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Lavoro autonomo, difficile la ripresa post Covid

E’ il lavoro autonomo la tipologia di impiego che fa più fatica a riprendere terreno dopo i mesi duri della pandemia. A dirlo è un’analisi della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, che ha condotto un’elaborazione su dati Istat relativi al terzo trimestre del 2021. Dal report si evince che a farmi le spese sono stati soprattutto le donne e i giovani, mentre la categoria più colpita è quella del commercio. Resta il fatto che, nonostante un lieve incremento dell’1,3% tra novembre e ottobre 2021, il lavoro autonomo fatica a riprendere le posizioni pre Covid.

Recupera l’occupazione dipendente, non quella autonoma

Il dossier mette in evidenza come, a fronte di un sostanziale recupero dell’occupazione di tipo dipendente, tornata ai livelli del 2019, il lavoro autonomo non riesca a invertire la tendenza. Negli ultimi tre mesi del 2021 si è registrato un calo di 350 mila occupati rispetto allo stesso periodo del 2019, scendendo a quota 4 milioni e 940 mila. La perdita maggiore tra le donne: -131 mila occupate, ma anche tra gli uomini i valori registrati sono elevati, considerato un decremento complessivo di 219 mila indipendenti. La pandemia ha senza dubbio accentuato le criticità di un modello di lavoro, quello autonomo, che ha perso appeal tra i lavoratori, soprattutto i più giovani. A pagarne le spese sono soprattutto gli autonomi nella fascia di età 40-49 anni, che hanno visto un calo di 223 mila unità. Più contenuto il calo nella fascia di età 50-59 anni con 60 mila lavoratori in meno.

I settori più colpiti e quelli più in salute

Per quanto riguarda i vari settori, riferisce Askanews, quello in cui si sono fatte sentire le maggiori difficoltà è quello del commercio: rispetto al 2019, infatti, si sono persi più di 190 mila autonomi; a seguire l’industria (43 mila unità in meno) e l’area dei servizi tecnici e professionali (34 mila autonomi in meno). Il settore dell’edilizia, invece, registra un buono stato di salute, con un incremento del lavoro autonomo negli ultimi due anni del 2,8%. Anche sotto il profilo professionale si registrano tendenze diverse. Le professioni tecniche sono quelle più impoverite con quasi 100 mila occupati in meno nell’ultimo biennio. I dati non sono più confortanti per le professioni intellettuali e ad elevata specializzazione: rispetto al 2019, infatti, si sono persi 73 mila lavoratori. A penalizzare ancor di più questo mondo è la diversità di tutela rispetto al lavoro a tempo indeterminato. Secondo l’indagine condotta ad aprile 2021 da Fondazione Studi e SWG, due autonomi su tre hanno dichiarato che la pandemia ha avuto un impatto negativo (51,8%) o molto negativo (14,9%) sul loro lavoro e il 53,5% ha affermato di aver registrato una riduzione del reddito.

Nel 2021 le auto elettriche raggiungono il 9,35% del mercato totale

Nel corso dell’anno le auto elettriche raggiungono una penetrazione del 9,35% sul mercato automobilistico totale, contro il 4,33% dell’anno precedente. In particolare, nel 2021 le auto Pev, ovvero le Plug-in Electric Vehicle, somma di Bev (elettriche a batteria) e Phev, hanno registrato una crescita del 128,34%, con 136.754 mezzi immatricolati. Di fatto, sono state immatricolate 67.255 auto Bev, cresciute del +107% rispetto al 2020, e 69.499 Phev (+153,75%).Sono alcuni dati rilasciati da Motus-E, l’associazione che raggruppa tutti gli stakeholders della mobilità elettrica, che fa il punto sulle immatricolazioni delle auto elettriche in Italia nel 2021.

Nonostante il calo di dicembre raggiunta la quota record del 13,55%

Nel solo mese di dicembre, invece, le auto Pev immatricolate “registrano un calo del 13,21% rispetto a dicembre 2020, con 11.833 unità vendute – spiega Motus-E -. Le auto Bev calano invece del 15,24%, a 6.158 unità immatricolate, mentre le Phev diminuiscono del 10,90%, con 5.675 unità immatricolate.
Nonostante questi cali, “complice un total market che a dicembre fa registrare minimi storici con solo 87.338 auto vendute, le auto elettriche raggiungono una quota record di mercato del 13,55%”, sottolinea Motus-E.

Le preoccupazioni del mercato

Sono diversi i fattori che hanno contribuito al calo delle immatricolazioni nel mese di dicembre, “dai ritardi di consegna dovuti alla crisi delle materie prime, dei semiconduttori e dei microchip, alla possibilità di immatricolare entro giugno 2022 le auto acquistate tramite prenotazione dell’Ecobonus e all’effetto, visibile, della fine degli incentivi per auto elettriche, avvenuta nel mese di ottobre 2021- continua l’associazione -. Proprio la fine degli incentivi e una mancata programmazione degli stessi per il triennio a venire preoccupano il mercato e l’intera filiera”.

Ipotesi al ribasso per le Bev nel 2022

“In assenza di ulteriori supporti, è plausibile ipotizzare che i valori delle Bev immatricolate nei primi mesi del 2022 saranno inferiori a quelli dei primi mesi del 2021 – sostiene Motus-E, come scrive Adnkronos -. La mancanza di bonus all’acquisto farà dirottare i pochi mezzi elettrici prodotti in Italia verso mercati più appetibili. È davvero incomprensibile che il governo abbia deciso di ignorare completamente il settore, in un rimbalzo di responsabilità tra governo e Parlamento che sfiora il grottesco, e che vedrà riflettersi nella drammatica riduzione di immatricolazioni di vetture elettriche e ibride plug-in nel 2022”, afferma ancora l’associazione di settore. Augurandosi “un intervento di Mise e Mef all’inizio di quest’anno”.

Il 2021 in Italia “cercato” su Google: Green Pass e la Carrà sul podio

Cosa hanno cercato su Google gli italiani nel 2021, un anno segnato ancora dalla pandemia, ma anche dai tanti successi sportivi? Il motore di ricerca pubblica come di consueto il report Un Anno di Ricerche 2021, che allarga lo sguardo su personaggi, domande, argomenti più in risalto rispetto allo scorso anno, offrendo così un punto di vista sui tempi in cui viviamo. Nella lista delle parole più digitate dagli italiani negli ultimi 12 mesi nelle prime posizioni spiccano il Green Pass e Raffaella Carrà, la cui scomparsa il 5 luglio scorso ha commosso tutta l’Italia. In un anno così importante per lo sport italiano, tra le parole top non mancano però gli Europei e Christian Eriksen, il calciatore danese che ha avuto un arresto cardiaco in campo, oltre a Champions League e Serie A. E tra gli eventi più cercati dell’anno, non manca il tennis, con Roland Garros, Wimbledon e Matteo Berrettini.

Da Donnarumma ai Maneskin a Mario Draghi

Tra i personaggi del 2021 che hanno segnato il picco di traffico sul motore di ricerca ci sono ancora tanti sportivi, come Donnarumma, Janik Sinner, Federica Pellegrini, Marcell Jacobs, mentre nello spettacolo i Maneskin e Orietta Berti. E nella politica Mario Draghi e Giuseppe Conte, attuale ed ex primo ministro, riporta Ansa. Googlare è ormai una parola inserita nel vocabolario Treccani, e se tra i clic più di moda in cima alla classifica Google Trend spiccano “come fare il Green Pass” e Raffaella Carrà, tra gli addii più popolari, un po’ a sorpresa, al secondo posto c’è Michele Merlo, seguito da Franco Battiato e Gino Strada. Insomma, tra i Google Trend 2021 non c’è solo la pandemia nelle ricerche online italiane.

Da ‘Classroom’ a ‘Come fare la pizza’ in casa a ‘resilienza’

Segno dei tempi, nella lista di Google c’è anche Classroom, il programma per la didattica a distanza, incubo di milioni di famiglie durante questa pandemia, e quindi cliccatissimo. E la cucina, scrive Leggo, un tema che dal lockdown del 2020 in poi ha conquistato gli italiani? ‘Come fare la pizza in casa’ batte ‘come fare il pesto’ e ‘come fare la besciamella’, evidentemente sempre amata dagli italiani. Tra i ‘perché’ vince invece ‘Conte si dimette’, seguito da ‘non funziona WhatsApp’, e tra il ‘cosa significa’ svetta il Ddl Zan. Ma sul podio anche ‘zona rossa rafforzata’ e ‘resilienza’. Insomma, una fotografia dell’Italia 2.0 mai così veritiera.

Boom delle vacanze vicino a casa

Le restrizioni agli spostamenti hanno rilanciato il turismo di prossimità, e l’Italia grazie al suo patrimonio artistico e naturale, che non finisce mai di stupire, rappresenta la meta ideale. Insomma, il ritorno al turismo di prossimità è un trend in crescita, ed è una risorsa preziosa per tutti gli operatori che negli ultimi due anni hanno subito gravi danni economici. Ma quali sono le mete preferite dagli italiani per i viaggi vicino a casa? Innanzitutto, i borghi storici, paesini rimasti sospesi nel tempo che hanno mantenuto e valorizzato la loro bellezza originale, spesso impreziosita da antichi palazzi e castelli.

Dai borghi alle città d‘arte ai laghi
Dai borghi medievali alle città del Rinascimento, ogni regione italiana offre diverse opportunità per gite e weekend all’insegna della tranquillità e della scoperta della gastronomia locale. Magari noleggiando le biciclette per scoprire il territorio circostante. Il periodo invernale poi è propizio anche per visitare le città d’arte, approfittando del numero esiguo di turisti stranieri. Quindi, Roma, Firenze e Venezia, ma anche Torino, Trento, soprattutto nel periodo dei mercatini di Natale, o Perugia, Genova, Verona, e Ferrara. Anche i laghi, soprattutto nel nord Italia, sono da sempre un must per passare qualche giorno di vacanza in tranquillità. La parte del leone la fanno il Lago Maggiore, il Lago di Como e il Lago di Garda, mete del turismo mondiale. Ma in forte crescita è il Lago d’Iseo, grazie alle attrazioni del territorio, dalla riserva della biosfera Unesco della Val Camonica alle colline della Franciacorta. Un discorso a parte lo meritano i laghetti di montagna, mete imperdibili per rilassanti e salutari passeggiate. Tra i più spettacolari, il lago di Braies e il lago di Tovel, incastonato nel Parco Naturale dell’Adamello Brenta.

Montagna, parchi e riserve naturali
Non c’è niente di meglio di una gita in montagna per ricaricarsi all’aria aperta. L’incremento delle piste ciclabili permette di visitare il territorio in tranquillità, scoprendo antichi borghi arroccati e paesaggi mozzafiato. Il distanziamento sociale ha dato impulso però anche alle visite a parchi e riserve naturali, aree protette e presidi di tutela delle biodiversità. Un’occasione imperdibile per indimenticabili passeggiate immersi nella natura incontaminata magari avvistando gli animali in libertà. Tra le mete più suggestive e gettonate, il Parco Nazionale del Gran Paradiso, in Valle d’Aosta, il Parco Nazionale delle Dolomiti, in Veneto, e il Parco Nazionale delle Cinque Terre, in Liguria.

Tutti alle terme
Una vacanza di benessere e relax alle terme è un’ottima soluzione per approfittare del bonus inserito nel decreto del Ministro dello sviluppo economico. L’Italia può contare su una vasta scelta di parchi termali presenti su tutto il territorio. Tra i più attrezzati? Le terme di Ischia, Sirmione, Saturnia e Abano. Ma che si scelga di vistare un antico borgo o passare un fine settimana nell’acqua termale l’ecosostenibilità è una caratteristica importante del turismo di prossimità. La sfida dei tour operator è quindi valorizzare questo tipo di turismo, magari abbinando il soggiorno a un mezzo di trasporto green, come il treno o il pullman.

TikTok contro le sfide estreme

Uno dei pericoli in cui incorrono i più giovani è finire in pericolose challenge lanciate e virilizzate dai social network. Per capirne di più, e soprattutto per arginare il fenomeno, TikTok – il social preferito dagli adolescenti – ha commissionato un’indagine globale che ha coinvolto 10mila persone in tutto il mondo, Italia compresa, fra ragazzi, genitori ed educatori. Lo scopo? Comprendere come i ragazzi si pongono nei confronti delle sfide. Ebbene, i risultati dell’indagine sono sorprendenti.

Soli il 3% delle challenge è definito “pericoloso”

Come testimonia l’agenzia indipendente Praesidio Safeguarding,che ha materialmente condotto la ricerca, lo 0,3% degli utenti intervistati, tra i 13 e i 19 anni, ha dichiarato di aver preso parte ad una sfida che considerava pericolosa. Per quasi la metà (48%), le sfide individuate sull’app sono state percepite come sicure e divertenti; al 32% è stato associato un certo rischio, ma ancora basso; il 14% è stato descritto come rischioso e pericoloso. Solo il 3% è stato definito molto pericoloso, riporta Ansa, con lo 0,3% che ha preso effettivamente parte alle prove, da postare in diretta. Dalla ricerca è inoltre emerso che, prima di parteciparvi, gli adolescenti utilizzano una serie di metodi per comprendere i rischi delle challenge online: guardare video di altri partecipanti, leggere i commenti e parlarne con gli amici. Circa la metà (46%) ha dichiarato di volere “maggiore disponibilità di informazioni valide sui rischi” e “sulle attività estreme”.

Meglio saperne di più

In particolare per quanto riguarda una maggiore consapevolezza e informazione da parte degli utenti, è interessante notare che sui social esistono anche le cosiddette sfide bufala. Come segnala la ricerca, si tratta di challenge che “propagano un’informazione falsa, cioè che esista un soggetto malintenzionato che spinge gli utenti (di solito giovanissimi) a svolgere una serie di attività dannose che si intensificano, terminando con atti di autolesionismo o suicidio. Queste sono spesso espresse sotto forma di ‘sfida’. In realtà queste ‘sfide bufala’ sono storie costruite per diffondere e perpetuare la paura e l’ansia senza alcun elemento autentico di partecipazione o di sfida”. Proprio per questo, il social ha messo in campo nuove strumenti per informare e tutelare maggiormente gli utenti. Ad esempio, TikTok ha previsto un nuovo messaggio che incoraggia i giovani a visitare il Centro Sicurezza per saperne di più e a segnalare sfide pericolose.

Il cambiamento climatico modifica il comportamento dei consumatori

In che misura i consumatori hanno modificato i propri comportamenti quotidiani a causa delle preoccupazioni per il clima? E quali sono le azioni individuali più comunemente intraprese per contrastare il cambiamento climatico? A queste domande risponde un sondaggio Ipsos condotto per il World Economic Forum in 29 Paesi del mondo. Nei giorni della 26a Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, nota come COP26, Ipsos ha indagato proprio la relazione esistente tra i timori per il cambiamento climatico e i comportamenti adottati dai consumatori.

Oltre la metà degli intervistati ha modificato il proprio comportamento

Di fatto, oltre la metà degli intervistati (56%) afferma di aver modificato il proprio comportamento a causa della preoccupazione per i cambiamenti climatici negli ultimi anni. Meno di una persona su cinque (17%) afferma poi di aver apportato molte modifiche, due su cinque (39%) poche, e tre su dieci (31%) nessuna modifica. Una percentuale in calo rispetto alla media del 69% registrata a gennaio 2020. In Italia, il 58% degli intervistati dichiara di aver modificato il proprio comportamento d’acquisto (e non), ma anche in questo caso, la percentuale è in calo rispetto al 73% registrata a gennaio 2020.

Diminuisce la proporzione fra chi ha adattato il comportamento e chi no

I Paesi in cui è più probabile che i consumatori riferiscano di aver adattato il proprio comportamento per contrastare i cambiamenti climatici rimangono invariati rispetto allo scorso anno. Tuttavia, anche in queste nazioni, la proporzione è diminuita notevolmente India (76%, in calo di 12 punti), Messico (74%, -12 punti), Cile (73%, -13 punti) e Cina (72%, -13 punti). I Paesi in cui è meno probabile che i consumatori affermino di aver modificato il proprio comportamento a causa delle preoccupazioni climatiche includono Giappone (22%, -9 punti), Russia (40%, -12 punti), Stati Uniti (41%, -15 punti) e Paesi Bassi (41%, -16 punti). Inoltre, i Paesi che hanno registrato il calo maggiore dallo scorso anno nella loro quota di consumatori attenti all’ambiente sono Malesia (62%, -23 punti), Spagna (53%, -23 punti), Polonia (49%, -23 punti) e Francia (52%, -21 punti).

Riciclaggio e compostaggio le azioni più diffuse

A livello internazionale, le azioni individuali più comunemente intraprese per contrastare il cambiamento climatico sono il riciclaggio o il compostaggio, citato, in media, dal 46% degli intervistati nei 29 Paesi esaminati, il risparmio energetico in casa (43%), ridurre lo spreco alimentare (41%) e il risparmio di acqua (41%). Gli intervistati italiani menzionano le medesime azioni, ma con un ordine di priorità diverso. Al primo posto si posiziona il riciclaggio o il compostaggio (50%), ridurre lo spreco alimentare (47%), il risparmio di acqua in casa (45%), e il risparmio energetico (38%). A livello internazionale le donne sono generalmente più propense degli uomini ad aver cambiato i propri comportamenti, soprattutto in termini di riduzione dello spreco alimentare (46% vs. 36%), risparmio di acqua (46% vs. 36%), diminuzione di nuovi acquisti (36% vs. 26%) e diminuzione di prodotti con molti imballaggi (33% vs. 25%).

Produzione di energia elettrica: nell’Ue le rinnovabili vincono la sfida green

Le energie rinnovabili battono i combustibili fossili nella generazione dell’energia elettrica bell’Unione europea. È successo per la prima volta nel 2020, come emerge dal “Rapporto sullo stato dell’Unione dell’energia per il 2021”, recentemente pubblicato dalla Commissione europea. Il rapporto fa il punto sui progressi che l’Ue sta compiendo nel realizzare la transizione verso l’energia pulita, quasi due anni dopo il lancio del Green Deal europeo.

Obiettivo, ridurre le emissioni nette del 55% 

“Sebbene vi siano una serie di tendenze incoraggianti, saranno necessari maggiori sforzi per raggiungere l’obiettivo del 2030 di ridurre le emissioni nette di almeno il 55% e raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, e i dati dovranno essere analizzati attentamente il prossimo anno per le tendenze post-Covid di più lungo periodo”, osserva la Commissione in una nota. Come si legge nel rapporto, nel 2020 le energie rinnovabili hanno generato il 38% dell’elettricità dell’Ue rispetto, rispetto al 37% prodotto con l’uso dei combustibili fossili. Ma la strada è appena iniziata. L’obiettivo del 2030, infatti, è quello di arrivare al 65% di elettricità generata dalle rinnovabili. Ad oggi, nove Stati membri hanno già completato l’eliminazione graduale del carbone, mentre 13 si sono impegnati a farlo entro una data determinata e altri quattro stanno valutando possibili scadenze. Nel 2020, rispetto al 2019, le emissioni di gas serra dell’Ue sono diminuite di quasi il 10%, un calo senza precedenti dovuto alla pandemia di Covid-19, che ha portato la riduzione complessiva delle emissioni al 31%, rispetto ai livelli di riferimento del 1990.

Il trend dei consumi

Durante lo scorso anno, il consumo di energia primaria è diminuito dell’1,9% e il consumo di energia finale dello 0,6%. Tuttavia, sottolinea la Commissione, entrambe le cifre sono al di sopra della traiettoria necessaria per raggiungere gli obiettivi dell’Ue per il 2020 e per il 2030, e gli sforzi degli Stati membri devono continuare per migliorare l’efficienza energetica. Quest’ultimo punto, curiosamente, contraddice le conclusioni di un rapporto pubblicato dall’Agenzia europea dell’Ambiente (Aea), secondo cui invece gli obiettivi di efficienza energetica per il 2020 sarebbero stati raggiunti proprio l’anno scorso, grazie ai lockdown sanitari. Tuttavia, anche l’Aea conclude che è necessario accelerare l’aumento dell’efficienza energetica per raggiungere gli obiettivi del 2030. Infine, nel 2020 i sussidi ai combustibili fossili sono leggermente diminuiti, a causa del minor consumo energetico complessivo, mentre sono aumentate le sovvenzioni per le energie rinnovabili e per l’efficienza energetica.

La radiovisione conquista il pubblico, su qualunque schermo

La radiovisione è in sintonia con gli stili di vita degli italiani: più di 4 milioni di italiani seguono ogni giorno la radiovisione dagli schermi televisivi, e nel primo semestre del 2021 sono aumentati del 4,7% rispetto allo stesso periodo del 2019. Gli italiani che guardano anche saltuariamente la radio in tv superano gli 11 milioni. Più di 5 milioni nell’ultimo anno e mezzo hanno infatti scoperto per la prima volta la radiovisione sugli schermi televisivi, e quelli che seguono i programmi radiofonici da device diversi da quelli tradizionali sono complessivamente più di 19 milioni. Sono i principali risultati del 2° Rapporto del Censis La transizione verso la radiovisione.

Superata la prova della infodemia

I programmi radiofonici sono usciti bene dall’infodemia scatenata dall’emergenza sanitaria. Per l’82,6% degli italiani la fiducia nella radio è rimasta invariata nell’ultimo anno, per il 6,1% è aumentata. L’81,4% degli italiani poi è convinto che la radiovisione sia un nuovo media che combina i contenuti di qualità della radio con le infinite possibilità di ascolto e di visione in diretta su una molteplicità di schermi: il televisore, il pc, il tablet e lo smartphone. Inoltre, l’81,7% degli italiani ritiene che il successo dei programmi radiofonici dipenda dalla credibilità e affidabilità dei loro contenuti.

I gusti degli utenti cambiano in base al sesso

Le notizie di politica nazionale sono quelle che interessano di più gli utenti, con il 40,1% di preferenze. Al secondo posto, in forte crescita nell’anno della pandemia, le notizie riguardanti scienza, medicina e tecnologia, che catturano l’attenzione del 34,9%. A questi seguono, stili di vita, viaggi e cucina (28,8%), cronaca nera (27,9%), sport (26,7%), cultura e spettacoli (25,8%). I gusti degli utenti della radio però cambiano in base al sesso. Se gli uomini preferiscono la politica nazionale (il 45,5% contro il 34,4% delle donne), lo sport (45,4% vs 7,2%) e l’economia (23,2% vs 9,9%) le donne sono attratte di più dalle notizie riguardanti stili di vita, viaggi e cucina (40,5% vs 17,5%), cultura e spettacolo (33,8% vs 18,1%), gossip e cronaca rosa (28,8% vs 6,2%).

Lunga vita alla radio, che non teme le piattaforme digitali

Il 63,1% degli italiani è convinto che il futuro dei contenuti audio non saranno le piattaforme online di musica a pagamento, che offrono lo streaming on demand di brani selezionati in base ai gusti personali dell’utente (la pensa così anche il 51,7% dei più giovani).  Per il pubblico due fattori conferiscono un valore aggiunto alla programmazione radiofonica rispetto alle piattaforme digitali: i contenuti realizzati da una redazione di professionisti e la programmazione in diretta. Il 90,1% sottolinea la differenza tra i programmi offerti all’interno di un palinsesto realizzato da redazioni professionali, ricco di musica e di contenuti informativi, e le piattaforme on demand, che offrono esclusivamente musica selezionata in modo personalizzato. L’85,2% sottolinea che la peculiarità della radio è di essere live, e di riuscire così a mantenere un contatto diretto con il proprio pubblico.

La propensione al dono degli italiani durante la pandemia

Il 2020 è stato un banco di prova inedito per misurare la propensione al dono degli italiani. Per tale ragione la quarta edizione del rapporto Noi doniamo 2021 dell’Istituto Italiano della Donazione (IID) riproduce un’immagine profondamente segnata dalla situazione. Il Rapporto misura le pratiche e la propensione al dono degli italiani utilizzando diverse fonti, tra cui le ricerche BVA Doxa Italiani Solidali, e il Tracker settimanale condotto fin dal primo lockdown del marzo 2020. Come emerge dai dati BVA Doxa, la generosità degli italiani nel 2020 ha visto un incremento complessivo dovuto all’emergenza sanitaria e alle iniziative volte a contenerla, ma l’emergenza stessa ha provocato un drenaggio importante di risorse economiche dalle cause classiche per cui gli italiani hanno sempre donato.

Aumenta la generosità, ma calano le donazioni informali

Nel 2020 la quota di cittadini che hanno effettuato donazioni informali, ovvero non passando tramite una associazione, e dunque, donazioni alla Messa, elemosina per strada, raccolte informali a carattere religioso e non, donazioni per la scuola e altro, registra un calo rilevante, passando dal 41% del 2019 al 33% del 2020. Ciò è dovuto sicuramente alla minore densità di occasioni dove esercitare tale forma di solidarietà, prima di tutto la Messa, proprio a seguito dell’emergenza sanitaria.

Meno sostegno alle ONP

Anche sul fronte delle donazioni alle ONP il monitoraggio di BVA Doxa registra un calo: nel 2020 la percentuale di donatori risulta pari al 21% degli italiani, contro il 26% del 2019 e il 28% del 2018.  Se, come emerso dal Tracker settimanale Doxa, complessivamente circa un italiano su 3 ha donato per l’emergenza sanitaria tra marzo e aprile 2020, allo stesso tempo non ha effettuato alcuna donazione per un’organizzazione non profit nel corso dell’anno. È un dato importante perché rappresenta la stima di coloro che a causa della pandemia hanno fatto mancare il proprio sostegno alle ONP, che hanno subito e stanno subendo l’impatto dell’emergenza in termini di mancate risorse economiche.

Il volontariato e le donazioni biologiche

Anche la donazione di tempo e capacità, il volontariato, è stata messa alla prova dalla pandemia. I lockdown più o meno restrittivi hanno impattato fortemente sulla possibilità stessa di fare volontariato da parte degli italiani. Secondo l’indagine AVQ Istat la quota di coloro che hanno svolto attività gratuite in associazioni è calata dal 9,8% al 9,2%. Anche sul fronte delle donazioni biologiche l’impatto della pandemia è stato preoccupante. Secondo i dati forniti dal Centro nazionale sangue, il numero di coloro che hanno donato il sangue nel 2020 è calato del 3,4% rispetto al 2019, e la quota di nuovi donatori è diminuita del 2%. Complesso anche l’impatto della pandemia sulle donazioni di organi e midollo, e si è registrato anche un lieve calo dei consensi alla donazione degli organi sui rinnovi dei documenti di identità.

Prima colazione, gli italiani la vogliono healthy

Dimenticate il tazzone di caffellatte e l’immancabile fetta di pane con burro e marmellata. Cambiano le mode, cambiano i modi e anche i riti della prima colazione, che diventa sempre più healthy. Anche il breakfast degli italiani si scosta sempre più dalla tradizione e va verso una direzione all’insegna della naturalezza, della salute ma anche della “bellezza”, perchè tutto quello che si consuma in tavola deve essere instagrammabile. Per questa ragione negli ultimi tempi si è registrato un vero e proprio boom degli yogurt e dei ‘latti’ alternativi, a base vegetale, vegani, light o iperproteici. E tra i più giovani, i maggiori fruitori sui social network di video e immagini, si fa spazio il trend di consumare dei colorati mix di golosità in cui la quota di food buono fresco e salutare è fortunatamente alta con cereali, frutta fresca, frutta secca. L’aspetto somiglia infatti alla moda del pokè, ma tutto è coniugato con la prima colazione, magari vegana e sana.

I sostituti del latte sono i prodotti a maggiore crescita
Ma quali sono i prodotti a più rapida ascesa, ovvero quelli preferiti dai consumatori che seguono le ultime tendenze healthy? A questa domanda risponde la società di ricerche di mercato globale Euromonitor International, che rivela che i sostituti del latte sono la categoria in maggiore espansione nel settore dei prodotti lattiero-caseari, con un valore di 10 miliardi di dollari a livello mondiale ed un aumento del 16% nel biennio 2020-2021. Meno latte di soia, più bevande a base di mandorle, avena, noci di cocco e perfino piselli riempiono i bicchieri degli italiani. Il fenomeno nel nostro Paese aumenta addirittura del 50%, riporta Ansa, e latti non a base di soia si sono incrementati del 172% negli ultimi cinque anni.

Dopo il Covid, più attenzione alla salute
“I consumatori hanno sempre dato la priorità alla salute e al benessere nel settore lattiero-caseario ma la pandemia ha intensificato la sua attenzione nel 2020. Il rischio aggiuntivo rappresentato dall’obesità e da altre condizioni di salute con COVID-19, ha reso la dieta un punto focale per molte persone” commentano gli analisti Euromonitor che prevedono una ulteriore crescita del mercato e l’arrivo di ulteriori ingredienti come piselli, ceci e fave, ricchi di proteine, anche miscelati con avena o cocco. “Più avanti, ci si aspettano anche ‘latti’ alle lenticchie d’acqua o alle alghe e i prodotti lattiero-caseari coltivati, vegani, saranno la scelta più popolare delle colazioni tra 10 anni”, concludono gli autori del sondaggio.