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Il cambiamento climatico modifica il comportamento dei consumatori

In che misura i consumatori hanno modificato i propri comportamenti quotidiani a causa delle preoccupazioni per il clima? E quali sono le azioni individuali più comunemente intraprese per contrastare il cambiamento climatico? A queste domande risponde un sondaggio Ipsos condotto per il World Economic Forum in 29 Paesi del mondo. Nei giorni della 26a Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, nota come COP26, Ipsos ha indagato proprio la relazione esistente tra i timori per il cambiamento climatico e i comportamenti adottati dai consumatori.

Oltre la metà degli intervistati ha modificato il proprio comportamento

Di fatto, oltre la metà degli intervistati (56%) afferma di aver modificato il proprio comportamento a causa della preoccupazione per i cambiamenti climatici negli ultimi anni. Meno di una persona su cinque (17%) afferma poi di aver apportato molte modifiche, due su cinque (39%) poche, e tre su dieci (31%) nessuna modifica. Una percentuale in calo rispetto alla media del 69% registrata a gennaio 2020. In Italia, il 58% degli intervistati dichiara di aver modificato il proprio comportamento d’acquisto (e non), ma anche in questo caso, la percentuale è in calo rispetto al 73% registrata a gennaio 2020.

Diminuisce la proporzione fra chi ha adattato il comportamento e chi no

I Paesi in cui è più probabile che i consumatori riferiscano di aver adattato il proprio comportamento per contrastare i cambiamenti climatici rimangono invariati rispetto allo scorso anno. Tuttavia, anche in queste nazioni, la proporzione è diminuita notevolmente India (76%, in calo di 12 punti), Messico (74%, -12 punti), Cile (73%, -13 punti) e Cina (72%, -13 punti). I Paesi in cui è meno probabile che i consumatori affermino di aver modificato il proprio comportamento a causa delle preoccupazioni climatiche includono Giappone (22%, -9 punti), Russia (40%, -12 punti), Stati Uniti (41%, -15 punti) e Paesi Bassi (41%, -16 punti). Inoltre, i Paesi che hanno registrato il calo maggiore dallo scorso anno nella loro quota di consumatori attenti all’ambiente sono Malesia (62%, -23 punti), Spagna (53%, -23 punti), Polonia (49%, -23 punti) e Francia (52%, -21 punti).

Riciclaggio e compostaggio le azioni più diffuse

A livello internazionale, le azioni individuali più comunemente intraprese per contrastare il cambiamento climatico sono il riciclaggio o il compostaggio, citato, in media, dal 46% degli intervistati nei 29 Paesi esaminati, il risparmio energetico in casa (43%), ridurre lo spreco alimentare (41%) e il risparmio di acqua (41%). Gli intervistati italiani menzionano le medesime azioni, ma con un ordine di priorità diverso. Al primo posto si posiziona il riciclaggio o il compostaggio (50%), ridurre lo spreco alimentare (47%), il risparmio di acqua in casa (45%), e il risparmio energetico (38%). A livello internazionale le donne sono generalmente più propense degli uomini ad aver cambiato i propri comportamenti, soprattutto in termini di riduzione dello spreco alimentare (46% vs. 36%), risparmio di acqua (46% vs. 36%), diminuzione di nuovi acquisti (36% vs. 26%) e diminuzione di prodotti con molti imballaggi (33% vs. 25%).

Produzione di energia elettrica: nell’Ue le rinnovabili vincono la sfida green

Le energie rinnovabili battono i combustibili fossili nella generazione dell’energia elettrica bell’Unione europea. È successo per la prima volta nel 2020, come emerge dal “Rapporto sullo stato dell’Unione dell’energia per il 2021”, recentemente pubblicato dalla Commissione europea. Il rapporto fa il punto sui progressi che l’Ue sta compiendo nel realizzare la transizione verso l’energia pulita, quasi due anni dopo il lancio del Green Deal europeo.

Obiettivo, ridurre le emissioni nette del 55% 

“Sebbene vi siano una serie di tendenze incoraggianti, saranno necessari maggiori sforzi per raggiungere l’obiettivo del 2030 di ridurre le emissioni nette di almeno il 55% e raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, e i dati dovranno essere analizzati attentamente il prossimo anno per le tendenze post-Covid di più lungo periodo”, osserva la Commissione in una nota. Come si legge nel rapporto, nel 2020 le energie rinnovabili hanno generato il 38% dell’elettricità dell’Ue rispetto, rispetto al 37% prodotto con l’uso dei combustibili fossili. Ma la strada è appena iniziata. L’obiettivo del 2030, infatti, è quello di arrivare al 65% di elettricità generata dalle rinnovabili. Ad oggi, nove Stati membri hanno già completato l’eliminazione graduale del carbone, mentre 13 si sono impegnati a farlo entro una data determinata e altri quattro stanno valutando possibili scadenze. Nel 2020, rispetto al 2019, le emissioni di gas serra dell’Ue sono diminuite di quasi il 10%, un calo senza precedenti dovuto alla pandemia di Covid-19, che ha portato la riduzione complessiva delle emissioni al 31%, rispetto ai livelli di riferimento del 1990.

Il trend dei consumi

Durante lo scorso anno, il consumo di energia primaria è diminuito dell’1,9% e il consumo di energia finale dello 0,6%. Tuttavia, sottolinea la Commissione, entrambe le cifre sono al di sopra della traiettoria necessaria per raggiungere gli obiettivi dell’Ue per il 2020 e per il 2030, e gli sforzi degli Stati membri devono continuare per migliorare l’efficienza energetica. Quest’ultimo punto, curiosamente, contraddice le conclusioni di un rapporto pubblicato dall’Agenzia europea dell’Ambiente (Aea), secondo cui invece gli obiettivi di efficienza energetica per il 2020 sarebbero stati raggiunti proprio l’anno scorso, grazie ai lockdown sanitari. Tuttavia, anche l’Aea conclude che è necessario accelerare l’aumento dell’efficienza energetica per raggiungere gli obiettivi del 2030. Infine, nel 2020 i sussidi ai combustibili fossili sono leggermente diminuiti, a causa del minor consumo energetico complessivo, mentre sono aumentate le sovvenzioni per le energie rinnovabili e per l’efficienza energetica.

La radiovisione conquista il pubblico, su qualunque schermo

La radiovisione è in sintonia con gli stili di vita degli italiani: più di 4 milioni di italiani seguono ogni giorno la radiovisione dagli schermi televisivi, e nel primo semestre del 2021 sono aumentati del 4,7% rispetto allo stesso periodo del 2019. Gli italiani che guardano anche saltuariamente la radio in tv superano gli 11 milioni. Più di 5 milioni nell’ultimo anno e mezzo hanno infatti scoperto per la prima volta la radiovisione sugli schermi televisivi, e quelli che seguono i programmi radiofonici da device diversi da quelli tradizionali sono complessivamente più di 19 milioni. Sono i principali risultati del 2° Rapporto del Censis La transizione verso la radiovisione.

Superata la prova della infodemia

I programmi radiofonici sono usciti bene dall’infodemia scatenata dall’emergenza sanitaria. Per l’82,6% degli italiani la fiducia nella radio è rimasta invariata nell’ultimo anno, per il 6,1% è aumentata. L’81,4% degli italiani poi è convinto che la radiovisione sia un nuovo media che combina i contenuti di qualità della radio con le infinite possibilità di ascolto e di visione in diretta su una molteplicità di schermi: il televisore, il pc, il tablet e lo smartphone. Inoltre, l’81,7% degli italiani ritiene che il successo dei programmi radiofonici dipenda dalla credibilità e affidabilità dei loro contenuti.

I gusti degli utenti cambiano in base al sesso

Le notizie di politica nazionale sono quelle che interessano di più gli utenti, con il 40,1% di preferenze. Al secondo posto, in forte crescita nell’anno della pandemia, le notizie riguardanti scienza, medicina e tecnologia, che catturano l’attenzione del 34,9%. A questi seguono, stili di vita, viaggi e cucina (28,8%), cronaca nera (27,9%), sport (26,7%), cultura e spettacoli (25,8%). I gusti degli utenti della radio però cambiano in base al sesso. Se gli uomini preferiscono la politica nazionale (il 45,5% contro il 34,4% delle donne), lo sport (45,4% vs 7,2%) e l’economia (23,2% vs 9,9%) le donne sono attratte di più dalle notizie riguardanti stili di vita, viaggi e cucina (40,5% vs 17,5%), cultura e spettacolo (33,8% vs 18,1%), gossip e cronaca rosa (28,8% vs 6,2%).

Lunga vita alla radio, che non teme le piattaforme digitali

Il 63,1% degli italiani è convinto che il futuro dei contenuti audio non saranno le piattaforme online di musica a pagamento, che offrono lo streaming on demand di brani selezionati in base ai gusti personali dell’utente (la pensa così anche il 51,7% dei più giovani).  Per il pubblico due fattori conferiscono un valore aggiunto alla programmazione radiofonica rispetto alle piattaforme digitali: i contenuti realizzati da una redazione di professionisti e la programmazione in diretta. Il 90,1% sottolinea la differenza tra i programmi offerti all’interno di un palinsesto realizzato da redazioni professionali, ricco di musica e di contenuti informativi, e le piattaforme on demand, che offrono esclusivamente musica selezionata in modo personalizzato. L’85,2% sottolinea che la peculiarità della radio è di essere live, e di riuscire così a mantenere un contatto diretto con il proprio pubblico.

La propensione al dono degli italiani durante la pandemia

Il 2020 è stato un banco di prova inedito per misurare la propensione al dono degli italiani. Per tale ragione la quarta edizione del rapporto Noi doniamo 2021 dell’Istituto Italiano della Donazione (IID) riproduce un’immagine profondamente segnata dalla situazione. Il Rapporto misura le pratiche e la propensione al dono degli italiani utilizzando diverse fonti, tra cui le ricerche BVA Doxa Italiani Solidali, e il Tracker settimanale condotto fin dal primo lockdown del marzo 2020. Come emerge dai dati BVA Doxa, la generosità degli italiani nel 2020 ha visto un incremento complessivo dovuto all’emergenza sanitaria e alle iniziative volte a contenerla, ma l’emergenza stessa ha provocato un drenaggio importante di risorse economiche dalle cause classiche per cui gli italiani hanno sempre donato.

Aumenta la generosità, ma calano le donazioni informali

Nel 2020 la quota di cittadini che hanno effettuato donazioni informali, ovvero non passando tramite una associazione, e dunque, donazioni alla Messa, elemosina per strada, raccolte informali a carattere religioso e non, donazioni per la scuola e altro, registra un calo rilevante, passando dal 41% del 2019 al 33% del 2020. Ciò è dovuto sicuramente alla minore densità di occasioni dove esercitare tale forma di solidarietà, prima di tutto la Messa, proprio a seguito dell’emergenza sanitaria.

Meno sostegno alle ONP

Anche sul fronte delle donazioni alle ONP il monitoraggio di BVA Doxa registra un calo: nel 2020 la percentuale di donatori risulta pari al 21% degli italiani, contro il 26% del 2019 e il 28% del 2018.  Se, come emerso dal Tracker settimanale Doxa, complessivamente circa un italiano su 3 ha donato per l’emergenza sanitaria tra marzo e aprile 2020, allo stesso tempo non ha effettuato alcuna donazione per un’organizzazione non profit nel corso dell’anno. È un dato importante perché rappresenta la stima di coloro che a causa della pandemia hanno fatto mancare il proprio sostegno alle ONP, che hanno subito e stanno subendo l’impatto dell’emergenza in termini di mancate risorse economiche.

Il volontariato e le donazioni biologiche

Anche la donazione di tempo e capacità, il volontariato, è stata messa alla prova dalla pandemia. I lockdown più o meno restrittivi hanno impattato fortemente sulla possibilità stessa di fare volontariato da parte degli italiani. Secondo l’indagine AVQ Istat la quota di coloro che hanno svolto attività gratuite in associazioni è calata dal 9,8% al 9,2%. Anche sul fronte delle donazioni biologiche l’impatto della pandemia è stato preoccupante. Secondo i dati forniti dal Centro nazionale sangue, il numero di coloro che hanno donato il sangue nel 2020 è calato del 3,4% rispetto al 2019, e la quota di nuovi donatori è diminuita del 2%. Complesso anche l’impatto della pandemia sulle donazioni di organi e midollo, e si è registrato anche un lieve calo dei consensi alla donazione degli organi sui rinnovi dei documenti di identità.

Prima colazione, gli italiani la vogliono healthy

Dimenticate il tazzone di caffellatte e l’immancabile fetta di pane con burro e marmellata. Cambiano le mode, cambiano i modi e anche i riti della prima colazione, che diventa sempre più healthy. Anche il breakfast degli italiani si scosta sempre più dalla tradizione e va verso una direzione all’insegna della naturalezza, della salute ma anche della “bellezza”, perchè tutto quello che si consuma in tavola deve essere instagrammabile. Per questa ragione negli ultimi tempi si è registrato un vero e proprio boom degli yogurt e dei ‘latti’ alternativi, a base vegetale, vegani, light o iperproteici. E tra i più giovani, i maggiori fruitori sui social network di video e immagini, si fa spazio il trend di consumare dei colorati mix di golosità in cui la quota di food buono fresco e salutare è fortunatamente alta con cereali, frutta fresca, frutta secca. L’aspetto somiglia infatti alla moda del pokè, ma tutto è coniugato con la prima colazione, magari vegana e sana.

I sostituti del latte sono i prodotti a maggiore crescita
Ma quali sono i prodotti a più rapida ascesa, ovvero quelli preferiti dai consumatori che seguono le ultime tendenze healthy? A questa domanda risponde la società di ricerche di mercato globale Euromonitor International, che rivela che i sostituti del latte sono la categoria in maggiore espansione nel settore dei prodotti lattiero-caseari, con un valore di 10 miliardi di dollari a livello mondiale ed un aumento del 16% nel biennio 2020-2021. Meno latte di soia, più bevande a base di mandorle, avena, noci di cocco e perfino piselli riempiono i bicchieri degli italiani. Il fenomeno nel nostro Paese aumenta addirittura del 50%, riporta Ansa, e latti non a base di soia si sono incrementati del 172% negli ultimi cinque anni.

Dopo il Covid, più attenzione alla salute
“I consumatori hanno sempre dato la priorità alla salute e al benessere nel settore lattiero-caseario ma la pandemia ha intensificato la sua attenzione nel 2020. Il rischio aggiuntivo rappresentato dall’obesità e da altre condizioni di salute con COVID-19, ha reso la dieta un punto focale per molte persone” commentano gli analisti Euromonitor che prevedono una ulteriore crescita del mercato e l’arrivo di ulteriori ingredienti come piselli, ceci e fave, ricchi di proteine, anche miscelati con avena o cocco. “Più avanti, ci si aspettano anche ‘latti’ alle lenticchie d’acqua o alle alghe e i prodotti lattiero-caseari coltivati, vegani, saranno la scelta più popolare delle colazioni tra 10 anni”, concludono gli autori del sondaggio.

Prenotazioni online degli stabilimenti balneari, +200%

Il 2021 è l’anno d’oro per la prenotazione online della spiaggia. Stando ai dati diffusi da Spiagge.it, il portale dedicato ai gestori e agli utenti degli stabilimenti balneari, per evitare di non trovare posto in spiaggia, quest’estate i bagnanti hanno scelto di prenotare sdraio e ombrellone online. Tanto che rispetto allo scorso anno l’incremento delle prenotazioni tramite app degli stabilimenti balneari è cresciuto del 200%, con un anticipo medio pari a 2,8 giorni. La giornata delle vacanze estive che ha fatto registrare un record è stata venerdì 13 agosto, con oltre 8.000 prenotazioni, e sold out per il 70% delle località balneari nel weekend di Ferragosto. Soprattutto per il litorale romagnolo e per la Calabria, che segna un +350% di prenotazioni.

Tra il 10 e il 17 agosto le transazioni sono raddoppiate rispetto al 2020

Se è costante la durata media del soggiorno presso lo stesso stabilimento, pari a 1,5 giorni, risulta in aumento il numero di utenti che nello stesso momento hanno prenotato più di uno stabilimento in giornate diverse (+20% circa). Un dato che fa emergere il trend di organizzare le giornate in spiaggia con più attenzione, e secondo le logiche utilizzate dal booking dei pernottamenti. Non sorprende che le prenotazioni online siano esplose nel periodo più caldo della stagione estiva. Tra il 10 e il 17 agosto le prenotazioni sul portale di Spiagge.it sono raddoppiate rispetto allo stesso periodo del 2020, passando a quota 50.000 transazioni online.

Le spiagge più apprezzate? Quelle del litorale romagnolo e della Calabria

Tra le spiagge più apprezzate spiccano quelle del litorale romagnolo, che ha registrato sold out, con numeri che non si vedevano da almeno 5 anni, quasi raddoppiando le prenotazioni. In particolare, un famoso stabilimento di Rimini ha raggiunto il numero record di prenotazioni da app di 150 ombrelloni nel solo weekend di Ferragosto. Exploit della Calabria, poi, con +350% in termini di prenotazioni online rispetto allo stesso periodo del 2020, e del litorale Veneto (+180%).

Incremento medio del 25% in termini di occupazione dei posti

Per consentire ai bagnanti di godersi il mare senza preoccupazioni o file alle casse dello stabilimento, nell’estate 2021 è quadruplicato il numero di stabilimenti che si sono serviti dello strumento Spiaggia e ristorante, messo a disposizione attraverso il gestionale di Spiagge.it. Questo, evidenziano i founder del portale, ha permesso a sempre più clienti di ordinare, pagare direttamente online e ricevere cibo e bevande direttamente sotto l’ombrellone, in tutta sicurezza, riporta Adnkronos.
“Gli stabilimenti che hanno scelto di digitalizzarsi utilizzando Spiagge.it hanno effettivamente ricevuto un incremento di prenotazioni sia infrasettimanali che nel week end – spiegano i fondatori di Spiagge.it – e registrato un incremento medio del 25% rispetto allo scorso anno in termini di occupazione dei posti”.

L’Europass non sempre è il curriculum ideale per trovare lavoro

Quando si decide di creare un nuovo curriculum la prima decisione è quella relativa all’organizzazione dei contenuti. È possibile creare un nuovo cv a partire da zero, oppure affidarsi a modelli standard o predefiniti. Il più diffuso è senza dubbio il cosiddetto formato europeo, anche detto Europass. Se il cv è lo strumento più importante per chi cerca un nuovo lavoro, è necessario pianificarlo nel dettaglio, correggerlo con estrema attenzione, e aggiornarlo regolarmente. Una soluzione è data appunto dall’Europass, lo standard per la redazione dei cv proposto da circa 20 anni dalla Commissione Europea, allo scopo di creare una struttura condivisa per i curricula circolanti nell’Unione. Ma non sempre rappresenta la soluzione ideale.

Garantire una presentazione strutturata e intuitiva delle informazioni del candidato

Insomma, l’Europass è davvero efficace? Non è forse meglio creare il proprio cv a partire da un formato più originale?
A queste domande risponde Carola Adami, co-fondatrice della società di selezione del personale Adami & Associati.
“Il cv in formato europeo presenta indubbiamente dei vantaggi: è stato creato appositamente per garantire una presentazione strutturata e intuitiva delle informazioni del candidato a livello internazionale – spiega Adami -. La peculiarità di questo formato è di presentare un layout preimpostato a colonne, con i nomi delle diverse sezioni che occupano circa 1/3 della pagina nella colonna sinistra, per lasciare quindi alle informazioni sul candidato i restanti 2/3 della pagina”.

Vantaggi e svantaggi del cv in formato europeo

“I vantaggi dell’Europass sono chiari: questo formato facilita la compilazione al candidato, ed è immediatamente intuitivo per il selezionatore – aggiunge l’head hunter -. Va peraltro detto che al giorno d’oggi il formato europeo presenta tre impaginazioni possibili”.
Questo formato presenta però anche alcuni svantaggi. Se “lo scopo del candidato deve essere quello di spiccare sopra agli altri, di distinguersi – commenta Adami – in che modo un formato standard, volto a uniformare i vari profili, può aiutare?”
Di fatto, secondo Adami, “l’impaginazione dell’Europass, per quanto presente attualmente in tre versioni differenti, risulta piuttosto noiosa e superata dal punto di vista della grafica”.

Sconsigliato per chi vuole farsi notare e mettere in luce la propria creatività

“Senza di dubbio è sempre bene avere a portata di mano una versione del proprio curriculum in formato europeo, per il semplice fatto che molti annunci continuano ancora oggi a chiedere in modo specifico questa impaginazione. Detto questo – sottolinea ancora Adami – può essere un buon modello per chi ha poche informazioni da inserire: i giovani con una o due esperienze professionali possono infatti trarre vantaggio dallo spazio ‘occupato’ dalla colonna di sinistra per presentare un cv leggermente più lungo. Viceversa, chi ha tante informazioni da riportare rischia di presentare un documento troppo lungo”.
L’Europass è inoltre sconsigliato per chi vuole farsi notare e mettere in luce la propria creatività. Inoltre, rappresenta una scelta poco saggia per chi vuole mettere in evidenza le proprie competenze, relegate nella parte bassa della struttura.

Nel 2020 il Retail non food perde il 3% a livello europeo

Anche agli occhi di chi non è un esperto del settore la situazione è davanti agli occhi: l’emergenza Covid-19 ha portato con sé anche grandi sfide e grandi cambiamenti a livello della vendita dei beni di grandi consumo. Da un lato le restrizioni alla mobilità hanno incentivato lo sviluppo dell’online, dall’altro forse i consumatori sono diventati più attenti ai propri acquisti. Resta il fatto che nel corso del 2020 i Europa sono avvenute grandi trasformazioni: in particolare, nel comparto Retail, i beni alimentari hanno registrato un boom del +5,5% all’interno dei 27 Paesi dell’Ue, mentre i beni non alimentari hanno subito una contrazione delle vendite pari al -3%. A tracciare questo andamento è un nuovo studio GfK dedicato all’andamento del settore Retail in Europa. Tra gli aspetti più interessanti dell’analisi, c’è la fotografia dei trend all’interno dei singoli Paesi. Ad esempio, si scopre che il calo maggiore nelle vendite di prodotti Non Food è stato registrato in Italia (-11,6%), Spagna (-11,0%) e Cipro (-10,8%). In particolare, le vendite abbigliamento e calzature sono scese in molti Paesi, con trend negativi anche superiori al -20%. Non mancano le eccezioni: nei Paesi Bassi il settore del commercio al dettaglio non alimentare nel suo complesso è cresciuto in maniera significativa (+6,2%). A differenza di altri paesi, infatti, qui i negozi sono rimasti sempre aperti durante la prima fase della pandemia e il commercio online ha visto una crescita significativa. Anche in Lituania (+7,7%) e Danimarca (+6,2%), le vendite di prodotti Non Food sono state decisamente più alte nel 2020 rispetto all’anno precedente.

Italia, Spagna e Cipro hanno sofferto di più

Tra i 27 paesi europei analizzati, Spagna, Italia e Cipro sono quelli che hanno registrato la maggiore contrazione del reddito medio, da una parte a causa dei lunghi periodi di lockdown legati alla pandemia, dall’altra per la crisi dell’economia dal turismo, particolarmente importante in questi Paesi. Anche l’Ungheria, che negli scorsi anni aveva registrato incrementi significativi del reddito medio, ha visto una brusca frenata nel 2020, anche a causa della debolezza del fiorino ungherese.

Aumenti di vendite retail al top in Germania, Irlanda, Austria

Andamento del settore Retail: Le vendite al dettaglio di beni di Largo Consumo in Europa sono cresciute del +5,5% nel corso del 2020. Questo incremento è dovuto al maggiore consumo di cibo e bevande in casa, a causa delle chiusure di ristoranti, mense e a fenomeni come il coprifuoco, che hanno ridotto la mobilità dei cittadini. Gli aumenti più forti sono stati registrati in Germania (+12,4%), Irlanda (+10,3%), Austria (+8,4%) e Lussemburgo (+8,0%). Al contrario, le vendite al dettaglio di beni Non Food sono scese del -3% a livello europeo.

Italiani, sempre più attenti alla sostenibilità

Gli italiani sono sempre più sensibili a tutte le tematiche legate all’ambiente, e anche i comportamenti dei nostri connazionali stanno cambiando in una direzione sempre più green. A dirlo è una recente ricerca condotta da Scenari, che ha esplorato quali sono le abitudini sostenibili adottate dagli italiani con maggiore frequenza. In generale, ed è un’ottima notizia, si evince una crescente sensibilità e una grande attenzione da parte dei cittadini verso scelte che possono garantire uno sviluppo sostenibile. Abitudini che hanno un influsso positivo sull’ambiente e sulla vita delle persone.

Primo comandamento, riciclare

Quali sono le mosse degli italiani per prendersi cura del Pianeta? In prima battuta, l’azione più diffusa sembra essere quella di “Riciclare il più possibile”: lo fa infatti il 69,2% degli italiani, con un aumento del 3% rispetto all’analoga rilevazione del 2020. Poi, “Fare la raccolta differenziata dei rifiuti”, una scelta compiuta dal 67,4% delle persone, che tuttavia non aumentano rispetto all’anno passato. Al terzo posto della classifica dei comportamenti green si piazza “Evitare di sprecare il cibo”, un comportamento seguito dal 64,3% della popolazione e soprattutto in forte aumento (+5%) sull’analisi dell’anno scorso. A seguire, troviamo Spegnere le luci quando non servono, Ridurre l’uso della plastica, Evitare sprechi alimentari, Ridurre il consumo di acqua, Usare riscaldamento e condizionatori solo quando necessario, Usare lampadine a risparmio energetico e Consumare prodotti di stagione. Ci sono anche altri comportamenti, fuori dalla top ten, che indicano però la crescente attenzione dei nostri connazionali verso tutto ciò che è sostenibile: ad esempio, sono aumentati moltissimo gli italiani che scelgono di bere l’acqua del rubinetto (+8%) o che privilegiano l’acquisto di prodotti Made in italy (+9%).

Piccoli gesti, grandi cambiamenti

Per gli italiani queste azioni, possono sembrare “elementari” eppure nel loro piccolo contribuiscono in qualche modo a salvaguardare l’ambiente. Un recente report, a cura della Bocconi di Milano, afferma che la “mentalità della sostenibilità” è oggi un modo di pensare e di essere che deriva da una più ampia comprensione delle dinamiche ambientali e dalla conseguente scelta che scaturisce in ognuno di noi, ma soprattutto nelle azioni che si compiono per il proprio bene e quello degli altri.
Queste azioni influenzano positivamente gli italiani, tanto è vero che dal 2020 a oggi diventa sempre più rilevante compiere azioni sostenibili. L’aumento di circa il 10% delle sane abitudini giornaliere ci mostrano uno scenario nel quale gli italiani sono sempre più inclini al cambiamento e alla cura della Terra.

L’Italia ha il suo primo Dottorato nazionale in AI

Arriva il primo Dottorato nazionale in Intelligenza artificiale. Gli Obiettivi? Promuovere l’alta formazione sull’AI, costruire una comunità di giovani ricercatori e creare una vera e propria rete italiana di centri di ricerca su un tema così strategico per il futuro.
Il progetto, promosso dal MUR e coordinato dal CNR e dall’Università di Pisa, si basa su una rete formata da 5 atenei capofila che coinvolge 61 università e centri di ricerca italiani. Sono 177 le borse di studio messe a disposizione per il primo ciclo di questa importante operazione formativa: una vasta rete di futuri ricercatori, innovatori e professionisti, che al termine dei tre anni di percorso saranno specializzati nelle tematiche di punta della ricerca sull’AI e nei settori applicativi.

Una visione integrata e articolata dell’ecosistema delle tecnologie

I futuri giovani ricercatori saranno quindi allenati ad avere una visione integrata e articolata dell’ecosistema delle tecnologie e delle soluzioni AI, e in grado di affrontare i problemi con un approccio sistemico e multi-disciplinare, sia nel mondo della ricerca sia in quello dell’impresa. Il modello organizzativo sfrutta una struttura coordinata orizzontale/verticale: tutti i dottorandi parteciperanno a esperienze e attività formative multidisciplinari comuni, per poi concentrarsi sull’area di specializzazione scelta.

Salute, Agricoltura, Sicurezza e Industria 4.0

Le cinque aree sono state individuate nei settori strategici di sviluppo e applicazione dell’AI. Innanzitutto, Salute e scienze della vita, con capofila l’Università Campus Bio-Medico di Roma: intelligenza artificiale, IoT e biorobotics per promuovere la medicina di precisione, una medicina sempre più predittiva, preventiva, personalizzata e partecipativa. Poi Agricoltura (agrifood) e ambiente, con capofila l’Università degli Studi di Napoli Federico II: l’intelligenza artificiale per fronteggiare le incertezze legate al cambiamento climatico e la variabilità dei fattori che determinano la produzione primaria. La terza è Sicurezza e cybersecurity, con capofila la Sapienza Università di Roma: applicazione delle tecniche di Intelligenza artificiale per la sicurezza dei sistemi informatici e la sicurezza delle infrastrutture, la cyber intelligence, e la protezione della privacy. La quarta, Industria 4.0, con capofila il Politecnico di Torino, si occuperà di robotica, manutenzione preventiva, automatizzazione dei processi, analisi dei dati per migliorare la produzione e aumentare la competitività.

Lo sviluppo di un’AI sostenibile

L’ultima area è Società, con capofila l’Università di Pisa: l’intelligenza artificiale e la data science per lo studio della società e della complessità dei fenomeni sociali ed economici, quali ad esempio, mobilità umana e dinamica delle città, migrazioni e determinanti economici, formazione e dinamica delle opinioni e delle conversazioni online, e impatto sociale dei sistemi AI.
Uno dei temi trasversali più importanti per l’intero dottorato, riporta Ansa,  è quello della Trustworthy AI, l’Intelligenza artificiale “degna di fiducia”, l’elemento che caratterizza la strategia dell’Unione Europea per l’AI. I dottorandi seguiranno quindi corsi dedicati a etica, equità, correttezza, sicurezza, giustizia, accettazione sociale dell’AI, oltre a concentrarsi sullo sviluppo di un’AI sostenibile e che possa aiutare a raggiungere i Sustainable Development Goals dell’Agenda 2030 dell’ONU.