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Italia prima in Europa per imprenditoria femminile 

Sembra un dato sorprendente, eppure è proprio così: l’Italia vince la sfida europea dell’imprenditoria femminile. Pur registrando il tasso di occupazione femminile più basso dell’Ue, il nostro Paese detiene un primato particolare: il numero più alto di donne imprenditrici. Nel 2023, infatti, le lavoratrici indipendenti italiane – incluse artigiane, commercianti e libere professioniste – sono state 1.610.000.

La cifra italiana supera di gran lunga quella della Francia (1.433.100) e della Germania (1.294.100), sottolineando la predisposizione degli italiani, a prescindere dal genere, verso l’autonomia professionale.

Quali sono i settori chiave dell’imprenditoria femminile?

Oltre la metà delle imprenditrici italiane – circa il 56% – opera nei servizi alla persona e alle imprese. Questi includono attività come parrucchieria, estetica, tatuaggi, massaggi, agenzie di viaggio, noleggio veicoli, pubblicità, e consulenze professionali.

Il commercio rappresenta invece il 20% delle loro attività, mentre il 10% si dedica al settore Horeca (hotel, ristoranti e catering). Minori, ma comunque significative, le percentuali nell’industria e nell’agricoltura, ciascuna al 6%.

Il divario occupazionale va colmato 

Le ragioni del perchè in Italia ancora poche donne abbiano un’occupazione professionale vanno ricercate nel passato, anche in sovrastrutture culturali. Le donne si trovano ancora a gestire la maggior parte del lavoro domestico, una responsabilità che ostacola l’accesso al mondo del lavoro.

Inoltre, la carenza di investimenti nei servizi per l’infanzia e nel welfare sociale ha aggravato la situazione, privando molte donne delle condizioni necessarie per conciliare lavoro e famiglia. Un simile contesto ha anche ridotto la creazione di posti di lavoro in “rosa”, limitando ulteriormente le opportunità.

Le imprenditrici preferiscono assumere altre donne  

Uno degli aspetti più positivi dell’imprenditoria femminile è la sua capacità di generare occupazione per altre donne. Le imprenditrici tendono, più degli uomini, ad assumere personale femminile.

Questo comportamento virtuoso evidenzia come incentivare le donne a intraprendere attività imprenditoriali possa contribuire a ridurre il divario occupazionale e migliorare le prospettive di lavoro per molte.

Servono politiche adeguate per sostenere le lavoratrici

La crescita dell’imprenditoria femminile rappresenta una risorsa preziosa per l’Italia. Tuttavia, per sfruttarne appieno il potenziale, è essenziale investire in politiche che sostengano sia le imprenditrici sia le lavoratrici. Garantire un accesso migliore ai servizi sociali e promuovere pari opportunità nel lavoro potrebbe dare una svolta significativa, trasformando questo primato in un motore di crescita e innovazione per il Paese.

Crisi d’impresa e composizione negoziata: +926 istanze nel 2024

A tre anni dall’avvio della composizione negoziata, la procedura stragiudiziale introdotta per consentire il risanamento delle aziende in condizioni di squilibrio patrimoniale o economico-finanziario, il totale delle istanze ammonta a 1.963, +926 rispetto a quelle censite a novembre 2023, +60% nei primi 9 mesi del 2024.
Sul totale delle istanze presentate, 1.097 risultano concluse, di cui il 19% con esito favorevole, mentre 104 sono state rifiutate.

Il numero dei casi archiviati con esito favorevole è aumentato, da 83 nel 2023 a 210, con una crescita anche del tasso di successo medio trimestrale, che a partire dal 1° gennaio 2023 è pari al 20,5%.
Cresce anche il numero dei lavoratori salvati dal possibile licenziamento, che salgono a oltre 10mila. Emerge dai dati elaborati dell’Osservatorio di Unioncamere sulla crisi di impresa.

L’85,7% sono Società di capitali

Quanto alla dimensione delle imprese che ricorrono a questo strumento, nell’85,7% dei casi sono società di capitali, hanno mediamente 64 addetti e registrano 13 milioni di euro di valore della produzione.

Le istanze attualmente in gestione presso gli esperti incaricati sul territorio nazionale sono 762.
La Lombardia si conferma la regione con il maggior numero di istanze (436) seguita da Lazio (208) Emilia-Romagna (193) e Veneto (168).

Tempistiche più rapide e contenute

Uno dei principali elementi di forza della composizione negoziata è rappresentato dalle tempistiche di svolgimento della procedura, che per espressa previsione normativa, sono più rapide e contenute rispetto a quelle giudiziali delle procedure concorsuali.
La durata delle composizioni negoziate concluse è in media di 224 giorni e il 64% delle imprese si avvale della proroga di ulteriori 180 giorni prevista dalle norme.

Le tempistiche necessarie per giungere a una chiusura favorevole della composizione negoziata sono mediamente di 325 giorni. Quasi la totalità delle imprese, infatti, necessita di più di 6 mesi per concludere il procedimento (90%).
Quanto agli esiti sfavorevoli, la durata media è 200 giorni, con il 59% di imprese che nonostante le trattative non vadano a buon fine, ricorre alla proroga.

“In più di un caso su 5 si riesce a risanare l’azienda”

Tra i settori interessati, prevalgono le attività manifatturiere (21,5%), il commercio all’ingrosso e al dettaglio (19%) e le costruzioni (15%).
Si tratta in prevalenza di società di capitali (85,4%), mentre il restante 15% è costituito da società di persone, imprese individuali e altre forme giuridiche.

“Solo negli ultimi 15 giorni sono giunte altre 100 istanze, anche grazie alla recente possibilità di accordi con l’Agenzia delle entrate e riscossione, e si sono chiusi altri 5 casi di risanamento che interessano circa mille lavoratori -sottolinea Andrea Prete, presidente Unioncamere -. La convenienza di questa procedura è dimostrata anche dal fatto che quando è possibile utilizzare lo strumento della composizione negoziata, si risparmia tempo e in più di un caso su 5 si riesce a risanare l’impresa”.

Export alimentare, +9,3% in sette mesi. Obiettivo, 57 miliardi a fine anno

Se sarà confermato il trend dei primi sette mesi dell’anno, che hanno visto una crescita del +9,3%, l’export dell’industria alimentare italiana a fine 2024 raggiungerà un nuovo record assoluto. Dopo un 2023 in cui l’export di settore ha raggiunto quota 52,2 miliardi, raddoppiando in dieci anni il suo valore, oggi conferma la sua spinta vigorosa per l’intera economia nazionale. E alla fine dell’anno, con una quota aggiuntiva di 4,8 miliardi, potrebbe  toccare 57,0 miliardi di euro.

Un risultato straordinario in un contesto internazionale debole, in cui il commercio esprime un modesto +1,6% sull’anno precedente.

Alla conquista dei palati di tutto il mondo

Se le stime saranno confermate dall’andamento di fine anno, sommando ai 57,0 miliardi dell’industria alimentare gli 11 miliardi prevedibili per il settore primario, l’export agroalimentare 2024 potrebbe raggiungere la quota complessiva di 68 miliardi, avvicinando il grande traguardo di 70 miliardi.
Insomma, dai formaggi ai dolci, dal vino ai salumi, il nostro Paese continua a conquistare i palati di tutto il mondo. 

Nel periodo da gennaio a luglio 2024, fra i prodotti più ricercati all’estero emergono quelli enologici, con 5,0 miliardi di euro di export, dolciari (4,3 miliardi), lattiero-caseari (3,4 miliardi), oleari (2,6 miliardi), pastai (2,5 miliardi), e trasformazione degli ortaggi (2,5 miliardi).  

A chi non piace mangiare bene?

Mangiare italiano è sinonimo di qualità, raffinatezza, gusto. E tra i Paesi esteri  che amano in modo speciale i nostri prodotti, svettano su tutti gli Stati Uniti.

La crescita di questo mercato nei primi sette mesi dell’anno è molto significativa, e raggiunge un valore di prodotti agroalimentari esportati che supera i 4,4 miliardi di euro, per una crescita del +19,7% sullo stesso periodo 2023.
Gli USA si aggiudicano quindi una quota di mercato pari al 13,5 %. 

“Non è un risultato casuale, ma il premio a un settore che riunisce in sé cultura, qualità, bontà”

A primeggiare è comunque ancora la Germania, che continua a guidare la classifica, con 4,6 miliardi (+5,3% sui primi sette mesi 2023) e una quota di mercato del 14,2%.
Le esportazioni di settore 2024 si consolidano anche nei Paesi a ridosso dei primi due, e cioè in Spagna (+9,2%), nel Regno Unito (+7,0%), e in Francia (+4,0%).  

“Non è un risultato casuale – sottolinea in una nota Federalimentare – ma premia un settore che salvaguarda e riunisce in sé i valori iconici di un patrimonio inestimabile di cultura, qualità e bontà del Made in Italy”.

World Payments Report: nel 2025 exploit dei pagamenti istantanei

Il World Payments Report 2025 pubblicato da Capeggino Research Institute mette in luce una trasformazione profonda nel settore dei pagamenti globali. In particolare, il report evidenzia una rapida crescita dei pagamenti istantanei e delle soluzioni account-to-account (A2A), che stanno modificando il panorama tradizionale dei pagamenti non-cash.

I pagamenti istantanei saranno il 22% del totale

Secondo le previsioni, entro il 2028 i pagamenti istantanei costituiranno il 22% delle transazioni globali senza contanti. Questa tendenza è alimentata dalla crescente richiesta di soluzioni di pagamento rapide e senza attriti da parte dei consumatori. Inoltre, l’espansione dell’e-commerce ha reso indispensabili sistemi di transazione più efficienti e immediati.

Un ruolo chiave in questa trasformazione è stato giocato dalla direttiva europea sui servizi di pagamento (PSD2), introdotta nel 2018, che ha favorito l’emergere dell’open banking e, più recentemente, dell’open finance. Questo nuovo paradigma promuove una maggiore trasparenza e competitività tra gli operatori finanziari, creando un ambiente più aperto e dinamico.

Open finance e soluzioni A2A

L’adozione dell’open finance è ancora nelle fasi iniziali, ma sta rapidamente acquisendo importanza come una forza di cambiamento nel settore finanziario globale. Le soluzioni A2A, in particolare, stanno sfidando i sistemi di pagamento tradizionali, riducendo la quota di mercato delle transazioni effettuate con carte di credito.

Questo cambiamento richiede una risposta strategica da parte delle istituzioni finanziarie, che dovranno adattarsi per evitare di perdere ricavi significativi derivanti dalle commissioni interbancarie.

Sfide per le banche

Nonostante l’entusiasmo per l’innovazione, molti istituti bancari esprimono preoccupazione per i rischi associati ai pagamenti istantanei, tra cui frodi e vulnerabilità operative. Il report evidenzia che solo una minoranza delle banche è attualmente pronta a gestire completamente questi sistemi, sottolineando un divario infrastrutturale e tecnologico significativo.

Non c’è tempo per l’adattamento

Il World Payments Report 2025 sottolinea l’urgenza per le banche di adattarsi rapidamente ai cambiamenti in atto. Con scadenze imminenti, come il regolamento sui pagamenti istantanei dell’UE del 2025, le istituzioni finanziarie dovranno garantire la piena operatività dei pagamenti istantanei e integrare l’open finance nei loro modelli operativi.
Solo così potranno mantenere competitività e affrontare con successo le sfide del nuovo panorama digitale.

Nuovo anno scolastico: anche l’IA sale in cattedra

L’inizio del nuovo anno scolastico porta con sé una serie di novità significative che promettono di trasformare l’approccio educativo nel nostro paese. Una delle principali innovazioni di quest’anno è l’introduzione dell’intelligenza artificiale (IA) come strumento di supporto nella didattica. Questo progetto pilota coinvolgerà inizialmente 15 classi in quattro regioni: Calabria, Lazio, Toscana e Lombardia. 

Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha sottolineato che se l’IA, guidata adeguatamente dai docenti, dimostrerà la sua efficacia, ci sarà un’estensione del progetto. L’obiettivo è migliorare le performance degli studenti e ridurre il carico amministrativo per gli insegnanti, permettendo loro di concentrarsi maggiormente sull’insegnamento e sulla relazione con gli studenti. Inoltre, l’IA mira a favorire una maggiore inclusione per gli studenti con bisogni educativi speciali, mantenendo comunque il docente al centro del processo educativo.

Nuove linee guida per l’Educazione Civica

Un’altra importante novità, riferisce Ansa, riguarda l’insegnamento dell’educazione civica. Le nuove linee guida, recentemente firmate, metteranno al centro della materia i valori e i principi della Costituzione italiana, con l’intento di rafforzare la consapevolezza dei diritti e dei doveri democratici tra gli studenti.

Il debutto del Liceo del Made in Italy e il 4+2

Quest’anno segna anche l’introduzione del nuovo liceo dedicato al Made in Italy e della riforma 4+2 per i tecnici professionali. Questa riforma ha l’obiettivo di migliorare il collegamento tra la scuola e il mondo del lavoro, rendendo l’istruzione più pertinente e orientata verso le esigenze professionali.

Per i più giovani, invece, scatta qualche restrizione. Ad esempio viene introdotto il divieto di utilizzare il cellulare fino alla terza media, anche per scopi didattici, e tornerà l’uso del diario cartaceo, simbolo di una tradizione educativa che affianca le moderne tecnologie.

Ulteriori novità in arrivo

Il ministro Valditara ha annunciato che il nuovo anno scolastico sarà una “grande occasione per un cambiamento di passo nella nostra scuola”. Oltre alle novità già presentate, si prevede l’introduzione di ulteriori misure come il voto di condotta e giudizi sintetici, che potrebbero essere annunciati nei prossimi mesi. Con oltre 7 milioni di alunni pronti a tornare in aula, il 2024 si prospetta come un anno di importanti trasformazioni per il sistema educativo italiano.

Perchè i giovani si fidano del Servizio Sanitario Nazionale?

Un recente sondaggio ha rivelato che il 41% dei giovani italiani tra i 18 e i 30 anni confida nel Servizio Sanitario Nazionale (SSN) per ricevere le cure migliori e le innovazioni scientifiche più avanzate. Questo dato emerge dalla ricerca ‘Giovani e sanità: il futuro che vogliamo’, promossa da Novartis, che ha raccolto le opinioni dei giovani sul futuro della sanità. La maggior parte di loro evidenzia l’importanza di superare le differenze socioeconomiche come principale causa di disuguaglianze nell’accesso alla sanità, menzionata dal 69,6% degli intervistati.

Inoltre, il 45,9% sottolinea le disparità geografiche nella qualità dei servizi sanitari, mentre il 30,4% ritiene rilevanti anche le differenze etniche, seguite dalle differenze intergenerazionali (25,3%) e di genere (24,2%).

Come è percepita la disuguaglianza sanitaria

La ricerca di Novartis, presentata durante un incontro a porte chiuse con esperti del settore, ha messo in luce come i giovani vedano le disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari. Attraverso sei tavoli di lavoro e un Board di ascolto con vari interlocutori sanitari, l’indagine ha cercato di delineare la visione dei giovani sulla sanità del futuro.

Secondo Valentino Confalone, Country President di Novartis Italia, l’innovazione deve essere sostenuta da un impegno collettivo per garantire un accesso equo alle cure. Confalone ha sottolineato l’importanza del dialogo con le nuove generazioni per affrontare le sfide sanitarie future.

Investimenti e risorse per il futuro

Per migliorare la sanità, i giovani tra i 18 e i 29 anni considerano prioritari gli investimenti in ricerca scientifica (26,8%) e l’aumento delle risorse economiche (19,1%). In confronto, gli over 30 danno maggiore importanza alle nuove assunzioni di medici e infermieri (25,5% rispetto al 13,9% degli under 30).

Le differenze socioeconomiche sono considerate la priorità principale su cui intervenire per oltre la metà dei giovani (55,7%), con una particolare attenzione alle differenze etniche (13,9% under 30 contro 3,7% over 30).

Sensibilità e prevenzione

I giovani italiani mostrano una maggiore sensibilità rispetto alle generazioni precedenti riguardo alle disuguaglianze sanitarie legate a etnia e genere. Secondo Cosimo Finzi, direttore di AstraRicerche, i giovani sono anche più ottimisti riguardo all’accessibilità dei servizi del SSN, con il 37,6% che ritiene i servizi accessibili, contro il 30,3% degli over 30.
Inoltre, quasi l’80% dei giovani riconosce l’importanza della prevenzione, e il 58,2% si sottopone a visite preventive regolari. La prevenzione oncologica è considerata fondamentale dal 74,7%, mentre la prevenzione della salute mentale e delle malattie infettive è più rilevante per i giovani rispetto alle generazioni precedenti.

Vendita express: in tre mesi 6% di case vendute in meno di una settimana

Secondo un’analisi di idealista.it, nel mese di aprile il 6% delle proprietà immobiliari vendute tramite il portale di compravendita sono state tolte dal mercato in meno di una settimana. Trieste, con il 27% di vendite ‘lampo’, è il capoluogo italiano con la percentuale più alta di vendite in meno di una settimana, seguita da Venezia (21%), Benevento (18%), Cremona (17%) e Milano (16%). In altri 37 capoluoghi italiani la percentuale di vendite in meno di 7 giorni supera la media nazionale con variazioni che vanno dal 14% di Firenze al 7% di altri 10 capoluoghi.

Il 18% delle case, invece, è stato venduto in un periodo compreso tra una settimana e un mese, il 35% tra uno e tre mesi, e il 29% tra 90 giorni e un anno. E il restante 13% delle abitazioni in oltre un anno.

Andamento nei capoluoghi

La percentuale media di vendite ‘express’, però, negli ultimi 12 mesi è calata: nel primo trimestre 2023 era al 9%.
Se Roma si attesta sulla media nazionale del 6%, più della metà dei capoluoghi italiani (56) registra percentuali di vendite express inferiori alla media nazionale, e Brindisi, Enna, Nuoro, Oristano non rilevano vendite in meno di una settimana.

In 55 capoluoghi su 105, invece, il tasso di vendite in meno di una settimana è diminuito (in 10 con cali a doppia cifra). Ravenna, ad esempio, è passata dal 35% al 7%, e Latina dal 23% al 4%. Anche alcuni grandi mercati hanno subito un rallentamento consistente delle vendite express: Cagliari -12%, Roma -11%, Palermo -10%. Al contrario, Venezia è passata dal 4% al 21%, Cremona dal 2% al 17%, Benevento dal 6% al 18%, e Frosinone dallo 0% all’11%. Milano è stabile al 16%, 

e nelle province

Come per i capoluoghi, Trieste risulta la provincia il maggior numero di ‘vendite express’ raggiungendo il 26% di abitazioni tolte dal mercato in meno di una settimana. La seguono Venezia e Milano (11%), e altri 22 mercati provinciali che presentano percentuali più elevate della media nazionale, con variazioni comprese tra il 10% di Bologna, Cremona e Oristano e il 7% di Torino, Salerno, Barletta-Andria-Trani, Cosenza, Enna e Biella.

Anche a livello provinciale, Roma presenta una percentuale in media con quella italiana, mentre tutte le altre 58 province hanno percentuali sotto la media nazionale comprese tra il 5% e l’1%.  

I tempi di vendita

La maggior parte delle abitazioni italiane viene venduta in un periodo compreso tra 1 e 3 mesi (35%). Ascoli Piceno (61%), Potenza (56%), Barletta e Nuoro (53%) sono i capoluoghi con le percentuali più elevate in questo intervallo di tempo.

Per le vendite che superano l’anno, si distinguono Isernia, Verbania e Vibo Valentia, rispettivamente con il 43%, 37% e 30%, mentre, all’opposto Roma, Napoli (entrambe 8%) e Milano (3%) registrano variazioni tra le più basse. Di fatto, sono tra i mercati più veloci d’Italia.

Medici di base: per gli italiani non sono solo prescrittori di farmaci

In un momento storico in cui il Sistema Sanitario Nazionale si trova ad affrontare numerose sfide, il medico di base si conferma un punto di riferimento fondamentale per la salute degli italiani.

Il 19 maggio si è celebrata la Giornata Mondiale del Medico di Famiglia, con molteplici iniziative di informazione organizzate dalla FIMMG (Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale), tra cui la presentazione di un sondaggio Ipsos, curato dal team di Public Affairs, dedicato alle opinioni degli italiani sulla medicina di base.

E secondo i dati Ipsos, il 70% degli italiani è soddisfatto del proprio medico di base, con il 38% che esprime addirittura un giudizio ottimo. 

Il valore della sanità pubblica non si discute

Una fiducia, quella per il medico di famiglia, diffusa su tutto il territorio nazionale, e trasversale alle diverse fasce di età e i livelli di reddito. Quanto al Servizio Sanitario Nazionale, non viene altrettanto promosso a pieni voti dai cittadini: soltanto il 45% giudica positivamente le prestazioni offerte dal SSN, e solo il 19% ne dà una valutazione buona o ottima. 

Nonostante ciò, due persone su tre, il 64%, crede ancora in un modello di assistenza sanitaria completamente pubblico. Infatti, il valore della sanità pubblica è riconosciuto e difeso dagli italiani, molti dei quali accetterebbero anche un aumento delle tasse se finalizzato a sostenere il SSN. 

Medico di famiglia: punto di riferimento per la gestione della salute

In questo contesto emerge un aspetto positivo. Il ruolo fondamentale dei medici di base, valutato positivamente nel 70% dei casi. 
Oggi, circa metà degli italiani (48%) sceglie di affidarsi al proprio medico e di considerarlo il punto di riferimento essenziale per la gestione della propria salute.

Quote minori, invece, percepiscono il medico di base come una figura amministrativa che svolge prevalentemente una funzione burocratica (26%). Oppure, un consulente utile soprattutto a individuare esami di approfondimento e specialisti (25%).

Un ruolo che andrebbe ulteriormente rafforzato

I dati Ipsos mostrano, comunque, una chiara visione dei cittadini, che si rafforza ulteriormente quando si passa dalle valutazioni sulla realtà attuale alla situazione considerata ottimale.
Infatti, in un’ipotetica situazione ideale sono oltre tre su quattro (77%) le persone che vorrebbero instaurare un rapporto di fiducia con il proprio medico. Una tendenza espressa soprattutto dagli over 60, e meno dai Millennials. 

Ed emerge il desiderio diffuso che questo ruolo si rafforzi ulteriormente, permettendo a queste figure professionali di operare nelle migliori condizioni possibili.

Sondaggio salute e sanità: gli italiani manifestano percezioni negative

Negli ultimi anni il sistema sanitario nazionale, ha dovuto affrontare una pressione intensa a causa della pandemia, evidenziando ritardi e carenze accumulati nel corso del tempo.
Ma la tutela della salute richiede necessariamente un sistema sanitario efficace, e un personale medico qualificato. E considerando l’invecchiamento della popolazione e le crescenti difficoltà nel reperire risorse pubbliche per sostenere la sanità, in futuro si prevede un onere ancora maggiore per il sistema.

Ma forse, si dovrebbe parlare della crescente difficoltà nel decidere di allocare risorse a questa voce di bilancio. Gli italiani ne sono consapevoli, e lo esprimono chiaramente. Metà popolazione valuta infatti negativamente le prestazioni del SSN.

Critici sul SSN, soddisfatti dei medici di base 

Il sondaggio a cura del team di Public Affairs di Ipsos sulla Giornata Mondiale della Salute 2024, celebrata ogni anno il 7 aprile, evidenzia una percezione piuttosto negativa da parte della popolazione italiana sul nostro sistema sanitario.

Il 50% della popolazione valuta negativamente le prestazioni offerte dal Sistema Sanitario Nazionale, mentre il 44% le valuta positivamente. La percentuale di valutazioni negative sale al 54% tra gli over 60, mentre solo per la Generazione Z il bilancio è positivo.
In questo contesto, per lo più critico, emerge il ruolo fondamentale dei medici di base, punto di riferimento imprescindibile per gli italiani, tanto che il 70% si dichiara soddisfatto. 

Un Sistema a due velocità: il divario tra Nord e Sud

Il divario Nord-Sud è invece evidente nel giudizio sul SSN. Si potrebbe affermare che la valutazione nazionale risulta negativa a causa dell’insoddisfazione preponderante nel Centro-Sud.
Nel Centro-Nord, infatti, i giudizi positivi (52%) superano quelli negativi (46%). Al contrario, al Sud prevale l’insoddisfazione, con il 57% di giudizi negativi rispetto a il 36% positivi.

Il divario si accentua ulteriormente quando i termini della questione vengono posti in maniera comparativa. Se i cittadini del Centro-Nord, in particolare del Nord-Est (51%), sono abbastanza convinti che la qualità delle prestazioni sanitarie nella loro regione sia superiore rispetto ad altre, solo l’11% dei cittadini del Sud afferma lo stesso.

Rinunciare alle cure per la difficoltà di accesso alle prestazioni

Il fenomeno della “rinuncia alle cure” è un aspetto estremamente critico che rischia di diventare drammatico. Nonostante molti italiani siano ancora in grado di trovare soluzioni private, non tutti possono farlo. 

Il problema principale risiede nell’accesso ai servizi di salute pubblica. Il 74% degli italiani ha dovuto affrontare tempi di attesa non sostenibili per ricevere cure, mentre il 56% ha riscontrato che il servizio necessario non era disponibile nella loro area di residenza o a una distanza ragionevole.
Il dato più preoccupante è che il 16% ha rinunciato alle cure proprio per queste circostanze.

Cinquecentomila abbandonano la scuola, ma “solo” 55.500 i cervelli in fuga

In Italia nel 2022 i giovani che hanno abbandonato la scuola prematuramente sono stati 465.000, l’11,5% della popolazione tra 18-24 anni, mentre i cosiddetti “cervelli in fuga” dal nostro Paese per trasferirsi all’estero sono stati 55.500. 
Di fatto, i primi sono 8 volte in più dei secondi, ma mentre la dispersione scolastica non è ancora avvertita come una piaga educativa dal costo sociale spaventoso, la fuga all’estero di tanti giovani lo è.

Se a queste specificità che caratterizzano il mondo giovanile si aggiungono la crisi demografica e la rivoluzione digitale, tutto ciò avrà inevitabili ricadute anche per le imprese.
Con sempre meno giovani, di cui molti con un livello di istruzione insufficiente, per tante Pmi trovare personale preparato sarà una missione impossibile. Lo sostiene l’Ufficio studi della CGIA. 

Abbiamo pochi diplomati e laureati 

L’Italia, rispetto ai principali Paesi dell’Unione, nel campo dell’istruzione/formazione scolastica presenta due problemi. Il primo è dovuto a un basso numero di diplomati e laureati, soprattutto in materie scientifiche.
L’interesse per l’AI varia tra i settori. Il secondo, riguarda un’elevata povertà educativa che secondo gli esperti, va di pari passo con la povertà economica.

Le cause che determinano la “fuga” dai banchi di scuola sono principalmente culturali, sociali ed economiche. 
I ragazzi che provengono da ambienti socialmente svantaggiati e famiglie con basso livello di istruzione hanno maggiori probabilità di abbandonare la scuola prima di aver completato il percorso di studi che li porta a conseguire almeno il diploma di maturità. 

Più risorse a sostegno degli istituti professionali 

Va altresì segnalato che talvolta, l’abbandono scolastico può essere causato da una insoddisfazione per l’offerta formativa disponibile.
In questo, senso si sottolinea il lavoro inclusivo svolto dagli istituti di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP), realtà diventate nel tempo un punto di riferimento per gli allievi di nazionalità straniera, per quelli con disabilità e per gli studenti reduci da insuccessi scolastici precedenti.

Scuole che spesso operano in aree caratterizzate da un forte degrado urbano e sociale, ma che grazie allo straordinario lavoro antidispersivo svolto, andrebbero sostenute con maggiori risorse. 

La situazione più critica al Sud 

A livello territoriale sono le regioni del Sud che presentano i livelli di abbandono scolastico più elevati. Pertanto, dal confronto tra la dispersione scolastica e la “fuga di cervelli” è la Campania a presentare il gap più elevato (la prima è numericamente 16 più grande della seconda). Seguono Puglia e Sicilia (14), e Toscana e Sardegna (8). 

Sebbene la fuga dai banchi di scuola sia in calo in tutta Europa, tra i 20 Paesi dell’Eurozona nel 2022 l’Italia era al terzo posto per abbandono scolastico dei giovani tra 18 e 24 anni (11,5%). Solo la Spagna (13,9%) e la Germania (12,2%) presentavano un risultato peggiore del nostro (media dell’area Euro 9,7%).