in Italia tra gli otto analizzati, posizionandosi dietro ad Automotive (44,7%) e GDO (42,9%.

La chiave del successo della tecnologia 

Il periodo che va dall’inizio del 2020 ai primi mesi del 2022 ha visto letteralmente esplodere i fatturati delle aziende tecnologiche italiane di ogni dimensione. Ai notevoli successi economici del settore tecnologico, ridimensionati però a partire dalla seconda metà dello scorso anno, si è accompagnata anche una comunicazione che ha supportato efficacemente la percezione del settore. Le industrie attive nell’ambito Tech hanno infatti svolto un ruolo fondamentale durante le fasi più acute della pandemia, salvando letteralmente il business di molte aziende e garantendo una parvenza di normalità nelle relazioni sociali delle persone. Per questo motivo, il Tech risulta al secondo posto nella classifica del minor gap tra aspettative dei consumatori ed esperienza concreta.

Il gap tra aspettative ed esperienze dei consumatori 

La combinazione delle preoccupazioni per il conflitto in Ucraina, la crisi energetica e l’incremento dei prezzi di materie prime e beni a causa dell’inflazione porta, però, per la prima volta a relegare l’innovazione tecnologica fuori dalla top 3 delle priorità attese nei vari settori. Emerge infatti con prepotenza l’insufficiente attenzione che il settore dedica ai temi della sostenibilità ambientale, insieme a una accresciuta preoccupazione per la sicurezza e la tutela dei dati da parte del 51% degli italiani. Il Tech perciò è il settore in cui il gap tra le aspettative dei consumatori e le esperienze effettive offerte dai brand risulta minore, seppure rimanendo in territorio negativo. In generale, considerando tutti e 9 i driver, le aziende tecnologiche si classificano al secondo posto assoluto riguardo alla minore differenza tra aspettative ed esperienze.

“Coniugare azione e comunicazione per capitalizzare la centralità guadagnata”

“Se i brand Tech vogliano capitalizzare l’attenzione e la centralità guadagnate, e dar seguito alle impegnative promesse del periodo pandemico, devono agire coniugando azione e comunicazione – dichiara Eros Bianchi, OPRG Vice President e Tech Industry Lead di Omicom -. Ciò significa continuare a operare nella giusta direzione, come riconosciuto dai consumatori, focalizzandosi proprio su un’innovazione concreta e percepita, per poi comunicare in maniera chiara e maggiormente inclusiva quanto di positivo è stato fatto per cambiare in meglio la società e la quotidianità di tutti. In questo senso è fondamentale ingaggiare più efficacemente popolazioni come i giovani Millennials e la Generazione Z, ora poco interessate alle problematiche del settore, ma che rappresentano il suo futuro, sia come consumatori sia come potenziali professionisti”.

Cybersecurity: budget per sicurezza IT +10% nei prossimi tre anni

Secondo il report annuale It Security Economics di Kaspersky i budget It per la cybersecurity delle aziende europee sono destinati ad aumentare fino al 10% nei prossimi tre anni. Il crescente interesse delle aziende per la cybersecurity, dovuto all’aumento dell’uso delle tecnologie digitali e al panorama delle minacce in continua evoluzione, ha già portato a miglioramenti nella sicurezza informatica. E la crescente complessità dell’infrastruttura It, unita alla necessità di migliorare il livello di competenze specialistiche in materia di sicurezza e all’incertezza geopolitica/economica, sono i fattori principali che spingono le aziende europee di tutte le dimensioni a investire in cybersecurity.

Nel 2022 le Pmi hanno speso 140.000 euro

In Europa il budget medio dedicato alla cybersecurity nel 2022 è stato di 1.8 milioni di euro per le enterprise, con 6.30 milioni di euro stanziati per l’It in generale, mentre le Pmi hanno investito 140.000 euro nella sicurezza It, a fronte di un budget medio di 350.000 euro. Tra le ragioni che spingono ad aumentare i budget per la sicurezza informatica gli intervistati hanno evidenziato soprattutto la complessità dell’infrastruttura It (45,8% e Pmi e 53,7% enterprise) e la necessità di migliorare il livello di competenze specialistiche in materia di sicurezza (36,8% Pmi e 33,7% enterprise).

Potenziali nuovi rischi spingono gli investimenti

I potenziali nuovi rischi dovuti a una maggiore incertezza geopolitica o economica sono stati evidenziati come motivi di aumento degli investimenti dal 28,2% delle Pmi e dal 33% delle enterprise.
Il budget aggiuntivo si presume possa aiutare le aziende ad affrontare problemi più importanti legati alla sicurezza informatica. Quest’anno, la metà (50,9%) delle aziende ritiene che i problemi legati alla protezione dei dati siano i più complessi. La seconda preoccupazione, evidenziata dal 33,5% degli intervistati, è il costo della protezione di impianti tecnologici sempre più complessi, seguito dai problemi legati all’adozione di infrastrutture cloud (35,8%).

“La continuità aziendale dipende dalla sicurezza delle informazioni”

“La continuità aziendale dipende sempre dalla sicurezza delle informazioni – commenta Ivan Vassunov, VP, Corporate Products di Kaspersky. Al giorno d’oggi, quando le infrastrutture diventano più complesse e gli attacchi informatici più sofisticati, le aziende stanno diventando più consapevoli della cybersecurity e comprendono meglio la necessità di proteggere ogni asset all’interno dell’azienda. Le normative statali sono un altro fattore importante che influenza la crescita dei budget destinati alla sicurezza It. Queste aziende sono tenute a proteggere loro operazioni e i loro dati, a volte le autorità di regolamentazione impongono normative più stringenti per l’intero mercato verticale o per il settore”.

Italia, dopo quattro mesi torna a salire il clima di fiducia delle imprese

Puntuale come ogni mese, l’Istat ha monitorato anche per il mese di novembre 2022 l’indice di fiducia delle imprese e dei consumatori. E, dopo un lungo lasso di tempo in negativo, la buona notizia è che torna a salire. In estrema sintesi, dai segnali raccolti dall’Istituto di Statistica pare che imprese e cittadini ricomincino a “vedere rosa” per quanto riguarda il proprio futuro personale e quello generale del nostro Paese. 

I dati di novembre 2022

A novembre 2022 l’Istat stima un aumento sia dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 90,1 a 98,1) sia dell’indice composito del clima di fiducia delle imprese (da 104,7 a 106,4). Tutte le serie componenti l’indice di fiducia dei consumatori sono in miglioramento. Anche i quattro indicatori calcolati mensilmente a partire dalle stesse componenti presentano una variazione congiunturale estremamente positiva. In particolare, il clima economico e il clima futuro registrano le variazioni più accentuate (rispettivamente da 77,6 a 95,2 e da 88,8 a 102,8); il clima personale e quello corrente aumentano in modo più contenuto (nell’ordine da 94,3 a 99,0 e da 91,0 a 94,9).

Numeri positivi dopo quattro mesi di flessione

L’Istat osserva che, dopo quattro mesi consecutivi di flessione, il clima di fiducia delle imprese torna ad aumentare trainato soprattutto dalle aspettative sulla produzione nel comparto manifatturiero, da quelle sugli ordini nei servizi di mercato e dalle attese sulle vendite nel commercio al dettaglio. Anche il clima di fiducia dei consumatori presenta una dinamica positiva dovuta soprattutto ad opinioni sulla situazione economica del paese, comprese quelle che riguardano il tasso di disoccupazione, in deciso miglioramento, seguite da attese sulla situazione economica familiare e da opinioni sulle possibilità di risparmio in ripresa.

Cresce l’ottimismo tra le imprese

Il clima di fiducia migliora in tutti i comparti imprenditoriali (nel settore manifatturiero l’indice passa da 100,7 a 102,5, nei servizi da 96,0 a 98,8 e nel commercio al dettaglio da 109,0 a 112,2) ad eccezione delle costruzioni dove l’indice diminuisce da 157,5 a 151,9. Considerando le componenti dei climi di fiducia delle imprese, nel comparto manifatturiero si rileva un peggioramento dei giudizi sulla domanda e un incremento delle giacenze di prodotti finiti, mentre sono in deciso miglioramento le attese sulla produzione. Nelle costruzioni tutte le componenti peggiorano. In merito invece al comparto dei servizi di mercato, le attese sugli ordini registrano un marcato miglioramento mentre il saldo dei giudizi sugli ordini e quello sull’andamento degli affari diminuiscono. Nel commercio al dettaglio, infine, le attese sulle vendite crescono decisamente mentre i relativi giudizi si deteriorano; le opinioni sulle scorte rimangono sostanzialmente stabili.

Lavoro: il Quiet Quitting mette in difficoltà le aziende

Stando agli ultimi dati pubblicati dall’Osservatorio sul Precariato dell’Inps, in Italia nel primo semestre 2022 oltre 1 milione di persone ha deciso di dare le dimissioni dal posto di lavoro. Rispetto al primo semestre 2021 le dimissioni sono cresciute del 31,73%, in parallelo a un incremento del 26% di assunzioni. Il fenomeno delle Grandi dimissioni continua quindi a essere centrale a livello nazionale. A livello internazionale, però, sembra che il fenomeno stia lasciando spazio a un nuovo trend, il Quiet Quitting. Trascorsa quindi l’onda più drastica della consegna delle dimissioni, ora molti lavoratori scelgono una via più lenta, senza tagli netti. Quiet Quitting significa infatti “lasciare lentamente”, ovvero, mollare la presa sul lavoro, limitandosi a fare lo stretto necessario.

Evitare lavoro extra, straordinari, reperibilità

“Il fenomeno del Quiet Quitting, seppur possa sembrare meno impattante rispetto a quello delle dimissioni di massa, non deve e non può essere trascurato dalle aziende – spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati -. Le persone che scelgono in modo razionale e sì, strategico, di mettere paletti chiari alla propria vita lavorativa iniziano con evitare il lavoro extra, gli straordinari, la reperibilità, smettendo del tutto di considerare la propria carriera lavorativa come una priorità. E questo, in uno scenario in cui fin troppo spesso le aziende contano proprio sugli extra, e sullo sforzo in più da parte dei dipendenti per raggiungere gli obiettivi prefissati, può ovviamente diventare un problema considerevole”.

Solo il 21% dei dipendenti globali è ancora coinvolto dal proprio lavoro

Al di là dei social network, dove l’hashtag #quietquitting continua a guadagnare popolarità, la concretezza del fenomeno è testimoniata dal report State of the global workplace 2022 di Gallup. Lo studio dice che se prima della pandemia l’engagement dei dipendenti nei confronti delle aziende fosse in continuo aumento a livello globale, oggi è invece stagnante o in flessione. Guardando ai numeri attuali, solamente il 21% dei dipendenti afferma di essere coinvolto dal proprio lavoro, un dato che in Europa scende al 14%.

Un fenomeno che riguarda soprattutto Millennial e Gen Z

“I numeri mostrano che il fenomeno del Quiet Quitting riguarda soprattutto i lavoratori delle generazioni Millennial e Z, ovvero la forza lavoro nata a partire dagli anni Ottanta, che rappresenta la parte più produttiva e più importante per lo sviluppo delle aziende – spiega Adami -. Se per evitare le dimissioni dei dipendenti le aziende sono chiamate a investire nella formazione degli assunti, a introdurre benefit e ad ascoltare le esigenze dei dipendenti, nel caso del Quiet Quitting l’attenzione va posta soprattutto sul dialogo, e sulla costruzione di un rapporto autentico ed empatico tra manager e membri del proprio team. Questo, perché un ambiente di lavoro sano e trasparente permette di ridurre il turnover e aumentare la propensione alla produttività”.

Piccole e medie imprese, gli incidenti di cybersecurity sono tra gli eventi più gravi

Calo deciso delle vendite, certo, ma anche attacchi informatici: ecco quali sono le maggiori difficoltà in cui possono incorrere le piccole e medie imprese. Lo rivela un recente sondaggio globale di Kaspersky, condotto su 1.307 decision-maker di aziende con un numero di dipendenti compreso tra 1 e 999. Insomma, a fare paura alle aziende sono proprio queste due evenienze, quasi allo stesso livello. Addirittura, il 13% degli intervistati di piccole e medie aziende ritiene che gli attacchi online siano la sfida più impegnativa. I risultati della ricerca indicano anche che la probabilità di incorrere in un incidente di cybersecurity aumenta in base al numero di dipendenti dell’azienda.

Preoccupazioni non infondate

Le preoccupazioni per la sicurezza informatica non sono infondate, soprattutto se si considera che la probabilità di dover affrontare un problema legato alla cybersecurity aumenta con la crescita dell’azienda. Sebbene solo l’8% delle organizzazioni con un numero di dipendenti compreso tra 1 e 8 abbia dichiarato di aver affrontato un incidente di sicurezza informatica, questa percentuale sale al 30% tra le aziende con più di 501 dipendenti. “Oggi gli incidenti di cybersecurity possono interessare le aziende di tutte le dimensioni e incidere in modo significativo su attività, redditività e reputazione. Tuttavia, come mostra il nostro report Incident Response analytics, nella maggior parte dei casi gli avversari sfruttano evidenti lacune nella sicurezza informatica di un’organizzazione per accedere alla sua infrastruttura e rubare denaro o dati. Questo suggerisce che le misure di protezione di base, accessibili anche alle piccole aziende, come efficaci policy di password, aggiornamenti regolari e la consapevolezza dei dipendenti in materia di sicurezza, se non vengono trascurate, possono contribuire in modo significativo alla cybersecurity dell’azienda”, ha commentato Konstantin Sapronov, Head of Global Emergency Response Team di Kaspersky.

Come proteggersi?

Le raccomandazioni per non incorrere in questi incidenti sono sempre le stesse, ma vanno attuate. Si tratta di implementare la policy di password forti, richiedendo che la password di un account utente standard abbia almeno otto caratteri, un numero, lettere maiuscole e minuscole e un simbolo speciale. Ovviamente le password vanno modificate se esiste il sospetto che siano state compromesse: per essere più sicuri, si può adottare un sistema di sicurezza con un gestore password integrato. Ancora, è importante aggiornare regolarmente software e dispositivi e proteggersi dal ransomware  con soluzioni di sicurezza capaci di identificare e bloccare malware sconosciuti.